Galenstock, 2 giugno 2017

giugno 7th, 2017

“Est haec natura mortalium, ut nihil magis placeat, quam quod amissum est” – La natura umana è così fatta, che nulla ci piace di più che le cose che abbiam perdute [Seneca, De consol. Philos, 16)

 

Alle ore 8:51 del 1 giugno arrivò puntuale il messaggio: qualcuno ha voglia domani di svegliarsi molto, ma molto presto per una pellata? Fatemi sapere, bye

Con gli interventi successivi si scatenò subito la discussione: ma Susten o non Susten noi, arriveremo sul Gelenstock: ritrovo alle 3 alla frontiera di Como. Osservavo con distacco le questioni, cucinato dalla settimana di lavoro e desideroso di un bel venerdì di svacco. Ma si sa, la scimmia salta addosso e in fondo mi sono detto: se vorrò ricordarmi della giornata di domani per il resto della mia vita sarà meglio fare la gita, altrimenti si rischia  una giornata delle tante senza una memoria precisa. E la memoria delle cose belle e della bella gente è il vero patrimonio che ci tiriamo dietro.traccia 1

Sveglia alle 1,15. Alle 2,05 da Gigi e alle 2,15 da Boris, dove cresce sempre l’angoscia per qualche tiro mancino del nostro. Fila tutto liscio e alle2,30 ci troviamo con Anna. Poi inizia il tour delle deviazioni per raggiungere Como. Ingaggiamo un match con un TIR che ci succhia la ruota e che dopo che ce ne siamo liberati, ce lo troviamo di nuovo davanti. Non per niente sul retro c’era scritto “fiuto Anna”. A Brogeda raccogliamo Giovanni, Andrea e Fabio. Poi via oltre il Gottardo. Sulla salita verso Andermatt ci risiamo con i lavori stradali. Una svizzerotta ci dice che il semaforo del senso unico alternato sarebbe stato molto lungo. Siccome era esageratamente lungo alla fine si è messa d’accordo con il collega dall’altra parte e ci ha fatto passare. Superato il Furka pass giungiamo al Belvedere, che è ormai un vedere quanto il ghiacciaio si è ritirato. E’ comunque sempre un bel vedere ma chissà come mai la ritirata dei ghiacciai ci stringe il cuore. Sarà perché richiama che l’uomo sta forse distruggendo l’ambiente, sarà perché il ghiaccio si scioglie come la vita che passa, sarà che quando ho fatto la foto l’8 giugno 1997 avevo 20 anni di meno, sarà quello che ha sentenziato Seneca, sarà  ……

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Sarà che queste comparazioni alla fine ci hanno scassato e quindi alle ore 6 iniziamo la nostra salita. Dopo un’oretta di piano veramente delizioso

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giriamo a destra imboccando il Galengletscher, o quello che ne rimane (e non  ricomincio con le comparazioni). In ogni modo Gigi sa che dove non c’è più il ghiacciaio viene messa a nudo una porzione di roccia che a memoria d’uomo nessuno ha mai visto e dove si può manifestare un bel cristallo di quarzo pronto da raccogliere come una margherita. Il nostro, visto che ne ha il doppio di me (di fiato) gira il lungo e in largo le nuove isolette di roccia ma stavolta senza la fortuna.

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Inseriamo la ridotta e i rampanti superando prima un canalino e poi un tratto rocciosetto con togli/metti. Io comunque gli sci non me li sono mai tolti. La quinta ora di salita è un piacevole infinito su un piano inclinato.

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Arrivati al deposito sci, io non deposito nulla e arrivo diretto in cima con gli sci. Mica che mi penta di avere rinunciato alla bella discesa dalla cima.

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Il panorama dalla cima è dominante su tutto.

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E Sua maestà il Finsteraaron domina la scena. E’ anche questo un Belvedere e quindi vediamo l’ultima comparazione 2 giugno 2017 – 8 giugno 1997 (giuro che poi la smetto)

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La discesa è su neve top e scatena la discussione sulla gita perfetta.

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A parere di Gigi non esiste la salita perfetta con la discesa perfetta. La gita nel suo complesso può essere solo buon compromesso e il Glenstock lo è stato. La spinta ideale è trovare la salita perfetta (tutte cose ovviamente dette dopo la birrozza). In altre parole: lo scialpinismo è fatto di compromessi: dopo una salita devastante si auspica sempre una discesa ultraspettacolare  (Iris Nombosco).

Insomma, al di la’ delle chiacchere, discesa da urlo nella prima parte e neve un po’ marciotta in basso.

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Nessuno poi ci leva la visita alla grotta nel ghiaccio (evito come detto ulteriori comparazioni)

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e la birretta finale. Sempre Iris ci fa dono di una perla di saggezza: “si stava meglio ….quando si stava meglio.; eh, mica quando si stava peggio”.

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Tralascio la discussione sui rimborsi istruttori e la proposta di Iris

E ora? Operazione Susten prossimo weekend?

