L’E’ DULZA L’UGA….in sul Jazé !!!

Come si fa ad essere sempre contenti? Probabilmente qualche volta basta un nulla e poco per accorgersi che non è poi così difficile, oppure bisogna fare molto e impegnarsi di più con molti sacrifici, oppure ancora basta riuscire a vedersi il fondoschiena. Qui però sta il problema: è un andare in “loop”, perché è praticamente difficilissimo riuscire a beccare il momento giusto. Lo scatto tra “lui” & “voi” è quasi sempre automatico e sincrono. Comunque provate: qualche volta succede e allora si capiscono molte cose!

Dopo una bellissima vacanza trascorsa insieme nelle Dolomiti, spesso a contare le gocce cadute, ma spesso anche operativi nelle zone più impensate, figli/e comprese, decidiamo di trascorrere un ultimo weekend a Chamonix, sempre che “Nuvolo” ce ne dia modo. Dormiamo per tutta la settimana del 26 agosto con un occhio spetasciato sulla webcam per evitare che la meteo ci sorprenda e finalmente carpiamo il momento decisivo per sferrare l’attacco: venerdì 31 agosto e sabato 1 settembre sono anche i giorni ideali, quelli dai quali capirai molte cose:

  • l’allenamento sarà in seguito talmente bello……che dovrai usarlo al lavoro per attraversare i corridoi da un ufficio all’altro;
  • le spalle le metterai a disposizione dei co
  • inquilini dove abiti, per portare la spesa in casa (soprattutto la loro);
  • i bicipiti serviranno per accarezzare il gatto……..(per l’ultima volta!!!).

Ecco quindi che imbracciamo l’auto alle 5,00 della mattina per essere concreti & contenti sin dalle prime luci dell’alba; il problema è che alle 5,00 a Desio piove che Dio la manda!!!

Tranquilli!, quando “noi si va in Bianco” di solito le sorprese sono sempre in agguato e quella stupenda sensazione che il bello non è solo da assaporare, ma da sciampare poco a poco, si materializza mano a mano che ci spostiamo verso ovest (verso il vecchio west!). “Nuvolo” viene verso di noi e noi trapaniamo la stratosfera alla ricerca del tunnel, sicuri che prima o poi l’ultima schermata con la scritta “The End” si porti via quella quintalata di nubi cariche di acqua, che stanno andando a far visita alle Dolomiti.

In effetti ci sembra di aver già visto una sceneggiatura simile qualche tempo fa. Comunque a Courma (come dicono i fighetti!) il sole è sdraiato e se la tira, mentre si gode una “seven up” con la cannuccia….pensate che ad un certo punto, proprio nei pressi di Chamonix, ci strizza perfino l’occhio!!!!! E’ allora che capiamo la sintonia, è quello il momento in cui ci capiamo al volo o, meglio, capiamo che possiamo andare tranquilli.

Lasciamo la diligenza parcheggiata nei pressi della stazione del trenino rosso e partiamo carichi come muli; purtroppo quando ti muovi in queste zone non puoi pensare di essere troppo leggero….non ce la fai perché è il materiale stesso che fa a botte per esserci, per non perdersi neanche un minuto di certi panorami e/o certe salite!!!

Avete mai controllato i rinvii lasciati a casa, quando tornate???? Provate a rimanere sdraiati al loro fianco, mentre si fanno raccontare dagli altri quello che hanno fatto.

L’unico modo per riuscirci è non pensarci, staccare la spina del peso fino a quando non sei al rifugio, ma non è facile. Dovremmo percorrere il ghiacciaio per circa 2,5 ore per poi imbracciare una ferrata molto esposta che da Les Egralets ci porta verso il ref Couvercle a 2.600 mt circa (quota per antonomasia molto critica per l’universo e la mente femminile!, ma che ci vuoi fare. O le prendi così, o “le fai fuori”), ma noi, forse un po’ “spinti”, vorremmo fare una capatina verso quella montagna a forma di “M” che ha una bella ed invitante cresta e che si trova giusto di fronte al couloir Spencer; camminiamo per ca 2,5 ore sopra sassi lichenati fino a raggiungere un piccolo balconcino con un monumento a Eric Escoffier (uno dei tanti pazzi francesi che ne hanno combinate di cotte e di crude negli anni ’80-’90!): da qui era come avere il decoder per il National Geographic. Ci è piaciuto talmente tanto che ci siamo visti il primo ed il secondo tempo e poi anche un paio di puntate precedenti.

