Archive for the ‘Alberto Blog’ Category

Oberland: Abeni Flue (3962 m) da Blatten per l’Hollandia Hutte, 21-22 aprile 2018

venerdì, maggio 4th, 2018

“A natura non deerrare et ad illius legem exemplumque formari sapientia est”  – Non deviare dalla natura ed il formarci sulle sue leggi e sui suoi esempi, è sapienza (Seneca, De vita beata, 3, 3)

L’Oberland è per antonomasia bernese, e significa Terre Superiori. Il Ghiacciaio che le ricopre, la Jungfrau (Giovane Signora)  ha un’estensione pari a quella del lago di Como e uno spessore stimato di 1500 m. La Corncordia  Platz, punto di incontro delle varie lingue di ghiaccio, ha una larghezza di 5 km alla quota di 2850m. La guardavo dall’Abeniflue a 3962 m , come se fossi sul Bregargno a osservare Bellagio con ghiaccio al posto dell’acqua.

L’accesso a queste Terre Superiori è il vero problema dello scialpinista. E deve fare una scelta impegnativa: o sganciare  un bel po’ di franchi (150) prendendo il trenino che risale nelle viscere dell’Eiger fino al Jungfraujoch, o scammellare di brutto come, ad esempio, risalire tutta la Lotschental. Noi abbiamo optato per la scammellata e pertanto abbiamo fissato il ritrovo alle ore 3 del giorno 21 aprile,  presso l’improbabile parcheggio “Coren” in quel di Meda, dove è venuta pure l’ispirazione di regolare proprio lì i ramponi.

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Si parte in 6 sull’Espace, gentilmente messa a disposizione da Madame Anna e alle 6 giungiamo a Blatten.

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Alle 6,20 ci incamminiamo e lì in fondo vediamo il Lotschenlucke a 3173m, il passo poco sotto la Hollandia Hutte. Sembra vicino, non pare mettere paura per i 13  km di sviluppo e 1750 m di dislivello.

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Passano però le ore e il passo è sempre lì, senza aver la sensazione che si avvicini. La valle è comunque stupenda e allevia la fatica. Siamo solo disturbati dall’andirivieni di elicotteri che caricano e scaricano freeriders in mezzo al ghiacciaio.  Di solito sono abbastanza tollerante verso l’uso dell’elicottero per sciare, magari  un giorno lo prenderò anch’io, ma stavolta mi dà troppo fastidio: trasforma un luogo di una potenza e bellezza immane in un luna park usa e getta. Ed è un luna park che tenderà ad allargarsi sempre più se non si prende coscienza che non bisogna deviare dalle leggi della natura.

Il caldo inizia a farsi torrido e l’Hollandia hutte è lì, sempre più vicina, ma anche lontana.

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Alle 3 di pomeriggio, finalmente raggiungiamo la meta: 8 ore e mezza di salita.

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Mi faccio una meritata pennica e alle 18 è ora di mangiare. Si parte con una “sbobben”  degna delle migliori tradizioni svizzere, dopodichè si passa allo spezzatino con la pasta.

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Il sole sta tramontando dietro il l’Aleschhorn e allora è tempo di foto. Purtroppo non c’è il nostro fotografo ufficiale SA1 Francesco, ma comunque rimediamo egregiamente. Approfittiamo anche per ringraziarlo per essersi sbattuto per prenotare rifugio, telefonare e informarsi di tutto sapendo già da un mese e mezzo che non sarebbe venuto.

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La sala da pranzo era veramente chiassosa: eravano gli unici italiani e, stranamente  ci hanno serviti per primi. Negli altri tavoli un gruppo di inglesi, che ovviamente hanno trangugiato un quantità d’alcol colossale, e un gruppone di lungia tedesca dove spiccava maciste, una donna con due spalle enormi e che sarà stata sui 100 kg. Faceva paura e mi sono guardato bene dal fotografarla; ero curioso di vedere come avrebbe fatto a portarsi dietro tutto quel peso il giorno dopo.

Quindi tutti a nanna a gustarsi i concerti notturni.

Sveglia alle 5 e, fatta una bella colazione senza disdegnare salame e formaggio, partiamo alla volta dell’Abeni Flue.