Alle 17 siamo a casa nella caldazza. Che gita e che venerdì da leoni!

Hanno partecipato: Gigi, Anna, Boris, Fabio, Andrea e Giovanni

Alberto

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IL GIOCATTOLO DEL GABANATT.

giugno 6th, 2017

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Weekendone all’insegna della calma da godere e delle cerimonie tipiche del “Gabanatt”.

E’ l’inizio della stagione estiva e quindi occorre salire in quota per garantire l’accesso a coloro che desiderano varcare le soglie di questo angolo sempre incredibile in cui è situato il Bivacco Caldarini. Qui abita ancora il silenzio. Angolo remoto, ma anche no, che si raggiunge con un minimo di sforzo meccanico prima e pedestre poi.

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Posizionato tra ciò che è levissimo e ciò che è freddissimo, il Bivacco svetta su un dosso a quasi 2.600 metri in Val Viola ed appartiene alla sezione del Cai Desio. Ne fanno da contorno cime che sono frequentate raramente, ma quando lo sono è peggio che andare a San Siro a vedere i Depeche Mode, c’è la coda.

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A torto poco frequentate come direbbe qualcuno oltretutto pure lui della sezione!

Oggi manutenzione: dalla cerimonia del Cartello…….dove il palo ha finalmente smesso di lacrimare in assenza della sua parte gemella (riordinata perfettamente con vernice e scritta) che viene issata e posizionata con tutte le dovute cure, all’apertura ufficiale delle porte con issaggio di tricolore italico.

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Un momento per festeggiare ed uno per controllare ufficialmente che tutto sia in ordine.

Poca gente in giro e l’ideale per trascorrere qualche giorno lontano dalla civiltà.

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Con poco anche il Gabanatt è contento, oltretutto aiutato e supportato da famiglia e amici.

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ACQUA CHIARA, ACQUA DULZA.

giugno 5th, 2017

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In questi giorni relax e mente aperta; l’idea è quella di vedere dove sono finiti tutti i fiocchi di neve che non troviamo più in quota. Ci sono quelli che non cadono più (tristeeezzzza) e ci sono quelli che cadendo, passano attraverso il setaccio del loro destino:

  • Alcuni resistono e stanno con le mani aggrappate al manto consolidato;
  • Altri non resistono, sciogliendosi o squagliandosi come se stessi al sole.

Sono questi ultimi ad aver bisogno di una carezza o di essere ammirate per un’ultima volta, prima di finire chissà dove nell’ignoto.

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E’ anche l’occasione per prendere un po’ di fresco in zona e non solo, dove ci sono posti che spesso non sappiamo di avere.

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by Patajean®

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LA VALLE DEL SEVESO FA ‘PENDENZA’.

maggio 28th, 2017

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  • CIME: Traversata della Punta degli Spiriti mt. 3.467 e Punta Payer mt. 3.446
  • GRUPPO: Ortles – Cevedale;
  • DISLIVELLO + SVILUPPO: 800 mt + 11 km
  • NOTE: remollo dovuto alle temperature alte ed un po’ di vento fastidioso sulla cresta.

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Oggi eravamo una Sporka Dozzina e ce l’abbiamo messa tutta per comportarci come tale; era parecchio tempo che non riuscivamo a dare il meglio di noi. Nel titolo c’è molto ed anche l’idea di fare una bella maglietta per il Gruppo.

A Maggio ormai è diventata tradizione andare al Passo dello Stelvio per fare una salita piacevole nel complesso di cime meravigliose che circondano il lenzuolo su cui si allenano vari atleti; a proposito, al rientro ci hanno salutato alcuni atleti canadesi, americani e francesi…..chissà magari un domani li vedremo in televisione e magari diventeranno anche famosi. Ma in fondo chi-se-ne-frega.

Abbiamo aspettato ora, periodo nel quale gettano le chiavi del Passo e lo rendono accessibile a tutti.

Viaggio tranquillo e piacevole, visto che di sabato tutto è più bello; tappa a Morbegno per lasciare giù la “sala del peccato” di Stefy, poi a Tirano per fare una piccola colazione ed infine al Passo dove non mancano le incitazioni ai ciclisti durante l’ultimo Giro d’Italia stampigliate sul suolo stradale; non mancano nemmeno coloro che amano fare fatica sulle due ruote.

Partiamo nella parte noiosa; poi miriamo la cresta che rappresenta la dorsale di salita, sulla quale soffia un vento becco e fastidioso.

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Lasciamo gli sci al deposito, assicurandoci che non finiscano di sotto, visto che un errore potrebbe essere non fatale, ma costoso sia per il fatto di dover scendere (!) a riprenderli sia per l’eventuale esborso economico e ci portiamo in cima per compiere una traversata

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che ci farà toccare le tre elevazioni di cui è composta la Punta degli Spiriti, fino ad arrivare a Punta Payer, che è una specie di trampolino da cui lanciarsi in Val Zebrù, almeno 1.000 mt sotto a piombo. Non avevamo il parapendio ne la tutina da Base Jamper….mannaggia. Comunque lì è un po’ come affacciarsi sul nulla; ormai quando siamo in questi posti ho come la sensazione che per qualche ragioni non venga colta la reale prospettiva. Ieri qui il panorama era da urlo, soprattutto se visto per la prima volta. Certe volte bisognerebbe capire se si è realmente svegli di fronte a tale bellezza ed impressione.

