LA DELUSIONE….MITIGATA!

Cima della Bondasca –> Piz Paradisin (Rif Saoseo).

CHE GITA!!!!

“Non dire Bondasca…..se non ce l’hai in tasca!”, questa è la frase con la quale dobbiamo necessariamente cominciare questa volta.

La delusione è tanta, anche perché ormai sono circa dieci anni che alcuni di noi cercano invano di salire questa cima che non è importante, ma di più. Sono stagioni che qualcuno cerca di arrivare al mitico Bivacco Tita Ronconi, che è meglio della Statua della Libertà.

 La Bondasca ha già di per sé un nome che è un fascino, “abita” in un posto che anche a vederlo cento volte trasmette sempre lo stesso tipo di brivido.

E’ “un vaso di coccio in mezzo a vasi di ferro” e non si può dire il contrario, visto l’angolo in cui si trova e viste le cime che la circondano; è come vedere una Patagonia in miniatura, con una cima “leggermente dolce” in mezzo a corazze granitiche dalle forme più disparate, ma così affascinanti che anche dopo trent’anni che passi di lì, un’occhiata gliela devi dare per forza.

Ormai era tutto pronto, con un “viso pallido” ancora indeciso all’ultimo minuto, ma la Bondasca è la Bondasca.

Abbiamo persino organizzato il “pullman” per andarci, ma…….ma un momento che lo spiego!

Siam partiti carichi (nel senso del peso!) da casa e dalla Brianza, dove ogni mattina qualcuno vede la foto del Rosa e dei Mischabel stampigliata sul parabrezza e quindi se qualcuno gli fa notare che è uno spettacolo, lui ne esce abbastanza moscio, quasi che l’effetto “visione” sia come far pipì di sera sulla staccionata di un vicino: emozionante, ma roba da vecchie generazioni.

 Dopo aver cercato invano la faccia “del Barzaghi” impegnato con la protezione civile ed il soccorso alpino lungo le strade della Brianza Lecchese, ci infogniamo sul lago e facciamo visita a tutte le panetterie che ci sono tra Colico e Chiavenna alla ricerca di pane!

A Prata la “prestinaja” per servire Renzo si è “auto-ciulata” le michette dai sacchetti già predisposti per i clienti; cosa non si fa per portare a casa la pagnotta, incredibile.

Arriviamo a Bondo forse tardi o forse presto, parcheggiamo “molto subito” (per me se c’era posto sulla provinciale, avrebbero messo il furgone lì!!!) e quindi anche le budella si atapirano “molto subito”.

Prepariamo i sacchi con tutto il dovuto, il peso si fa sentire; la neve non c’è chiaramente e quindi bisogna spararsi circa 1300 mt fino al rifugio (di cui 400 con gli sci sulle orecchie!).

Partiamo e…..come al solito non passiamo inosservati, quanto al baccano e alle cazzate che volano, volano là dove le può sentire anche “la sciura della Sciora”, che abita proprio dove siamo passati noi.

Sentiti gli scarponi sul ciottolato, ha aperto le finestre di casa e ci ha detto: “Guardate che non vi conviene salire dato che sono già passati in 22 e, come sapete, i posti nel bivacco invernale sono 10!”. Che sfiga!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!

Un colpo al cuore, una mazzata sulle gengive, come sparare sulla croce-rossa!

Non sapevamo più cosa pensare; non sapevano più come reagire, lo scoramento era ai massimi livelli.

 Veramente una fitta tremenda, anche perché la giornata era da far invidia al bel tempo stesso; abbiamo messo giù un “pivone” degno dei bambini piccoli: non potevamo piangere perché non stava bene, ma il morale è tornato in Brianza!

Anche le parole della sciura (marpiona!) del tipo: “ma venite su d’estate che è più bello!”….sono state mandate letteralmente, scusate la volgarità, “ a dare via il kulo!”.