In qualche modo sapevamo che la giornata era a disposizione, ma non si poteva pretendere di spaziare fisicamente nello stesso modo in cui lo si era appena fatto con la mente.

Purtroppo quella via non era così lunga, ma la discesa verso il ghiacciaio di Nantillons ed il ritorno al Montenvers per poi galoppare verso il Couvercle, avrebbero rischiato di tagliarci le gambe; d’accordo essere veloci, d’accordo l’essersi inchinati di fronte a Escoffier, ma non abbiamo nessuna intenzione di imitarne le gesta (soprattutto quelle del dopo!!!). Il nostro obiettivo era di riempire la giornata……e non qualcosa d’altro!

Avremmo anche volentieri cambiato itinerario, vista la quantità di cose da fare, ma volevamo tenere come obiettivo il punto più panoramico del Monte Bianco: il Moine! 

Andate a cercare la foto della “vera cima”. Quella più famosa è forse la foto del fortissimo Claudio Barbier che è abbracciato alla moglie o morosa molti anni fa!

Quindi approfittiamo per fare qualche scatto da cineteca e poi facciamo dietrofront ancora una volta verso la stazione del Montenvers.

Tutte le volte che si viene qui aggiungono qualche scala per raggiungere il ghiacciaio: ecco un altro motivo per “andare in Bianco”! Ecco un altro motivo per “scendere così in basso”. Sempre meglio adesso che in futuro, quando sarà veramente triste.

Quando mettiamo piede sul jazé è come andare alla festa di quell’amico che ha la casa più bella: appena varcata la soglia guardi estasiato come si presenta e come è arredata! Qui entri nel cuore di un massiccio unico al mondo, piccolo ed immenso al tempo stesso, rosso e bianco a seconda di cosa vuoi vedere, dolce ed aggressivo…..appuntito di bestia quando vuoi, e da qualsiasi parte guardi (se ti piace!) non puoi che rimanerne stupito.

Per festeggiare il momento sorseggiamo acqua e mangiamo uva:…l’è dulza l’uga!!! Ma ci accorgeremo, ben sapendolo da anni, che non sarà così.

Arriviamo stanchi presso Les Egralets, punto di snodo fra il ramo del ghiacciaio che sale alla Leschaux e quello che sale al Requin, pronti per arrampicarci sulle scale metalliche molto esposte e qui Brontolo comincia “la saga dei 3 giorni”…..”Eh, à l’è cumé nà in Grignèta!”

Da quando siamo partiti non facciamo che sentire rumori metallici, come se qualcuno avesse portato dietro la casa!!! Cominciamo ad immaginare montagne di rinvii che escono dallo zaino, friends che traboccano dalla sacca del materiale…..addirittura la zona della cantina di casa, che esce dalla tasca laterale!!!! Ma come si fa??? E poi magari, dire al socio “cosa porti? Che il resto lo porto io” no, eh? ….vero?

Arriviamo al rifugio cotti marci, ma rimane il tempo per dare un’ulteriore occhiata in giro: è un balcone incredibile, visto che dalla Verte al Bianco e dal Bianco alle Aiguilles de Chamonix non te ne perdi una. E’ persino meglio che guardare nello stesso buco in cui Pierino spiava Edwige negli anni ’70, il che è tutto dire. Meno male che gli occhi non devono pagare pedaggio per rimanere aperti!!!

Mettiamo tutto a stendere, noi compresi, in attesa dell’assegnazione della stanza, che tuttavia non tarda ad arrivare: siamo in un camerone tutto per noi!

Scendiamo cercando un po’ di calduccio, poiché il freddo arriva anche se è fine agosto, ma soprattutto cercando (o immaginando!) il cibo che ci aspetta. Ormai sappiamo che quando andiamo in Svizzera o in Francia il cibo è quello che è, ma soprattutto che il carboidrato viene svilito a mero contorno!!!! Che tristeeeezzza.