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Panorami spettacolo a perdita d’occhio e gente infinita in ogni dove, specie sulla Cima Tuckett, nostra meta dello scorso anno.

Passando davanti al Monte Cristallo si percepisce l’amarezza di questi ultimi anni, dove la regressione glaciale mostra tutti i suoi effetti; qui circa una dozzina di anni fa col Corso A1 abbiamo salito la Nord (era il famosissimo Corso di Alpinismo “Quadrangolare” in cui era stato fatto del biathlon con il tennis, chi c’era ricorda un’espressione di Paolinux rimasta nei libri di Storia), Nord che oggi è messa veramente male. Al di là del lenzuolo bianco che la ricopre, resta poco del seracco di una volta e del pendio omogeneo sul quale si saliva ‘comodi’.

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Per qualche istante si paventa l’idea di trasformarsi in Vitelli, ma poi il Manzo che è in noi prevale sul resto; inoltre il remollo dei 25° del Passo mostra i suoi effetti, quindi decidiamo di prendere la direzione opposta alla Valle dei Vitelli e scendiamo la Valle dei Manzi…che per poco non ci gioca lo scherzetto della ripellata.

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Tutto bene e rientro in marmellata al Passo, dove nel frattempo il mondo ha fatto la sua comparsa e una manza di 3B Meteo inscena le previsioni per la settimana entrante; usciamo per miracolo tra moto, biciclette e auto.

Scendiamo nuovamente verso Bormio, diventata per noi d’un tratto la città del sesso, del possesso e della perversione; cerchiamo un posto dove appoggiare le chiappe bianche e ci affidiamo al nostro Ranger che qui è di casa e ci porta in un posto…….chiuso, ovvio! Si rifà in poco tempo ed entriamo in un altro pub in cui appena lo vedono lo salutano tutti, fino al cuoco dietro il bancone. Grande Ranger! Più conosciuto in Alta Valtellina di quando va alle elezioni presentandosi con carta d’identità.

Qui la Sporca Dozzina dà il meglio di sé nell’arco di circa sessanta minuti: una dietro l’altra partono alcune delle kazzate più grandi degli ultimi mesi; condensate in questi sessanta minuti le kazzate si sono trasferite sulle mascelle, a torto e a stento in grado di sorreggere il resto della faccia. Raccontarle tutte è impossibile, ma soprattutto stavolta nun-se-pole.

Tirarsi indietro nella vita è facile, tirarsi fuori dal Gruppo invece è un attimo; con questo un simpatico saluto al Pier che non è più ‘in-continente’ in questo momento, visto che la Sardegna lo sta accogliendo in un bel viaggetto.

Alla fine riusciamo a ripartire solo perché Max trova le sue scarpe, finite non si sa come tra fioriera e panchina poi ci fermiamo alle giostre ed infine ripartiamo per il lungo rientro, non prima di toccare ancora Morbegno per salutare la Stefy, in partenza per la baita.

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Sabato sera si viaggia sempre bene, quindi rientro veloce.

La Sporca Dozzina al completo di oggi: Anna, Stefy, Inox, Gigi, Enrico, Luca, Max, Andrea, Massimo, Davide, Paolinux e Patajean.

by Patajean®

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LA GRIGNETTA: UNA SALITA VINTAGE.

maggio 23rd, 2017

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  • CIME: Medale + Coltiglione (per Sentiero GER) + Grignetta (per Cermenati);
  • GRUPPO: Prealpi Lecchesi;
  • DISLIVELLO & SVILUPPO:  2.060 mt per 23 km totali; sopra i 2.000 di dislivello anche la discesa diventa importante e quindi si mettono anche in negativo, specie se fatti a piedi;
  • NOTE: a fine gita tutti a dire in coro: “Beh, beh, beh….proprio una bella escursione”. Che pecoroni! L’altra nota è che la settimana lavorativa è iniziata un giorno prima. Ore 7.30 — ore 17.30, praticament em timbràaaa.

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Meno male che la quota base di partenza era a circa 350 mt s.l.m., meno male che Boris non ha fatto studi-di-settore tali da scoprire che ‘da lì si può partire più bassi’ (ricordo che lui si emoziona a tal punto, quando vede le rocce metamorfiche, che pronuncia frasi sconnesse oppure se ne esce con esclamazioni a torte poco validate, del tipo: “…Eh, è stato un gran casino!”), insomma meno male!

Abbiamo calcolato che, rispetto all’orario impiegato dall’Orient-Express per compiere il suo giro classico, noi avremmo impiegato un’oretta scarsa in più. Una specie di trans-oceanica con fulcro tra Rancio e Laorca: un po’ come immaginare che queste due minuscole località assurgano a punti focali nel planetario mondiale per un giorno.