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Ci godiamo l’alba con il sole che salta su dal Finsterhaarhorn

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e alle 9 ci godiamo il panorama di vetta a 3962m. Si vede mezzo arco alpino. Partendo dall’Eiger si gira in senso orario fino ad arrivare al monte Bianco: uno spettacolo.

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La discesa avviene su neve dura e a gran velocità sul ghiacciaio piatto, con la sensazione del volo radente.

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Ci fermiamo al   Lotschenlucke dove aspettiamo le 11 in  attesa che la neve si scaldi al punto giusto.

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Poi giù per 13 km fino a Blatten …..

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…….con un doppio salto mortale rovesciato finale.

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Paghiamo il parcheggio o, meglio, la multa di 40 franchi per parcheggio in divieto di parcheggio: strani sti svizzeri.

Poi via, si risale al Sempione e ci si ferma a mangiare alla dogana di Gondo: posto lugubre in fondo a una gola dove non ci sarebbe nulla se non ci fosse appunto la dogana: ma ormai è un’abitudine fermarsi lì, tanto che ci siamo quasi affezionati a quel posto.

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Quindi rientriamo in quel magnifico parcheggio di Meda da dove  eravamo partiti, e dove ora dobbiamo dividerci, con un po’ di malinconia perché siamo stati proprio bene assieme. Grazie a Tutti!

Madame Anna, Donna Federica, Carlo, Bob, Matteo

Alberto

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SA1: Poncione di Braga (m. 2864) da Pian di Peccia, Valmaggia (Svizzera), 10-11 febbraio2018

mercoledì, febbraio 14th, 2018

“Nec vero habere virtutem satis est quasi artem aliquam nisi utare” – Non basta avere la virtù senza farne uso; è come avere un’arte e non esercitarla (Cicerone, Ad fam., 9, 14, 4)

Il corso prende quota. Il potenziale è molto alto e il gruppo non aspetta altro che scaricare a terra tutta la potenza di cui dispone

In occasione della lezione meteo di Matteo qualche allievo salda gli ultimi conti per le manchevolezze delle gite precedenti. Gli istruttori apprezzano sia lo spirito di iniziativa sia lo spirito che allieta il palato.

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Ci si trova dunque a Varedo alle 6 di sabato 10 febbraio. La preoccupazione di dimenticare a casa qualcosa fa novanta, tanto da dimenticare se si sta andando al mare o in montagna

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il ritardatario comunque c’è, ….. e ci sarà pure il conto da saldare…

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Si parte dunque per il Poncione di Braga, Valmaggia, Svizzera. Si dormirà in un rifugio (Poncione di Braga) autogestito, più sostenibile, più didattico, più conviviale. Ovviamente meno comodo. Ma siamo qui per imparare a stare in montagna e per  allievi di SA1 questa è una opportunità rara. Complimenti quindi al Direttore Carlo per aver scelto di fare questa esperienza (ovviamente la prossima volta andremo a Bormio con tappa ai Bagni Vecchi). Arriviamo in Valmaggia e l’ultimo tratto è con le catene perché aveva appena nevicato. Qui scopriamo che anche le auto vanno in letargo e si riprendono solo al disgelo.

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La salita è attraverso un bosco dove distinguiamo il larice (che perde gli aghi che poi costituiscono, a terra,  micidiali piani di slittamento per le valanghe), l’abete rosso (dai aghi cadente), e l’abete bianco.

Andrea ci insegna come fare un barometro con l’abete bianco(quello a destra nella foto che segue): glielo ha insegnato Zio Luiss; basta prendere la punta dell’abete e le prime due ramificazioni: se i due rami tendono a raddrizzarsi verso l’alto fa bel tempo. Ovviamente c’è subito chi pensa di essere così furbo da fare il barometro-abete vivente, a significare che il tempo quel giorno era bellissimo.

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Fuori da bosco si capiva già che sarebbe stata una sciata memorabile.

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Arriviamo alla capanna incustodita, non prima che il promettente allievo Alessandro di cimentasse in un impossibile voltamaria.