Avevamo già fissato la strategia, con un Campo 1 poco sopra il rifugio, per evitare di portare in cima le cose inutili, avevamo già pensato a tutto, a come tener lontani eventuali intrusi, ma alla fine gli intrusi eravamo noi.

Cosa sarebbe cambiato se fossimo arrivati presto, molto prima? Probabilmente nulla, anzi.

Abbiamo convocato subito una riunione straordinaria (un CdA all’ultimo minuto!), abbiamo predisposto un’Unità di Crisi (con Joker a fare da segretario) e, stese le cartine (senza le quali ci sentiamo perduti!), abbiamo setacciato le alternative. Abitare in una zona come la nostra è come portare a casa sempre un premio, nel senso che se ti va male qualcosa, hai sempre un’alternativa e questo non è bello, ma bellissimo.

Nel giro di quindici minuti avevamo in tasca un nuovo mazzo di carte, con quattro assi nuovi.

E’ quasi come lanciare una boascia in una casa con la finestra aperta per fare uno scherzo; un gioco da ragazzi ed un godimento assicurato.

Dopo aver chiamato telefonicamente la Boval (al cui numero rispondono minorenni infuocate e/o reparti sconosciuti di ospedali grigionesi), eccoci puntare sul Saoseo (che non è un rifugio brasiliano, non è una favela e non ci lavora neanche Ronaldo, anche se ne avrebbe bisogno insieme ad Adriano!).

E’ semplicemente un posto meraviglioso, selvaggio al tempo stesso, con un rifugista che conosciamo bene, per averci trascorso anche qualche “ultimo dell’anno”.

Ripartiamo con Renzo a fare da Caronte verso il Bernina; ma…..voi vi siete accorti della quantità di neve che c’è in giro? Avete misurato a occhio il quantitativo del manto nevoso ancora presente sulle cime delle Alpi? Vi siete accorti dei metri ancora stampati sulle rocce e dei metri di cornici che alcune cime hanno ai primi giorni di maggio?

Senz’altro qualche lustro fa era la normalità, ma c’è da aver paura! A Bormio le vacche brucano l’erba, a Livigno le vacche stanno ancora fumandosi la polvere bianca fino in paese!

Godiamo di questo momento e speriamo che la stagione duri ancora a lungo, al di là delle bellezza della neve che si può trovare nello scendere dopo una bella gita.

Se andiamo avanti così, a settembre va via quella attuale ed il giorno dopo ricomincia quella della nuova stagione. Speriamo solo che non faccia troppo caldo nei prossimi mesi: i colori tersi e la temperatura mite di questi giorni, fanno venir voglia di lasciar perdere la casa e vivere all’aperto.

Passiamo nel fresco della Val Bondasca e ripassiamo un po’ di storia e cultura, dal “verde Engadina” ai sassi “che limonano”, alla “cavalla golosa” del Lac de Lej, per finire alle acque del Lago Bianco e Lago Nero, che come gli alpinisti sanno hanno le acque che si gettano sia nel Mediterraneo sia nel Mar Nero (al Passo ci siamo fermati per controllare che le gocce asiatiche non si mischino troppo con quelle “dei teroni”).

Se vi sentite così ignoranti…….la prossima volta fatelo anche voi; vi possiamo assicurare che starete meglio, con voi stessi e con la vostra materia grigia che vi ringrazierà.

Dopo aver visionato i soliti posti immersi tra i ghiacciai della Val Roseg e la Val Morteratsch (Renzo giustamente atapirato per i continui “guarda lì, guarda là, vaaa che roba” non ne ha potuto più e si è fermato per vedere anche lui qualcosa che potesse dirsi “la sua parte”! visto che l’unica cosa che non ha mai smesso di guardare era il parabrezza col volante), eccoci prodighi di consigli per quelli (passati per caso con l’auto) che da lì vogliono andare a Livigno……..peccato che la Forcola non è ancora aperta (la strada manco si vede!!!!) ed il giro che quegli scannazzati hanno dovuto fare non sarà ancora finito adesso (….fan kulo anche Joker e le sue dritte!).