Non date mai a Paolinux il modo di scoprire che in zona si è creato un itinerario che supera i 2.000 mt di dislivello; diteglielo solo a distanza di anni oppure fate in modo che non lo scopra mai, meglio. Lui un Melma non lo riuscirebbe mai a fare, nemmeno se fosse prossimo al Cho-Oyu per fare allenamento.

Per l’inizio del Corso A1 2017, ci ha messi tutti in riga e per primi gli allievi: girettino fuori porta nel Lecchese, dove talvolta la bellezza degli angoli selvaggi prevale su qualsiasi altra cosa (ma vogliamo renderci conto della bellezza ambientale dello strappo finale del Coltiglione con vista sulle foresta boreale della Val Verde!, esattamente in fianco alla “bastiunada” che solo qualcuno può vedere prima di cotanta bellezza.…). C’è un Triplete di Cime che il nostro direttore vuole vedere, per andare più lungo e capire le potenzialità nascoste nella tenuta fisica degli allievi 2017. Detto fatto e, per questo inizio corso, decide di avvalersi delle lepri giuste: assume un nugolo di scialpinisti e pensa che, come un gregge, lo possano aiutare (lui buon Pastorello!) nella conduzione della gita. Noooo, quanto mai dicasi la parola “gregge”; a parte il fatto di auto-dispensarmi in maniera netta dal voler offendere qualcuno cosicché il resoconto possa continuare a rimanere nel nostro sito web (caso mai venisse rinfacciata una male-educata riproposizione scritta di atteggiamenti poco ortodossi ed etici nei confronti di coloro che si affacciano più o meno in maniera netta sia in VDS che nel mondo a punta, attraverso i Corsi), resta il fatto che il termine “pecora” porta con sé non solo zecche…..

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Si, perché innanzitutto evoca pratiche di cui non si può far ciarla (soprattutto tramite vivavoce dell’auto) e poi perché si ritorce contro, come è successo in occasione dell’avvicinamento a Rancio Alto, quando siamo stati letteralmente sorpresi da un gregge in transumanza giusto sulla statale che collega Lecco a Ballabio (e se le avessimo trovate nel Barro?). Che dire, abbiamo dovuto attendere pazientemente dietro il ‘convoglio’, abbiamo riso dello sterco rimasto per strada e pronto ad attaccarsi sul palmer dei ciclisti di passaggio, abbiamo ammirato il lavoro dei cani nella conduzione del gregge, modello cowboy del vecchio west. Ma abbiamo anche escogitato un passaggio via ‘tratturo-antico’, che ci ha permesso di by passare la massa di pecore e di arrivare al parcheggio in tempo ancora utile per partire; sarebbe stato quanto meno bizzarro il fatto che una Scuola di Alpinismo non avesse portato a termine una gita con una scusa fantomatica: una manica di capre fermate da un gregge di pecore.

Ad ogni modo l’analogia tra noi ed il gregge, compreso il viaggio che ciascuno avrebbe intrapreso, non toglie questo dato di base.

Finalmente alle 7.30 siamo in ballo. Sentiero del GER, machete d’ordinanza e tanta voglia di portar su le membra sono stati i nostri must della domenica.

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La cima del Medale l’accarezziamo al volo, non prima di aver imparato il gioco “del gatt cüunt’ul ratt” ben spiegato dal Billa, poi ripartiamo subito per immergerci nella foresta alta del GER; usciamo sul dosso del Coltiglione con vista da favola e cominciamo a scendere verso i Resinelli tra cani da prendere a calci e gente in panciolle, che non sta certo attraversando le Alpi.

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Siamo tutti alla Pagnotta verso le 11.00 e qui perdiamo un po’ di tempo, anche per non sfinirci subito. Orario poco azzeccato quello in cui ripartiamo, ma non c’è alternativa: abbiamo ordinato un po’ di venticello e questo ci aiuta non poco, soprattutto nel mettere un piede davanti all’altro nell’ultima salita verso la Grignetta. Oggi hanno chiuso, probabilmente, tutti i centri commerciali visto che sono tutti qui, ma noi facciamo finta di nulla; determinati arriviamo in cima verso le 12.30 ore locali.

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E’ talmente sereno che vediamo una cordata sulla Molteni al Badile!

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Fotona di gruppo e pensiero che va non solo alla discesa, ma a tutto il contorno; di fatto, in tutte le volte che siamo arrivati qui, il cervello ha pensato all’unica fase successiva e finale, il rientro ai Piani Resinelli. Psicologicamente il fatto di non dover scendere solo alla Pagnotta, ma di continuare sino a Rancio si trasforma in una sintesi neurologicamente chiara: dü ball!