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Prima di svolgere le esercitazioni previste, c’è da prendere possesso il rifugio. Cose semplici quanto dimenticate (o magari mai viste) e quindi riassaporate con gusto: accendere le stufe a senza riempire di fumo la stanza, preparare gli ingredienti per la cena,  fare l’acqua: già perché l’acqua si fa dalla neve ,…..a meno che…….non riusciamo a raggiungere la fontana (????) E sì, perchè il custode della capanna (erico.galli@bluewin.ch) ci aveva scritto che sotto la neve era presente una fontana e ci aveva mandato pure una foto (oltre a quella che lo ritraeva il 31 gennaio quando aveva fatto il sopralluogo).

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Usciamo dal Rifugio e riprendiamo a salire perché dobbiamo trovare un posto adatto per l’esercitazione di autosoccorso in valanga.

Lasciamo Massimo al Rifugio anche perchè è evidente che sta riemergendo di prepotenza la sua anima di “Gabanatt” (assieme ad Andrea ha gestito il bivacco Borelli in Val Veny (foto successiva che non c’entra niente con la nostra gita)

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sia perché il nostro voleva risolvere “l’enigma della Fontana”.

Noi invece. Dopo la salita, ci godiamo una discesa da urlo in neve farinosa, con sole e pendenze ideali. Come da previsione si scatena il selfie-narcisismo-da go_pro, anche se la tradizionale foto istantanea emoziona altrettanto (se non di più)

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Come detto ci fermiamo per l’esercitazione di autosoccorso in valanga

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dopodichè rientriamo in rifugio.

Massimo nel frattempo aveva tirato a lucido il rifugio e sentiamo direttamente da lui come è riuscito a sciogliere ”l’enigma della Fontana”.

Quindi l’acqua era disponibile, solo che bisognava allargare lo scavo, tanto che gli allievi si sono resi subito disponibili (per non dire che sono stati obbligati).

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Facciamo un bel merendone con salami formaggi e birre dopodichè l’allievo Francesco sparisce: Francesco è l’allievo ingegner-fotografo che relaziona anche di questa avventura nel suo sito www.francescosortino.com ).

Orbene, lo cerco fuori dal rifugio, ritrovandolo sul tetto intento a dar sfogo alla sua passione all’ora del tramonto.

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Ritornerà sul  tetto alle 5 della mattina successiva per allietarvi con le sue meravigliose foto (vedi di seguito).

Scartato il sugo al tonno di Montevecchia, la pasta all’arrabbiata è quindi servita. Il sugo rimasto è preda di arrembanti scarpette direttamente in pentola (vedi il promettente allievo Federico)

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o di improvvisate simil bruschette

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Si discetta del più e del meno. Sul tavolo compare la dispensa con i test di preparazione all’esame di Stato di medicina (che l’allievo Gabriele sosterrà mercoledì prossimo: “Il lavoro del medico se non è fatto per vocazione è il lavoro più brutto del mondo” ). Apprendiamo poi dall’ allieva Federica che i licheni sono un incrocio tra alghe o muschi (o meglio una “simbiosi”: lei è una biologa marina e allora capiamo finalmente la presenza della pinna al parcheggio di Varedo).

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Alla fine salta fuori una bottiglia di Braulio “riserva” e la scommessa di berlo in cima al Poncione il giorno dopo. Non abbiamo ancora fatto lezione di alimentazione e quindi viene da lasciata licenza all’allievo di portarsi appresso la bottiglia (forse sarà un modo di rallentarne la prorompente andatura).

Lavati i piatti (esclusiva competenza degli allievi)

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si va a dormire al freddo, ma non troppo, grazie a quel po’ di calore trasferitosi dalla sala a da pranzo al piano superiore.

La notte è delizia per chi russa e croce per chi sente russare. Le discussioni al mattino sono come sempre un rito irrinunciabile.

Io mi alzo alle 4,30 e scopro che la stufa è spenta. Bisogna riattivarla per avere acqua calda per il te.

Francesco ritorna, come detto, sul tetto per le foto

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Ci alziamo a più riprese, mangiamo, sistemiamo. Massimo con encomiabile disponibiltà, lava pure i pavimenti. Quindi facciamo la fila per prova Artva fermandoci al cancelletto posto sull’uscio del rifugio

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E partiamo verso il Poncione di Braga.

