Corso SA1, 16-17 febbraio 2019 – da Campo Blenio (1215 m) alla Capanna Bovarina (1870 m) al Piz Cadreigh (2516 m) – by Francesca R.

“Labor voluptasque, dissimillima natura, societate quadam inter se naturali sunt iuncta” –

La fatica e il piacere, diversi di natura, sono congiunti fra loro da un naturale legame [Livio, Hist, 5, 4]

 

Ospitiamo qui il racconto dell’allieva Francesca, che ringraziamo.

 ” Seconda stella a destra, questo è il cammino e poi dritto fino al mattino…e poi la strada la trovi da te, porta all’isola che non c’è ”

La partenza con le stelle c’è stata sul serio, un po’ dopo l’alba, per ritrovare in dogana a Brogeda il gruppo della Scuola Cai “Valle del Seveso” per la quarta uscita del corso di scialpinismo. Il tempo di un caffè e una brioche e poi direzione Campo Blenio per cominciare l’ascesa alla Capanna Bovarina.

E come cantava Bennato “la strada la trovi da te” ed in effetti l’abbiamo proprio trovata da noi la strada per il rifugio, o meglio grazie a pazienti e precisi istruttori che ci hanno guidato nei “segreti della topografia e dell’orientamento” con bussole e mappe alla mano. Infatti ben prima di mettere gli assi ai piedi la gita è cominciata con bussole e mappe e osservazioni del cielo e del sole. Rimaneva da analizzare le costellazioni per l’orientamento ma le stelle le avremmo viste di notte alla capanna e all’alba del giorno dopo.

La salita è stata inusitatamente calda, assolata ma bella nel bosco di larici con passaggio quasi atletico su un tronco come ponticello.

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Il mio gruppo era formato dalla mia compagna di corso Marta e dagli istruttori solerti e sempre sul pezzo Stefania, Max e Bob. In particolare, ringrazio Bob che ci ha spiegato l’utilizzo del software di orientamento gps “oruxmaps” e soprattutto è riuscito a far piacere questa nuova applicazione software anche al mio cellulare che faceva continuamente “le bizze”.

È stato finalmente una soddisfazione salire alla Capanna Bovarina con sole e cielo azzurro e caldo…caldo..fin troppo caldo. I più fortunati hanno sfoggiato pantaloni da scialpinismo “inverno-estate” avvolgendo i pantaloni fino a farli diventare calzoncini, una sorta di  “double face”, mentre noi poveri “mortali” abbiamo sofferto il caldo, altro che sauna svizzera.

La salita sembrava non finire mai, sembrava sì “la ricerca dell’isola che non c’è” , ma dopo 3 ore di camminata, svoltato l’ennesimo angolo, eccola: la Capanna Bovarina che si stagliava in controluce tra cielo e terra all’inizio di un bel vallone.

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Una volta arrivati abbiamo svuotato lo zaino e mi sarei volentieri attardata ad ammirare il panorama se il direttore non avesse detto “beh, ora saliamo di altri 150 metri di dislivello perchè dobbiamo fare l’esercitazione di blocco di slittamento “ e quindi tutti con gli sci ai piedi….ringrazio poi gli istruttori che sono riusciti a trovare il luogo per il blocco di slittamento non a 150 metri di dislivello ma a 150 metri quasi lineari dalla capanna!

Il direttore Alberto con dovizia di particolari ci ha spiegato perché dovevano ricavare il blocco scavando sul lato davanti e sui  lati fino a raggiungere il terreno: era necessario per visualizzare meglio le superfici di rottura. Noi prodi allievi ci siamo messi subito a scavare e alla fine, una volta isolato il blocco  Alberto ha approfittato per farci lezione di stratigrafia grazie a un metro “ fai da te” costruito per l’uopo da mani sapienti.

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Il blocco di slittamento non voleva però saperne di slittare, dimostrando la molta resistenza degli strati di scorrimento e confermando così il grado 2 della scala di pericolo dei bollettini neve e valanghe. Max , prima è salito sul blocco, poi ha saltato senza bastoncini e poi con bastoncini, poi si è pure tolto gli sci…ma niente il blocco era “bloccato”. Si è aggiunto a Max anche Luca e dopo “aver improvvisato” gesti e balzi atletici , il blocco si è sbloccato e staccato. La giornata degli allievi e istruttori dell SA1 non si è fermata qui perché è continuata al caldo della Capanna Bovarina, dove abbiamo fatto lo“ lo schizzo di rotta” calcolando azimut e inclinazioni e pendenze e ringrazio Giuseppe che, al mio gruppo, ha spiegato e rispiegato come dovevamo fare.

Il giorno dopo partenza all’alba per  “l’isola che non c è”  ovvero  per la Cima della Bianca, che invece c’era e si vedeva bene.

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Almeno questa era la nostra meta. Dopo 15 minuti di cammino vediamo che Alberto piega da solo “sulla destra”, si dirige verso un traverso e poi attraversa una piccola valanga di fondo; sopra di lui appare uno stambecco….poi torna indietro  e ci dice “non andiamo alla Cima della Bianca, facciamo il Piz Cadreigh, è più sicuro” e allora via per il piz Cadreigh!

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Bob, Stefania e Max ci hanno spiegato con dovizia di particolari i tipi di neve e valanghe.Con la bella giornata che c’era ogni conversazione diventava rilassante e piacevole e alla fine siamo arrivati anche noi in vetta. Non mi sembrava vero di essere arrivata in cima, insieme a tutti, anche se per ultima; mi sono commossa sul serio a guardare quel meraviglioso balcone sull’arco alpino.

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La discesa è stata bellissima, per il primo tratto, fino al bosco,


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qui abbiamo fatto l’ennesima esercitazione di ricerca di artva multipli: in gruppo,  Marta, Marion e io abbiamo lavorato in equipe per fare lo scavo a nastro trasportatore e in tempo accettabile abbiamo disseppellito l’ artva. Poi rimessi gli assi ai piedi ci siamo spinti fino a Campo Blenio, prima sciando nel bel bosco e poi su strada “pistata” da motoslitte e ciaspolatori. Mi sembrava non finisse mai la strada. Non avevo mai fatto 1600 metri di discesa di scialpinismo e soprattutto sono felice di raccontare questa impresa perché avevo molti dubbi sulla mia performance atletica. So che devo migliorare nella resistenza, ma quasi piangevo quando siamo arrivati all’auto: sono riuscita in un’impresa per me epica e ringrazio tutti gli istruttori e i compagni di corso.

Francesca R.

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