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Se si aggiunge che la Cermenati non è sicuramente il Voltarenn della discesa, ecco fatto il Bingo. Non c’è comunque altra scelta e piano piano rientriamo dal nostro peregrinare. Il nostro Giò ha testato via gps che il numero di passi è notevolmente aumentato al ritorno: la giustificazione del mistero è di tipo anatomico-neuro-empatico e si sintetizza con il fatto che il corpo, dopo tot kilometri si rimpicciolisce, a partire dalle gambe! Meno male che ci siam fermati a Rancio, altrimenti non ci ritrovavamo neanche più.

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Un bravi a tutti, soprattutto agli allievi dell’A1 impegnati, decisi e motivati sino all’ultimo; mai mollato e bisogna dire che il percorso non era difficile (potevano farlo anche delle pecore), ma sicuramente tosto per i metri di dislivello e per i km da percorrere. E’ stato come ripercorre un po’ di passato, quando quelli veramente ‘grandi’ facevano della passione uno strumento che passava dalla fatica, partendo magari da Monza in treno e salendo ai Resinelli a piedi o in bicicletta. Oggi è tutto diverso, ma c’è modo di divertirsi e di trovare nel passato un modo o il modo per apprezzare il presente non tralasciando l’eredità di chi faceva alpinismo in una maniera sicuramente diversa da oggi. Per noi è stato sicuramente un piacere lo stare in compagnia (di questo ormai ho lo stampo ed il copyright), non posso spergiurare la stessa cosa per gli allievi, ma l’ho intuito prima di andar via ieri e dopo il briefing di Paolinux e quindi lo scrivo. Difficilmente andrei a descrivere il gesto tecnico durante un racconto, a meno di situazioni veramente particolari, mentre mi piace un casino esprimere di più le sensazioni che si provano e che possono rimanere, come testimoniano molti esempi o persone che incontro anche a distanza di anni. Comunque al proseguo l’ardua sentenza.

Partecipanti: una sporca trentina tra istruttori ed allievi.

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ALLA RICERCA DELLA PIETRA VERDE

maggio 14th, 2017

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Oggi sabato 13 maggio abbiamo deciso per un giretto alle Placche di Oriana, nella Valle di Champoncher, a testare la tenuta delle scarpette sugli spigoli affilati di queste placconate, che sovrastano appoggiate il vallone di Courtil da un lato, mentre dall’altro piombano sulla valle che porta ad Aosta.

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Giornata perfetta come annunciato dal meteo ed almeno sino alle 16.00 senza temporali, quindi ne approfittiamo ancora una volta per spostarci nella valle più costosa d’Italia. Alle 9.30 siamo davanti alla targhetta che segnala la partenza della via dello “Spigolo Verde”, corta purtroppo e, soprattutto, se consideriamo i tiri dal terzo al sesto: uno più bello dell’altro, per estetica e per bellezza della roccia.

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Non abbiamo nelle vicinanze nessuno: nessuno che incombe, nessuno che preme, nessuno di cui si senta la voce  in giro. Insomma ci siamo solo noi sino all’uscita, dove incontriamo due ‘prossime mamme’ che portano in giro la pancia a prendere aria per i prossimi lieti eventi.

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La discesa avviene in un bosco di castagni quasi perfetto: sembra che qualcuno sia passato con la lucidatrice per lasciare tutto pulito sotto di essi; solo le foglie danno un aspetto ancora più ordinato, ma non c’è un filo d’erba fuori luogo. In basso, nei pressi di una falesia chiamata BimboClimb troviamo, invece, il mondo. La Scuola di Seregno è qui con il corso-base. Un’invasione….

Torniamo all’auto e cerchiamo, senza successo, di poter sgranocchiare un paninello nel baretto del paesino, ma non ce lo permettono. Qui è solo agriturismo e le norme vogliono che non si possa fare bar. Inesorabile la risposta e la necessità di andarcene; peccato perché la quiete del paesello avrebbe incrementato la gioia di stare ancora un po’ in questo angolo silenzioso e carino.

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Soluzione di ripiego che arriva dopo il quarto curvone in discesa verso la Fortezza di Bard, dove troviamo un bel ristoro che fa al caso nostro. Siamo a casa talmente presto che è quasi ancora venerdì sera…..

Propri bell…..con questi partecipanti: Andrea, Giovanni, Luca e Patajean

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PEŰGEOT DI COSI’…, PIOVE!

maggio 8th, 2017

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Oggi volevamo cambiare. Via temporaneamente le assi non rimangono che gli assi, quelli da giocare bene visto che oramai i giorni di bel tempo cadono tutti fuori dalle vacanze istituzionali e lontano dal weekend.

Quando capisci che una giornata è bella? Quando esci come durante lo scorso venerdì, magari per delle commissioni, e senti quella frescura unica che solo Maggio sa regalare; quando torni da una giornata non bellissima e, verso sera, si squarcia il cielo e la luce filtra dagli alberi, con quei colori speciali che solo Maggio sa dare; quando non fa caldo ma c’è la temperatura ideale con il risalto dei colori vivaci che ci sono solo in primavera e dopo che il vento ha spazzato il cielo. Oggi ci siamo accorti che la giornata è bella perché ci divertiamo, nonostante il vento possa rompere un po’ il packaging, ma soprattutto perché tornando a casa il cielo ha cambiato colore: da grigio qual era è diventato progressivamente azzurro vivace, regalando una serata eccezionale.