I pendii sono immensamente aperti

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e nel giro di 3 ore scarse raggiungiamo il deposito sci con il tempo che purtroppo inizia a peggiorare. Rinunciamo alla cima per la presenza di ghiaccio e scarsa visibilità: un allievo cita solenne :”Tornare indietro, rinunciare a fare una cima, non fa altro che aumentare il rapporto che si ha con quella montagna! Rapporto che costantemente cerchiamo” e, subito dopo, giù un bel Braulio

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Forse è vero: mancare una cima aumenta sicuramente il desiderio di ritornarci.

La discesa non è molto gratificante nella parte alta a causa della neve soffiata, ma ritorna spettacolare nella parte intermedia

Riprendiamo giù per il ripido bosco fermandoci per una lezione sulla stratigrafia e sulla resistenza degli strati di neve.

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Raggiungiamo quindi le auto e rientriamo (stavolta senza il traffico valtellinese) alla base.

Due giorni indimenticabili densi di bellezza, virtù, cultura e vitalità.

Grazie a tutti

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Hanno partecipato:

Federica, Federico, Alessandro, Francesco e Gabriele & …Carlo, Luca (e le due suocere), Gio Pozzi, Andrea, Massimo.

Alberto

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SA1: Piz Scalotta m 2992, 28 gennaio 2018

mercoledì, febbraio 7th, 2018

Si riprende il corso con la lezione neve a valanghe tenuta il giovedì 25 a Bovisio. A fine serata si valuta la gita di domenica. La scelta si rivela complicatissima: data la previsione di bel tempo un po’ dappertutto è come decidere dove parcheggiare in un parcheggio vuoto: ogni posto non va bne perché ce n’è uno sempre migliore?

Si va avanti nelle riflessioni fino a sabato quando si decide per l’Engadina: Piz Scalotta, 1200m di dislivello, Engadina.

Partiamo alla Controtapparella alle 6:15; facciamo tappa all’immarcescibile Moreschi dove, anche stavolta, troviamo tutto il mondo scialpinistico milanese.

Varchiamo la frontiera Svizzera non completamente muniti di carta d’identità, per cui qualche allievo ha già messo in conto di passare un piacevole giornata nella amena dogana di Castasegna. Per fortuna nessun controllo italo svizzero. Giungiamo a Bivio dopo aver superato lo Julierpass e subito veniamo sloggiati dal parcheggio più logico, per essere sbattuti  laddove bisogna pagare 5 franchi per sostare…siamo in Svizzera.

La partenza si macchia di due episodi altamente disdicevoli da parte degli allievi, su cui si impone un doveroso silenzio, peraltro abbondantemente ripagato (o ancora da pagare) a suon di boccali di birra.

Possiamo solo dire che si cammina con due piedi e quindi gli attacchi da regolare sono due. Comunque nulla di grave se l’allievo ha al seguito un provvido Victorinox  e riesce a rimediare al misfatto senza perditempo. Sull’altro episodio consigliamo di andare a dormire con tutta l’attrezzatura addosso in modo da non dimenticar nulla  al momento de risveglio mattutino. In ogni caso la lezione è imparata e le birre chiudono la questione.

Iniziamo dunque la salita cogliendo le belle immagini che la natura oggi ci offre.

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Risaliamo di buon passo dopodichè ci attende un traverso infinito dove il piede sinistro  appoggia più in alto di quello destro provocando dolori atroci, almeno a me, tanto che mi sognavo di fermarmi e invertire i piedi. Alla fine per disperazione mi inventavo voltamaria inutili pur di alleggerire il piede sinistro.

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La pattuglia schiena i 1200 m di dislivello tra le 3 ore e mezzo  e 4 ore.

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La discesa alterna neve farinosa a una leggera e fastidiosa crosticina che bisogna imparare a evitare considerando l’esposizione e la morfologia degli accumuli.

In ogni caso gran discesa dove la voglia di “ego” trionfa….. e le gopro si scatenano. Chi riprende quello davanti, vuole essere a sua volta ripreso da quello davanti, il quale ha la gopro che guarda dietro. Spuntano gli accessori per il selfie per cui la prossima volta se ne ne vedranno di tutti i colori.