Arriviamo ben presto a Sfazu, che non è in Sardegna, ma poco più in basso del Passo del Bernina, dove lasciamo il Renzo’s Truck of the Year; usciamo centinaia di migliaia di kg di attrezzatura ed altrettanti di cibarie, che però vanno smaltite, per evitare pesi inutili. Quindi ci adagiamo sul prato del parcheggio in uno spuntino niente male, condito con un paio di wurstel…..

Partiamo con gli sci in spalla, sapendo che forse riusciremo anche ad indossarli ed è così dopo circa una mezz’ora. Poco dopo un’ora e mezza siamo da Bruno, il gestore che ci accoglie alla sua solita maniera; modi cortesi e quasi fossimo suoi ospiti tutte le domeniche. Dopo alcuni consigli pratici (soprattutto a Joker di lavarsi la faccia prima di coricarsi!) ci mostra il giaciglio, costituito dal bivacco invernale…..alla svizzera, quindi con tutti i comfort del caso: c’è persino il servizio da 24 e una affettatrice!!!!!!!! Per non parlare delle padelle e di tutto il resto: ordine e pulizia!

Uno spettacolo che deve essere apprezzato e pubblicizzato; da questo punto di vista tanto di cappello, anche perché quando si va in giro e ci si trova ad aver bisogno, fa proprio piacere avere a disposizione tutto l’occorrente.

Cominciamo a trastullarci in attesa della cena, tra un pezzo di torta ed una birretta…….il chinotto non c’è (ahinoi!).

Mangiamo bene come al solito e conosciamo un po’ di gente, anche italiani. Peccato che una del gruppo fosse come una mosca sulle chiappe della vacca:……………..ronzava solo lei!!!!! Noi cercavamo di essere la coda (della vacca, s’intende), ma senza grosso successo. Ad un tratto le balle di tutti (tranne quelle di Stefania, per ovvie ragioni…ndr) ci hanno supplicato di abbandonare il tavolo per andare a dormire!

Il tempo di chiarire dove andare, come andarci, a che ora svegliarsi e siamo tutti in mansarda sotto comode coperte; qui è sempre un momento particolare.

Questa volta mi viene in mente solo che sembrava di essere stati un po’ di ore all’Ippodromo! Ogni tanto qualche nitrito di ampio respiro, ogni ora un paio di ragliate di alta quota (quasi che la biada fosse un optional della mangiatoia), poi ancora un paio di nitriti da far west e finalmente la sveglia.

Colazione degna di un hotel e poi un pio di cinque minuti di “camera a gas” per mettersi gli scarponi: un attimo più tardi e l’arrivo in cima sarebbe stato sottoposto a “doping” per questioni legate allo stato di “trans da odore”. Terribile.

Partiamo con le montagne intorno che sono infuocate dal sole e dalle nubi, col vento che ben presto si fa sentire in maniera fastidiosa. La Val Mera è ondulata con pendii che sono accettabili almeno fino ad un centinaio di metri dal Passo omonimo, dove il terreno si è fatto ostico ed i coltelli hanno fatto la loro comparsa. Passiamo un tratto a 30° abbondanti, con le sole lamine a fare tutto il gioco da sole.

Nel frattempo abbiamo dovuto indossare tutto il necessario per ripararci da un freddo bastardo!

Il Corn da Camp vi consiglio di vederlo almeno una volta nella vita: impestato di neve non vi fa staccare gli occhi di dosso, soprattutto per cercare la via di salita. Sembra inaccessibile, invece c’è un bel trucco.

Bruno ci ha dato indicazioni precise su dove e come attraversare la dorsale che porta in cresta al Piz Paradisin di 3.302 metri dove, dopo vari tira e molla, la coscienza e l’estro alpinistico ci hanno suggerito di optare per il Colle della Pala come soluzione alternativa & ragionevole. Vista spaziale e pendii notevoli per una sciata che si annunciava gratuita e dal palato fine, soprattutto in vista del Canalone Scispadus, dal nome imponente quanto il colatoio iniziale dal quale “kagarsi giù”!