Cercando di fare onore al sole, abbiamo deciso di andare ad Albard e di cambiare nome alla via: Mi-raggio di sole! Senza molti diritti (quasi fossimo dei Massoni…J!) lo abbiamo deciso proprio in funzione del meteo, titubante e con un venticello che sugli spigoli della via tirava sino a dare noia.

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Diciamo che per trovare la via abbiamo fatto anche un po’ di dislivello tra i sali e scendi necessari, ma alla fine era lì tutta per noi. Oggi sembrava di arrampicare in un presepe: l’ordine di questo angolo di Valle, i vigneti disegnati alla perfezione e certi angoli bucolici in cui hanno ficcato le baite, lasciano incantati, per non parlare della discesa, breve ma artistica quanto basta.

Siamo i primi ad arrivare ed anche a partire: la libretta dice di girare in prossimità di un bivio con “segni di rosso sbiadito”……probabilmente cercavamo i bicchieri ed il fiasco di rosso, fatto sta che ci sono due punti in cui il rosso sbiadito confonde anche chi non è ancora imbenzato e dove, a sinistra, il sentiero scende…..alla seconda azzecchiamo e meno male, già pensavamo a tutti i commenti sulle vesciche, anzi mi son venute le vesciche solo a scrivere queste due righe.

Partiamo decisi e ci infiliamo in questo dedalo di placconate, una dopo l’altra, sistemate in maniera quasi premeditata; il tutto è nascosto nella vegetazione, ma si lascia scoprire strada facendo. Gradi tranquilli e ideali per riprendere confidenza o volendo fare ingordigia di plasir. A metà via crediamo di prendere acqua viste le goccioline di riporto dalle cime coperte sopra i craponi. Dalle nuvole grigie in lontananza non trapela nulla di buono, ma restiamo fiduciosi per quanto letto sui bollettini.

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La via si mantiene godereccia sino al suo termine, dopo dieci tiri;

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da qui, dopo stretta di mano, si entra in un bosco che, quasi come in una caccia al tesoro, ti conduce alla base non prima di aver incontrato “il canyon”, “il buco”, “la corda fissa”, “le doppie” ed una vegetazione molto speciale, commentata e analizzata dal Mago con precisione millimetrica…..sembrava di essere partecipi di una puntata di Geo & Geo. Uno dopo l’altro troviamo i riferimenti come in una caccia al tesoro e quasi divertiti arriviamo nuovamente alla base dove abbiam lasciato l’auto.

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Ci rimane un unico dilemma: all’uscita della via c’era un solo fix su cui sostare, fix che non abbiamo trovato nonostante la ricerca segugiosa (Idefix non si è fatto trovare). L’altezzitudine (come l’ha definita qualcuno) non è molta, ma qui ci si diverte sempre.

Scendiamo nei meandri del bosco con un paio di doppie e facciamo anche un po’ di pomeriggio culturale con visita dall’alto della Fortezza di Bard.

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Non ci rimane che mettere la lingua sul plaisir supremo, che oggi porta il nome di panino con lardo e miele; anche la cameriera si è fatta scappare un sorriso truffaldino nel vederci così bambini di fronte al cibo e ci ha beccato con le mani nella marmellata.

La Barma è tratta e adesso torniamo alla vita quotidiana in attesa di poter trascorrere altro tempo insieme nel futuro prossimo. Oggi rientro tranquillo e confortevole col kulo nell’auto nuova fiammante di Andrea!

Partecipanti: Anna, Andrea, Mago, Giovanni e Patajean

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UL GRUP: qualcosa di più di un nodo.

maggio 2nd, 2017

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L’importanza di appartenere ad un Gruppo, di condividere soprattutto una passione.

L’importanza di scambiare idee, progetti, proposte e programmi….e perché no, qualche volta anche un po’ di legnate in un confronto animato, per far emergere quel non so che di nascosto che può tradursi in valore aggiunto.

L’importanza di poter contare sugli altri e sul loro supporto: dall’organizzazione al bisogno, anche quello di “andare in bagno”, ……insomma ogni tanto ci vuole.

Il gruppo non nasce dal nulla, ma da sforzi enormi e da anni di impegno: può essere piccolo, medio, grande; litiga, si spezza, si ricompatta, si frammezza. E’ normale e quindi richiudo il rubinetto con il bollino rosso dell’acqua cölda.

Qualche stralcio di questi ultimi anni di noi in giro, su itinerari indimenticabili, al di là della mera difficoltà, con una voglia sempre matta, ancorché messa a dura prova dalla vita quotidiana e dai vari impegni. Riuscire a farlo è molto più di un privilegio e continuare a farlo non ha prezzo, neppure se paghi con Mastercard.

