LA MONTAGNA CHE NON TI ASPETTI – PIZ JULIER 3.380 MT.

Questa coda d’estate sta regalando scorci di meteo da paura e uscite divertenti. Il Piz Julier è la classica montagna che non ti aspetti e che ti lascia un po’ basito, anche di sabato. E’ un po’ come la montagna dei cartoni animati: pensi sia finta e invece c’è la cima, ma c’è anche la via per salirla ed ogni volta ne scopri la forma; se ti capita di cadere ….fai sicuramente la nuvoletta “alla Willy il Coyote”. Da nord è abbastanza inaccessibile viste le pareti troiajose che lo sorreggono; da ovest è peggio che andar di notte, anche se magari qualche itinerario è stato fatto.
Meteo Engadina è come Tom Selleck in “Carabina Quigly”….non sbaglia un colpo e quindi partiamo e facciamo tutto “a vista” ed in giornata. Partiamo da Lissone questa volta e dopo aver recuperato Tronchetto e la sua fedele mogliettina in Chiavenna, ci dirigiamo verso il passo “del Brutto Julier”! dove parcheggiamo la fedele auto. Qui….o meglio, a Chiavenna, potremmo aprire una parentesi talmente grande da non riuscire più a chiuderla….quindi facciamone a meno e cerchiamo, senza parentesi, di sintetizzare quanto accaduto. Di solito la legna migliore la trovi in Canada, ma è lontano! Di solito te la fai portare, perché pesa e non hai il mezzo; di solito e già che ci sei, te la fai scaricare. Qui invece la leggenda dice il contrario e la storia lo conferma: S&S (Silvano e Stefania per la cronaca) lanciano un pronti contro termine sulla legna, ma l’unico broker capace si trova nei dintorni di Varese. Scambiano 2 fiammiferi e vincono 10 quintali di legna fresca e buona da ardere, tagliata bene e della lunghezza richiesta dal camino di Rasdeglia! Morale, partono col potente mezzo (ci sono 2 esemplari in tutta la Lombardia!) raccolgono i 10 quintali, li caricano in maniera puntigliosa (quasi maniacale, direi!) “tronchetto by tronchetto”, partono ma anziché tornare da Varese, fanno la circumnavigazione della Svizzera per uscire allo Spluga. Il guadagno sul costo della legna viene risucchiato dal costo del carburante, dal rischio per carico esoso e mitigato dal rischio del mancato bollino svizzero per l’autostrada. Insomma un caos che sicuramente creerà panico e farà aprire già in perdita le Borse asiatiche domani mattina!!!!
Li troviamo a Chiavenna al Povero Diavolo, bar centrale e poi li carichiamo, lasciando il potente mezzo in un parcheggio: un’auto piena zeppa di legna (mancava un tronco nel carburatore ed uno nel serbatoio e poi non c’era più spazio da nessuna parte), lasciata circa 9-10 ore sotto il sole cocente, significa funghi freschi a pezzettoni e sauna al faggio da far invidia alle Svedesi!!!

La nostra macchina, invece, quella che ci ha portato a destinazione la lasciamo poco prima del Passo dello Julier e non c’è quasi nessuno, almeno fino a quando calziamo le pedule. Poi, si scatena l’inferno che durerà tutto il giorno: pullman, moto e macchine….quasi come Lecco. A Monza durante le prove l’aria in confronto era cristallina.
La salita al Piz Julier si svolge in circa tre tempi: il kagajo sassoso, la paretina triturata e il crestone finale.
Il kagajo sassoso dura praticamente quasi un paio di ore ed è necessario per arrivare alla Fuorcla Albana a circa 2.850 metri rispetto alla faccia della terra. Peccato che noi abbiamo fatto gli sboroni e tagliato l’ultimo tratto, salendo dritti su una parete fatta di ghiaia, dove ad ogni passo in salita contavamo un paio di metri a ritroso. I piedi sprofondavano addirittura nella terra-ghiaia. Guadagnata la cresta, inizia il bello ed è qui che c’è la montagna che non ti aspetti. Vedi la cresta immensa e pensi sia uno scherzo; invece ci puoi salire quasi senza problemi, in quanto un sentiero è stato creato da fondo a cima. E’ richiesto quel minimo sindacale di attenzione ed assenza di vertigini; in un paio di punti, se ce l’hai lì dietro i calzoni, rischi proprio che sia un attimo!!!

Vista favolosa e ghiacciai che vanno al vento; ormai siamo messi sempre peggio e resistono solo quelli a Nord, infognati e nascosti, ma assai ridotti rispetto a quelli veri. Davanti a noi ormai le solite e “noiose” pareti incappucciate di ghiaccio del Bernina, però noi oggi siamo interessati a scoprire angoli nuovi e nascosti alla vista comune e di tutte le volte in cui passiamo di lì, ma non a piedi.

L’Engadina è una cosa incredibile perché si spazia dal verde gemma al granito fantastico, poi si arriva alle pinete e all’acqua azzurra del lago per poi finire nella zona in noi eravamo che sembra più un paesaggio lunare, senza un albero. La valle del Suvretta sotto di noi e le profonde vallette che portano al Bever sono praticamente e solo un prato unico senza ombra di alberi e/o fogliame!
E pensare che quando abbiamo passato la Dogana di Villa di Chiavenna il paesaggio è cambiato la prima volta. Gli svizzeri lì (ma sono svizzeri quelli?) pettinano i prati, lucidano le strade proseguendo il lavoro dei pavimenti di casa e mettono la cera nei ruderi di bivacco. Robe dell’altro mondo.
Con noi oggi anche Attilio da Lissone, un uomo che sicuramente ha ragione e mi fermo! Un uomo che non potrebbe mai lavorare in un’Agenzia Viaggi: sarebbe capace di far partire tutti gli aerei vuoti!!!!!!!!!
Le sue teorie (e non solo) domestiche sono state apprezzate lungo tutto il Lago del Maloja. Potrebbe tenere una lezione universitaria sulla gestione degli spazi, che lui tra l’altro sa gestire bene anche per lavoro!

Sulla cima incontriamo un gruppo di stranieri di poche parole e i soliti italiani ciarlieri, un gruppo misto della Brianza che, dopo aver ricevuto una foto dal sottoscritto, ci offre un bel cichetto da degustare.
Ripartiamo dopo esserci satollati di buon grado. Il ritorno serve solo a rammentare l’incredulità della solita cresta e a sciropparsi i sassi dell’andata. Qualche passo aereo viene “azzerato” e poi in scioltezza verso il Passo. Alla macchina le scene non cambiano: ci sono sempre centinaia di pullman che vanno e vengono e si intravedono anche quei pazzi scatenati che fanno surf con la vela sul lago. E’ un miracolo se non fanno una “centra” tra loro. L’ultimo atto è sempre il solito da queste parti. Non si può non imbottigliare almeno una decina di bottiglie dell’ “acqua del pata” (…dal 1.882!!!). Ormai una tradizione. Mi serve per riempire la fontana che ho a casa.
Preso di mira da una puledra italico-simpatica, lancio un paio di contro-risposte alle sue provocazioni e l’aspetto in ufficio per sentire da lei il sapore di fresco che vi aleggia dopo aver stappato l’acqua di Bondo!!!!

E comunque ricordiamoci che la meteo è sempre funzione degli occhi di chi guarda il cielo…..se siete in giro con gente dagli occhi azzurri, vi va bene; se, invece, siete in giro con occhi marroni…………!
A presto sugli stessi canali e senza pubblicità.
Stefania, Silvano, Attilio e Patajean.
PJ

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