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Ci fermiamo per esercitazione sulla ricerca organizzata in valanga dove sperimentiamo il metodo didattico: poca grammatica e molta pratica. Cioè noi istruttori mostriamo agli allievi come si deve fare. Poi chiediamo loro se sono in grado di fare le stesse cose: “ma certo, non sembra così difficile”….vedremo alla prossima uscita!

Raggiungiamo la strada 2 km più in basso. Recuperiamo le auto e senza porre indugio rientriamo alla svelta per fare meno coda possibile. Tappa veloce al Moreschi (affollato di merenderos) e ricerca delle varianti stradali suggerite da google maps (risparmiati 6 minuti). Superato Lecco di nuovo coda: ma perché la coda svanisce sempre e di colpo dopo Costamasnaga? Gli istruttori della Valle del Seveso se lo sono sempre chiesti e un istruttore ha trovato la soluzione. A Costamasnaga la superstrada  affronta una salita e il provetto guidatore dovrebbe scalare la marcia in modo da mantenere la velocità costante. I Merenderos della domenica invece non scalano la marcia e quindi rallentano provocando il tappo con conseguenti rallentamenti fino a Lecco. In effetti la teoria ha il suo fondamento per cui abbiamo già scritto all’ANAS di installare dei pannelli monitori che incitino al cambiare la marcia.

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Giungiamo alla controtapparella soddisfatti: anche oggi grande giornata.Traccia 1

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Hanno partecipato:

Federica, Federico, Alessandro, Francesco e Gabriele & …Carlo, AleBarni, Anna, Luca, Matteo, RobertoBob PontiConte, Giopozzi, Andrea

Alberto Ronz

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SA1: Dal 3 x 3 al 4 x 4 (cima della Piada m 2012, 21 gennaio 2018)

domenica, febbraio 4th, 2018

“Nil admirari prope res est una, Numici, Solaque, quae possit facere et servare beatum” – Di nulla stupirci, è quasi l’unico modo, o Numicio, che possa farci e conservarci felici (Orazio, Epist., 1, 6, 1-2)

Se la lezione del giovedì a Bovisio è stata dedicata al 3 x 3 del Munter, il corso SA1 non poteva proporre, per la prima gita in ambiente, che un bel 4 x 4.

Sia ben inteso: mica ci siamo sognati di aggiungere una riga e una colonna alla mitica stele di Hammurabi-Munter (custodita al Louvre) , complicando con ulteriori filtri la già complessa scelta della gita.

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Abbiamo semplicemente valutato di approcciare alla montagna con auto a quattro ruote motrici, visto che si era deciso di andare là dove le strade non le puliscono dalla neve. Saliamo quindi ad Albosaggia (sobborgo di Sondrio) dirigendoci verso i Campelli, con 10 cm di polvere bianca caduta nella notte. Pare comunque che una sorta di spazzaneve sia passato, ma in ogni caso a 800 m di quota  dobbiamo fermarci perchè lo spazzaneve lì si è fermato. E non tutte le 4 x 4 ce l’hanno fatta perché, si sa, le gomme da neve sono buone solo per due-tre anni, poi diventano dure e bisognerebbe cambiarle. Andare in montagna sta diventando più complicato di uno pit-stop di Formula 1.

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In ogni caso facciamo due conti abbandonando l’idea di raggiungere il Pizzo Meriggio, sia per il vento che funestava la cima, sia per il dislivello che sarebbe stato eccessivo per la prima gita di un SA1 (1550 m !!); da scordarsi anche, sulla via del Meriggio, la cima della Piada con un dislivello di 1300 m. Quindi: arriviamo dove arriviamo.

Calziamo gli sci e, come ogni anno,  si ricomincia con il volta maria, il filtro zonale e locale, godendo di un panorama che toglie spazio a tutto il resto. Dalle parole degli allievi senti la meraviglia e lo stupore di chi vede questi spettacoli della natura per la prima volta. E la cosa contagia tutti quanti rinnovando il rito.