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Si partecipa mettendo impegno, faccia e fatica.

Il ricordo è quello di esperienze sempre uniche e di facce sempre allegre.

Se il gruppo lo vivi, ti appartiene; se il gruppo lo indossi, spesso sei solo.

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by Patajean

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SCHNALS VALLEY – WEEKEND 22/23 APRIL 2017.

aprile 25th, 2017

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  • CIME: Final Spitze mt. 3.514 BSA + Cime della Vedretta mt. 3.269 MS
  • GRUPPO: Weisskugel e Otztal Gruppe
  • DISLIVELLO & SVILUPPO: 1.300 mt e 26 km sui due gg;
  • NOTE: una sola che ha poi rovinato il weekendone; la ventazza maledetta che ha soffiato ininterrottamente per due giorni! Praticamente fonati per il weekend. In realtà con temperature così rigide, la neve è ancora invernale, di quelle proprio belle.

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Perdere del tempo piacevole per organizzare la gita di aprile, ormai un must per il gruppo; verificare sistematicamente le condizioni in una stagione ancora anomala, per garantire di non andare in giro alla karlona, soprattutto quando la gita è studiata in posti non proprio piccoli; cambiare in corsa quando meteo e neve non convincono fino in fondo; ritrovarsi in un posto comunque meraviglioso e pieno di possibilità che solo il tempo a disposizione rende parzialmente un miraggio e infine…..dover girare gli assi verso valle perché è l’unica soluzione corretta!

Questo in sintesi il nostro weekend, studiato da oltre un mese e goduto per circa due giorni sui tre programmati, wacca logia! Comunque bello è sempre bello e lo dimostra la flessibilità di tutti che alla fine convergono, per quanto a malincuore, verso la scelta più logica. Probabilmente con i giri che abbiamo in mente, più che trovare una settimana piena per andarci….bisognerebbe trovare una settimana per andare al lavoro!

Ore 18.00 del venerdì: nulla Otztal alla nostra gita.

Si parte da Ovest con alcune scelte legate al Monte Bianco, si passa poi in Oberland dove ‘il tempo é maturo’ per poi kagarsi ad est, nel plaisir dell’Osterreich. In sintesi potremmo dire che abbiamo fatto la classica “gita dell’OTZI”, con tutto il rispetto.

Arrivati sabato mattina a Maso Corto, ci dirigiamo alla Croda delle Cornacchie, dove non possiamo non vedere parte della squadra azzurra di sci e della ‘valanga rosa’, con Manuela Moelgg che sbiondazza tra la gente pronta a far pali; poi ci tuffiamo nella corona di cime che lambiscono la Val Senales, paradiso dello sci e degli allenamenti, ma anche porta d’entrata di un mondo tutto da scoprire e con giri di più giorni da farsi venire l’acquolina in bocca. Con una logistica ben studiata si può evitare di andare in macchina in Austria, compiendo la circumnavigazione dell’Europa, e percorrere itinerari di tutto rispetto e di gran soddisfazione.

Scendiamo sino a lambire il contrafforte della Croda Nera, dove iniziamo a pellare in un ambiente glaciale molto suggestivo; la seraccata incombe infatti sopra di noi, ma si passa nel mezzo agevolmente puntando il colle che separa la Final Spitze dalla Cima di Finale.

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Certo la neve non è molta ed il fatto di vedere già il verde del ghiaccio a 3.400 mt non è proprio entusiasmante. Nel frattempo la ventazza fischia nelle orecchie ed ogni tanto soffia fastidiosa, ma stavolta almeno a favore. Se avessimo un paio di vele, saremmo in cima in dieci minuti.

Dopo il pianoro che sovrasta il ghiacciaio pensile arriviamo al deposito sci, per iniziare la cresta che in circa 20 minuti conduce alla croce di vetta; qui necessario spostare gli organi del corpo tutti in basso e mantenere in alto solo gli occhi, facendoli ballare bene….in modo da stare ben inchiodati a terra e attenti a non finire “a basso”: da una parte i danni sarebbero notevoli, dall’altro il cucchiaino servirebbe a poco, visto che ci sono più di mille metri di baratro.

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Vista semplicemente fantastica su un bordello di cime: dal Similaun alle bellissime Cime Nere, dalla Palla Bianca alla Wildspitze ed in lontananza alcune delle cime che ben conosciamo come Gran Zebrù ed Ortles. Il punto di osservazione non ha eguali ed è giustamente citato anche nelle relazioni si salita.

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Scendiamo raggomitolandoci nuovamente al deposito sci (non prima di aver aspettato Giò che ha fatto il giornaliero sulla spalla finale!) e prendiamo la strada del ritorno. Neve tutto sommato invernale anche se poca, ma bella discesa che culmina sui pianori sotto il rifugio. Qui esce quel poco brianzolismo che ci siam portati dietro: chiediamo allo skiliffaro se ci fa fare un giro sull’impianto per poi scendere al rifugio anziché salire…..nulla, qui sono fiscali ma è giusto così. Pelliamo ed arriviamo al Rifugio Bellavista. Struttura notevole dal costo un po’ alto, ma con dentro alcuni servizi tipici, come la sauna. Chi dorme, chi beve, chi kazzeggia……e chi si sauna!