Come si fa ad immaginare un maccherone in fianco ai cornetti o alle melanzane, senza il suo sugo sopra?  E’ come immaginare la Vallée Blanche senza il Gran Capucin!

E’ come immaginare che la Canalis…è una gronda!

Comunque sono tutte chiacchiere, visto che quando hai fame, mangi tutto e stai zitto: la minestrina con dentro i blocchi di formaggio (veramente buono!!!) è poi risultata eccellente, mentre il wiskas alla carne un po’ meno.

Il resto è sonno puro in attesa della lotta. L’indomani partiamo nella nebbia alla ricerca dell’attacco della Cresta Sud; L’aiguille du Moine si presenta come un’immensa piramide: la si sale al centro per poi piegare a sinistra raggiungendo la cresta. Da qui poi, in cima; le relazioni dicono più o meno questo ed il rifugista lo stesso. Peccato che poi la parete è grande e la via te la devi cercare; c’è poco o nulla e l’uva non è più dulza!!!! Ma a noi piace così….almeno per un paio di volte all’anno!

E quindi via: 40° sul nevaio di attacco, salto della rimaye e via verso un mare di granito. Placche, diedri, camini, cenge, fessure, blocchi…..un po’ di tutto quel che si vuole, fino a quando esci in cresta. Peccato che il nostro caro rifugista si sia dimenticato di dirci che la cresta proprio nell’ultimissimo tratto era anche piena di neve!!! Il francese è abbastanza chiaro, meno chiaro è stato invece capire come passare per completare gli ultimi 150 mt di sviluppo che mancavano per completare il tour.

Da bravi brianzoli ci siamo caricati il “guaio” sulle spalle ed abbiamo inventato un’uscita sul filo della cresta, con difficoltà che però diventavano esponenziali.

Calcolando i tempi ed il ritorno ci rendiamo conto che il rifugio è sotto di noi di ca 750 mt, mentre il trenino del Montenvers è talmente piccolo e lontano che il trenino Lima in confronto gli bagna il naso! In montagna non c’è tanto tempo per sfogliar verze e quindi:

  • immaginiamo la via ideale di discesa, costellata di doppie da inventare;
  • noleggiamo una bella “roncola” da spaccare in testa al rifugista (si renderà conto qualche ora dopo delle bischerate raccontateci e cercherà a tutti i costi di farsi perdonare!);
  • scendiamo mesti in mezzo ad una nebbia tetra che comincia a salire verso di noi: non c’è nessuno se non il silenzio ed il freddo che comincia a ridere insinuandosi nelle nostre ossa!

Si lavora come dei dannati e ad ognuno il suo compito: chi scende a cercare il percorso, chi porta le corde per la successiva doppia, chi raccoglie le doppie sperando ogni volta che tornino dallo “zio”! Raccontato così sembra chissà che cosa, in realtà è pura normalità per chi fa queste cose. Abbiamo scelto di tornare, avremmo potuto anche risalire per la normale ad un certo punto, ma il pragmatismo che ci appartiene ci fa capire tutto il resto. Resta il rammarico per quei pochi metri, ma ora resta ancor più vivo il ricordo della nostra avventura in “quelle mura” , in quegli anfratti tra l’ocra, il grigio ed il rosso, in quei posti dove solo i nostri piedi e le nostre mani si sono ritrovati ad agire.

Del resto non c’era nessun altro, nessuno all’infuori di noi su tutta la parete.

Come una macchina perfetta portiamo le membra a valle inanellando una serie di doppie fino a quando ritocchiamo il nevaio alla base della parete. Qui c’ho messo due righe di word per raccontare una discesa, là invece ci abbiamo messo qualcosina di più.

Ormai è tardi e la prospettiva di dover pernottare ancora al Couvercle diventa certezza: in realtà abbiamo fatto di tutto per rimanere a mangiare il ben-di-dio che produce questa cucina.