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Prima di andare avanti devo dare evidenza che le foto in b/n non sono mie, ma una gentile concessione dell’allievo Francesco, provetto fotografo. Di più: ho scoperto che anche Francesco relaziona  sulle nostre gite, e pure in inglese. Quindi, se volete, spostatevi direttamente al link di seguito riportato:

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e godetevi l’internazionalizzazione della valle del Seveso (…..scommetto che siamo i primi ad avere relazioni in lingua straniera).

Se siete ritornati qui dopo l’escursione al blog di Francesco vi racconto il seguito dell’avventura.

Superiamo i 1000 m di dislivello in 3 ore e nella restante quarta ora raggiungiamo l’impossibile Cima della Piada mettendo in saccoccia un bel  1300 metri di dislivello.

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Abbiamo allievi che sono mostri!

Veloce cambio di maglietta e scopriamo che nel nostro gruppo c’è pure Putin, che la sera prima aveva deliziato il globo con il suo bagno all’aperto in mezzo alla neve.

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In cima ci viene servito un bel panorama con il Pizzo Redorta che sovrasta la diga di Scais (…. e subito giu’ a raccontare la scialpinistica al Redorta passando per la Capanna Mambretti).

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La discesa si annuncia di quelle mitiche con polvere a coesione zero zero 00

Ce n’è per tutti i gusti, dal tratto ripido, al tratto aperto, allo slalom nei boschi.

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Ci fermiamo quindi per l’esercitazione pratica sull’utilizzo dell’ARTVA in prossimità del vecchio skilift.

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Chi si preoccuperà di togliere i rifiuti che la Società anni ’70 ha lasciato lì ?……sempre la solita domanda da sviluppo sostenibile.

Proseguiamo sulla strada ghiacciata fino alla macchina

Anche oggi è andata di stralusso e lungo la via del ritorno una bella birrozza non ce la toglie nessuno (meglio se a carico allievi….)

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Hanno partecipato:

Federica, Federico, Alessandro Francesco e Gabriele,  & Carlo (Putin), AleBarni, Anna, Luca, AdrianoMaurino, Matteo, RobertoBob PontiConte, Gio Pozzi

Alberto Ronz

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Galenstock, 2 giugno 2017

mercoledì, giugno 7th, 2017

“Est haec natura mortalium, ut nihil magis placeat, quam quod amissum est” – La natura umana è così fatta, che nulla ci piace di più che le cose che abbiam perdute [Seneca, De consol. Philos, 16)

 

Alle ore 8:51 del 1 giugno arrivò puntuale il messaggio: qualcuno ha voglia domani di svegliarsi molto, ma molto presto per una pellata? Fatemi sapere, bye

Con gli interventi successivi si scatenò subito la discussione: ma Susten o non Susten noi, arriveremo sul Gelenstock: ritrovo alle 3 alla frontiera di Como. Osservavo con distacco le questioni, cucinato dalla settimana di lavoro e desideroso di un bel venerdì di svacco. Ma si sa, la scimmia salta addosso e in fondo mi sono detto: se vorrò ricordarmi della giornata di domani per il resto della mia vita sarà meglio fare la gita, altrimenti si rischia  una giornata delle tante senza una memoria precisa. E la memoria delle cose belle e della bella gente è il vero patrimonio che ci tiriamo dietro.traccia 1

Sveglia alle 1,15. Alle 2,05 da Gigi e alle 2,15 da Boris, dove cresce sempre l’angoscia per qualche tiro mancino del nostro. Fila tutto liscio e alle2,30 ci troviamo con Anna. Poi inizia il tour delle deviazioni per raggiungere Como. Ingaggiamo un match con un TIR che ci succhia la ruota e che dopo che ce ne siamo liberati, ce lo troviamo di nuovo davanti. Non per niente sul retro c’era scritto “fiuto Anna”. A Brogeda raccogliamo Giovanni, Andrea e Fabio. Poi via oltre il Gottardo. Sulla salita verso Andermatt ci risiamo con i lavori stradali. Una svizzerotta ci dice che il semaforo del senso unico alternato sarebbe stato molto lungo. Siccome era esageratamente lungo alla fine si è messa d’accordo con il collega dall’altra parte e ci ha fatto passare. Superato il Furka pass giungiamo al Belvedere, che è ormai un vedere quanto il ghiacciaio si è ritirato. E’ comunque sempre un bel vedere ma chissà come mai la ritirata dei ghiacciai ci stringe il cuore. Sarà perché richiama che l’uomo sta forse distruggendo l’ambiente, sarà perché il ghiaccio si scioglie come la vita che passa, sarà che quando ho fatto la foto l’8 giugno 1997 avevo 20 anni di meno, sarà quello che ha sentenziato Seneca, sarà  ……