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E’ tutto diverso rispetto a noi ed ai nostri posti; qui la gente vive anche di queste cose e quindi la probabilità di vedere giovani che fanno alpinismo e scialpinismo aumenta. Qualcuno di noi ne approfitta e si dedica alle pratiche locali…..

Facciamo passare il pomeriggio e cerchiamo di capire bene la meteo per la domenica, visto che la Palla Bianca o la Cima di Vallunga sono le nostre prossime mete. In realtà vorremmo andare anche in Austria per poi tornare, ma occorre meteo stabile e valutare tutto. Il rifugista ci conferma che la ventazza salirà (raffiche a 60/70 km/h) e quindi lasciamo che la notte porti consiglio. Sono le 6.30 quando ci svegliamo e ci accorgiamo che i letti sono tutti spostati, sarà stato il vento? Purtroppo si.

Tergiversiamo all’interno di una spettacolare colazione e poi decidiamo di andare ugualmente, passando da Punta della Vedretta, che immette nell’Hintereisferner, lunga e splendida lingua glaciale che porta verso la Palla Bianca. Le raffiche rompono i mmaroni e fanno capire che la trippa per gatti c’è, ma è jazzata e che il buon senso ormai si è fatto fottere. Si decide per il rientro.

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Di solito quando c’è il “promontorio” è cosa buona e giusta, ma quando c’è la “saccatura” è proprio vero: le balle toccano terra! Arriva il momento che il vento ci causa la “sfracellatura scrotale” e ci fa desistere: summit nella hall del rifugio, occhiatina alla meteo per il lunedì e decisione finale. “Se femm!?” VADA-VIA-UL-KU’ e torniamo.

Alcune note di rilievo:

  1. Boris è stanco sempre all’inizio, poi va in scimmia! Si lamenta del peso, ma poi scopri che ha con sé anche tutto il kit per ricaricare pile e strumenti informatici vari;
  2. Il discobolo sarà probabilmente uno dei nuovi simboli della VDS, ammesso che si riesca a capire come lanciava il disco (o barattolo del Koccolino!);
  3. Qui è tutto Otzi mania;
  4. Gli attacchini sono una goduria, parola di un Diamir-dipendente! Ed il peso in meno si vede e si sente.

Non ci resta che tornare, magari mangiando un paninello…….e inizia il Festival del Camogli (“dove Otzi andiamo?”), ossia la ricerca di un posticino dove appoggiare le terga stanche. Passiamo tutta la Val Pusteria alla ricerca di un posticino carino ed accogliente. Merano si ferma per noi, il Passo della Mendola unito al Tonale ed allo Stelvio non sono sufficienti e quindi non ci rimane che un Autogrill skrauso di bestia per chinotto-coca-birretta ed un paninazzo alla facciazza della gita.

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Partecipanti: Anna, Stefy, Ronnie, Teo, Max, Andrea, Boris, Giò, Luca e Patajean.

by Patajean

 

 

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PALU…MA LA CORDA C’E’ L’HAI TU?

aprile 10th, 2017

DSC_7528boh… chi c’e’ l’ha, la tiene.

Super Palu, giornata fantastica, temperatura mite, neve portante con tratti di farina, crepacci evidenti e raggirabili.
Siamo partiti speranzosi e oltre al regalo del prezzo funivia (per modo di dire), 25 euro al posto di 35 dichiarati, abbiamo incontrato condizioni perfette.

Tra tutte le volte che ho fatto questa salita non ho mai trovato queste condizioni.

Unica lacuna… la risalita al Diavolezza in quanto preferibile che spallare per 4-5 km ad arrivare al trenino.

Ci abbassiamo alla partenza del ghiacciaio su neve ghiacciata e con tratti esposti e sassosi.

Chi le lamine non le aveva si è accorto.

Partiamo e pian piano superiamo i due salti crepacciati.

Arrivati al colle depositiamo gli sci e, ramponi muniti, ci apprestiamo alla salita della cresta che si presenta in ottime condizioni, non ghiacciata ma ben tracciata. Utile la picozza e una racchetta per la progressione. Giunti sulla prima cima non ci accontentiamo e proseguiamo per la seconda. Scendiamo con incroci di gente che sale, e calzati gli sci godiamo la discesa su ottima neve evitando i crepacci abbastanza evidenti vista la conformità del terreno. Arrivati sotto il Diavolezza decidiamo nonostante la malavoglia di risalire sotto un caldo infernale e su neve bagnata. La fatica viene nettamente ripagata da una discesa sul pistone da favola con soltanto la parte bassa con neve un pò marciotta.

Partecipanti: Anna, Giovanni, Andrea, Luca, Gigi, Enrico e il sottoscritto.

Bye.

Pier

 

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