Nel contempo vediamo altri remagi che si prodigano nel raggiungimento del colle da cui lo Sciaspadus ha inizio: un canalone di oltre 1000 metri che termina sulle foreste canadesi che avvolgono il Lago di Saoseo! Uno spettacolo “double-face”: che lo si guardi dall’alto, prima di partire, o dal basso (dopo essersi leccati i baffi dall’emozione!), non cambia. Una roba bestiale. Cambia solo il colore: quando parti sei solo un po’…..più marrone di quando arrivi in fondo.

L’emozione……..ha sempre quel colore………………però poi ci prendi gusto!

Il sole ormai spazia abbondantemente in un cielo azzurro da paura; fa un caldo pazzesco e dobbiamo solo trovare un traccia accettabile nella foresta.

Salvo qualche krucco in giro, ci siamo solo noi. Arriviamo tranquilli al rifugio, dove ci aspetta lo zaino da far fuori, oltre ad un bel po’ di gente che nel frattempo è arrivata.

Qualcuno ci chiede cosa e dove siamo andati e se abbiamo preparato la traccia.

Ai tavoli c’è sempre la “straccia-bigoli” che non ha ancora finito di parlare (non si può neanche dire “del più e del meno” perché come minimo bisognerebbe metterci dentro anche il resto della geometria e magari anche della matematica finanziaria).

Alle 13.00 dobbiamo mollare il colpo, anche perché questo essere femminile ormai ci ha trapanato (per non dire dilaniato) i mmaroni.

Qualcuno ha imparato ad amare la suocera!!!!!!!!!!!!! Incredibile.

L’ultima parte della discesa è semplicemente un gioco; Bruno ci ha suggerito una discesa alternativa, fatta su di un pendio con un minimo (ma minimo, però!) sindacale, noi dal canto nostro sappiamo che incontreremo Zanna Bianca che sarebbe diventata d’improvviso la nostra mascotte.

Scherzi a parte la discesa alternativa del bosco ci ha rilassato non poco, almeno fino alla fine, quando siamo finiti in un angolo particolare, di vegetazione fitta, di ponti di legno sul torrente e di sentieri di fate.

Giungiamo stracchi al furgone e ci rifocilliamo alla fontana sulla strada.

Torniamo da Tirano visto che si annuncia più corta; dobbiamo anche “scaricare” Stefania che trascorre buona parte del viaggio in compagnia dei suoi occhiali “al plasma” e che a Colico è attesa dalla sua dolce metà. In confronto ad Ambrogio (quello dei Ferrero Rochers!) Silvano è un signore…….però abbiamo poi verificato che “sulla Torpedo rossa” aveva una bicicletta; secondo noi a Dubino si è fermato, ha tolto il frac (di Ambrogio) e ha fatto salire Stefania fino ad Isola in bicicletta!!!!!!!!!!!! Che eleganza, da ammirare.

Questo non l’abbiamo potuto verificare, ma cercate di farvelo spiegare da lui in una sera al cai (…..dopo la birra però!).

Baci & abbracci a chi anziché tornare si dirige nuovamente verso la Val Febbraro e poi nuovamente in moto verso la mitica Brianza Valley, sempre verde e sempre da ammirare per il colpo d’occhio.

Che dire: poco o nulla di più. Il divertimento c’è stato e non possiamo negarlo, andare ugualmente alla Bondasca avrebbe solo voluto dire fare una tagata micidiale, oltretutto sabato il tempo non è stato per nulla soave almeno fino alle 10.30

Non diamoci pena, prima o poi riusciremo a visitare anche noi quella benedetta cima. Magari l’anno prossimo la neve arriva fino a Bondo e la fatica sarà mitigata.

Adesso o mettiamo via gli sci o altrimenti bisogna metterli “in alto”.

Alla prossima avventura da Stefania, Lottar, Fattolo, GigiM, Luciano, Renzo e Patajean.

PJ®

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