Quando mettiamo piede sulla terrazza del rifugio non crediamo ai nostri occhi: mezza Francia si è vomitata in questo angolo di Paradiso! Ci sono talmente tanti remolazzi (“ça va?, oui ça va…ma dùman ça va à ca’ !”), che dobbiamo attendere il secondo turno per mangiare……ma l’attesa è propizia per un riposino, che schiacciamo dolcemente sulla branda che “dà direttamente sul Dente del Gigante”. Mi spiego meglio:

  • quando ti svegli il Dente appare già dalla finestra, magari sezionato dallo stipite della medesima, ma sempre bello è!;
  • quando esci …..la Nord delle Jorasses ti si schiaffa direttamente sul faccione;
  • se ti volti a destra, ti ritrovi incastrato fra i Satelliti del Tacul (o del To’ Kul?);
  • se ti volti a sinistra non hai che da scegliere fra Verte, Droites e Courtes………che posto!

Sei fottuto e senza via di scampo! Anche a volere non puoi rinunciare a nulla.

La solita lamentela: “Eh, ….à l’è cumé vardà ul Grignùn”!!!

Mangiamo nuovamente come al Griso di Lecco, quasi meglio oserei dire e poi aspettiamo che il granito accumulato sulle palpebre durante la giornata si solidifichi e permetta agli occhi (esausti) di chiudersi beatamente, poiché se domani è ancora così….sarà un altro sacrificio!

Detto fatto! Prima però un altro piccolo episodio degno di essere ricordato se non altro per il ghigno di tutti quanti: durante la dormita “qualcuno”, attaccato alla parete, ha approfittato dei rumori molesti dei russatori, per trapanare la parete perlinata aprendo un piccolo varco spiatorio, con vista diretta sul cesso!!! Forse dei preparativi per la notte?

L’indomani era opportunamente otturato (quasi devitalizzato!!!), ma durante la notte a cosa sarà servito???? Chi può dirlo?

La mattina seguente è ormai quella del terzo giorno: già alle 7.00 le lunghe braccia della Valle Blanche ci bussano alla finestra, la solita, quella che quando levi il sipario ti fa vedere tutti gli atti del teatro di filata. Non osiamo uscire dal dolce far nulla distesi sulle brande, nonostante ci fossimo ripromessi di scendere in fretta.

Di notte li abbiamo sentiti tutti: quelli delle 2.30 in partenza per le Courtes, quelli delle 4.00 per la Punta Isabella, mentre quelli delle 7.00 più che sentirli li abbiamo presi a calci perché non ne volevano sapere di scendere dal letto!…eravamo noi medesimi.

Ricominciamo la solita saga del rifacimento zaino, dove tutto viene stipato alla carlona, poi facciamo finta di lavarci ed infine mandiamo giù qualcosa come colazione. Anche qui, ma possibile che qualcosa di commestibile sia così difficile da produrre? devi metterci tutta la tua fantasia per credere che una sporca fetta di pane possa assomigliare al miglior plum-cake, che delle prugne secche (scadute a giugno 2006!!!!!!! Addirittura) possano servire da miglior carburante lungo la marcia. Noi comunque non facevamo che vedere nutella ovunque! Chissà……..

Usciamo per i saluti, ma non ce la facciamo a partire; perdiamo ancora una buona mezz’ora di fronte alle Jorasses  prima ed alle foto sopra la pietra “coperchiale” che dà il nome al rifugio. Nel primo caso, grazie anche alle rifugiste ed al loro binocolo, ammiriamo estasiati i due che si trovano sul Linceul. Visti da lì sembrano su di un muro completamente verticale e bianco. Procedono abbastanza veloci e riusciamo a vedere che uno dei due è talmente scaltro e sgamato che procede con le dita di una mano nel naso!!! Poi, sempre grazie alla tecnologia oculare, perlustriamo tutti gli angoli che possano celare qualche alpinista impegnato su qualche via. Di solito vedi le foto sui giornali, sulle riviste, ma dal vivo fa sempre un certo effetto.

Nel secondo caso ci portiamo direttamente sulla pietra piatta che sovrasta il vecchio rifugio, per scattare qualche foto caratteristica; è come prendere un libro e salire in piedi direttamente sulla foto. 

In effetti non è che tutti i giorni capiti di vedere una situazione come questa.

Vabbé, ma adesso da che parte scendiamo, cosa facciamo?

