Il MIO CHO YOU (dal campo base, 5700m), settembre 2009

Il Cho Oyu,  8201 m., una meta, una speranza, un sogno cullato ed accompagnato anche da un’impegnativa  prepararazione per la sua realizzazione….finalmente l’occasione, la partenza con una spedizione composta da sei persone.

Pur avendo un po’ di febbre, ho effettuato l’avvicinamento partendo dal Medi Camp Tibetano (5400m.), come mi era stato consigliato, ed anch’io pensavo fosse la cosa giusta, per restare con il gruppo ….

Dopo i primi giorni di brevi camminate per me, mentre il gruppo proseguiva l’acclimatamento, salivo fino al Campo 1, 6400m. e ritorno.
Quindi il gruppo si prendeva alcuni giorni di riposo, poi salita ancora al Campo 1, con pernottamento, quindi salita al Campo 2 (7200m.), solo chi fisicamente ha potuto farlo.

Sentendomi bene, mi sono avviata da sola verso l’alto, raggiungendo quota 6250m. poi alle 13.30 decido di tornare, ritenendo opportuno rientrare prima che si facesse buio.
La morena è segnata con ometti (da non perdere di vista !!!) e quando si arriva alla Killer Slope il pendio si fa molto ripido e faticoso, essendo il terreno fatto di terra e sfasciumi.
La neve inizia dal Campo 1, 6400m.

Poi il gruppo rientra dal Campo 2, passa alcuni giorni al Campo Base per riposare, prima di partire per tentare la cima.
Per me una notte al Campo 1, 6400m., poi da sola una puntata verso l’alto (ca. 6800m.) e ritorno al Campo Base.

Mi domando: avendo avuto un’altra possibilità, avrei potuto tentare la cima …..?
Ovviamente al ritorno del gruppo non vi è stata la possibilità di effettuare un secondo tentativo alla cima, gli sherpa erano tutti saliti in vetta con gli altri…..

Tuttavia, al di là di questo dubbio, quello che più mi ha amareggiato è stata l’indifferenza, anzi l’ostilità nei miei confronti, da parte di quasi tutti i componenti la spedizione, sia prima che dopo la salita alla cima.
Questa situazione di …… solitudine, anche quando le persone erano presenti al Campo Base, ha pesato parecchio sul mio stato d’animo.
Forse che abbiano pensato che, non stando io bene, avrei potuto condizionare o addirittura compromettere la loro salita ???

A questo punto mi chiedo: “se non c’è solidarietà ed un minimo di amicizia in un ambiente così severo, dove sta andando il vero Alpinismo?” Le persone che vanno in montagna in questo modo amano veramente la montagna o amano e pensano solo a loro stesse ? Una spedizione viene concepita come  gruppo oppure ognuno deve pensare a sé ?

Non so se questo mio scritto verrà letto, ma questa mia esperienza, spiacevole dal lato umano, spero possa servire a chi si appresta o si appresterà ad effettuare un trekking o una salita di più giorni con persone che si conoscono poco.
Il mio consiglio è di creare un solido spirito di gruppo, in modo che tutti possano aspirare alla realizzazione dell’obiettivo comune.

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