Durante la colazione sentiamo quasi per caso che una delle ragazze che aiutano in cucina pronuncia un nome conosciuto mentre spiega ad uno degli ospiti da dove poter scendere; in effetti fino ad allora non eravamo ancora riusciti ad immaginare come riempire la giornata o la mezza giornata che ci serviva per arrivare al treno. Ecco che l’imprevisto diventa per noi terra di conquista: è il Balcon del Montenvers, praticamente possiamo scendere ma in direzione della Charpoua anziché da Les Egralets.

Questo sentiero è molto meno scosceso di quello da noi percorso 2 giorni prima e permette di restare a mezza costa, ammirando di fronte tutte les Aiguilles de Chamonix che si innalzano sopra il Requin e L’Envers des Aiguilles. Ci sono molte più scale, ma sono meno scabrose ed impressionanti di quelle già percorse. Rimaniamo “in quota” per molto tempo e passiamo in posti altrettanto belli di quelli appena visti. Cosa ci mancava per completare un po’ questo giro “migliorativo delle nostre diottrie”? Ma certo, la conca dalla quale appaiono i Dru o lo sperone su cui sorge la Charpoua. C’è gente che sale e quindi noi già si pensa alla fortuna che hanno di rimanere ancora un giorno in quei posti. Poi quiett quiett scendiamo proprio di fronte al trenino, anche qui per una ferratona inventata. 

Sono le 14.00 quando mettiamo nuovamente piede sulla banchina in attesa del treno; notiamo subito che la coda di persone è spezzata più o meno dove siamo noi……..senz’altro è l’odore che emaniamo, ma d’altronde che dire: “chi non fa non sbaglia & chi non si muove non puzza”. Chi se ne frega.

Il resto è puro turismo in mezzo a Chamonix, che mostra sempre il suo immenso charme, pullulante di persone nonostante si sia a fine stagione. Noi però le persone le vediamo tutte a forma di “baghette”. Abbiamo bisogno di mangiare e bere, ma non sappiamo inizialmente come rimediare, poi….ci è tornata in mente la Nutella (questa volta la scrivo con la maiuscola!), il problema è che non sappiamo come recuperarla. Nei rifugi non c’è del pane normale, figuriamoci se dei nazionalisti come loro permettono a noi di trovare la Nutella. E invece????? Invece, crederci sempre e mollare mai!

Però, va bene chiedere, ma almeno scegliere il negozio giusto, no ehhh? Se non è difficile non gusta……noi si entra in uno dei negozi più preziosi in cui si vende ogni prelibatezza che porta il nome di “cioccolato”…però della Nutella niente da fare. Ormai siamo dentro e dobbiamo ballare, quindi:

  • N (Noi): “Scusi, ma noio….. stiamo cercando un vasetto di Nutella!!”
  • L (Loro): “La trovate al Petit Casinò, che si trova …….”

 In quattro secondi siamo entrati, abbiamo comprato Nutella, coltelli & panachée (volevamo quasi fare a pezzi il locale e prendere a legnate la cassiera, ma non se lo meritava!) e negli altri quattro siamo riusciti a far sloggiare 2 signore dalla panchina che avevamo lumato da un po’di tempo.

Un vasetto è stato sciroppato in pochi minuti, con l’arte dello spalmo a farla da padrona. E’ l’ultimo atto prima di rimettere piede in macchina per ritornare verso casa. Questa volta erano veramente movimenti che inesorabilmente ci portavano verso casa, verso l’Italia e verso le persone care che ci aspettavano.

E’stata sicuramente la nostra apoteosi su un’estate già ricca di compagnia e bei panorami; un’esperienza che ha fatto capire ancora una volta la differenza fra avere una via telecomandata e magari anche bella difficile, ed una che te la devi trovare.

Insomma dopo aver mangiato l’uva….puoi scoprire che non è poi così sempre “dulza”…..! a meno che non ci credi tu stesso.

Ovviamente trovandoci così bene, abbiamo prenotato già per il prossimo anno…..non lo si fa di solito anche al mare prima di venire a casa???

AleS, Ongiul, Paolo & Patajean

PJ

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