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Sarà che queste comparazioni alla fine ci hanno scassato e quindi alle ore 6 iniziamo la nostra salita. Dopo un’oretta di piano veramente delizioso

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giriamo a destra imboccando il Galengletscher, o quello che ne rimane (e non  ricomincio con le comparazioni). In ogni modo Gigi sa che dove non c’è più il ghiacciaio viene messa a nudo una porzione di roccia che a memoria d’uomo nessuno ha mai visto e dove si può manifestare un bel cristallo di quarzo pronto da raccogliere come una margherita. Il nostro, visto che ne ha il doppio di me (di fiato) gira il lungo e in largo le nuove isolette di roccia ma stavolta senza la fortuna.

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Inseriamo la ridotta e i rampanti superando prima un canalino e poi un tratto rocciosetto con togli/metti. Io comunque gli sci non me li sono mai tolti. La quinta ora di salita è un piacevole infinito su un piano inclinato.

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Arrivati al deposito sci, io non deposito nulla e arrivo diretto in cima con gli sci. Mica che mi penta di avere rinunciato alla bella discesa dalla cima.

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Il panorama dalla cima è dominante su tutto.

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E Sua maestà il Finsteraaron domina la scena. E’ anche questo un Belvedere e quindi vediamo l’ultima comparazione 2 giugno 2017 – 8 giugno 1997 (giuro che poi la smetto)

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La discesa è su neve top e scatena la discussione sulla gita perfetta.

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A parere di Gigi non esiste la salita perfetta con la discesa perfetta. La gita nel suo complesso può essere solo buon compromesso e il Glenstock lo è stato. La spinta ideale è trovare la salita perfetta (tutte cose ovviamente dette dopo la birrozza). In altre parole: lo scialpinismo è fatto di compromessi: dopo una salita devastante si auspica sempre una discesa ultraspettacolare  (Iris Nombosco).

Insomma, al di la’ delle chiacchere, discesa da urlo nella prima parte e neve un po’ marciotta in basso.

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Nessuno poi ci leva la visita alla grotta nel ghiaccio (evito come detto ulteriori comparazioni)

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e la birretta finale. Sempre Iris ci fa dono di una perla di saggezza: “si stava meglio ….quando si stava meglio.; eh, mica quando si stava peggio”.

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Tralascio la discussione sui rimborsi istruttori e la proposta di Iris

E ora? Operazione Susten prossimo weekend?

Alle 17 siamo a casa nella caldazza. Che gita e che venerdì da leoni!

Hanno partecipato: Gigi, Anna, Boris, Fabio, Andrea e Giovanni

Alberto

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ETNA, 24-25-26 febbraio 2017

mercoledì, marzo 8th, 2017

“Omnia praeclara, rara” –  Tutte le cose belle sono rare [Cicerone, De Amititia, 79]

A ottobre quando si pianificano le gite invernali si fa anche a gara a chi la spara più originale. Quest’anno Stefania lancia l’idea di andare sull’Etna e invita a pensarci su, ma non troppo; infatti bisogna prenotare subito prima che i prezzi dei biglietti aerei salgano. Si forma quindi un gruppetto: Stefania, Anna, Sara, Pier, Sibilla, Gigi, Guido, Enrico e il sottoscritto. A inizio novembre durante la serata con Hervè Barmasse a Cesano Maderno  si  vuole coinvolgere qualche ex allievo di razza e Roberto aderisce. Ma appena viene a saperlo Alessandro si aggrega pure lui che però, purtroppo, 15 giorni prima della partenza si infortuna al piede. Sarà idealmente con noi tutto il viaggio e lascerà il posto all’ amico Michi.

L’obiettivo del viaggio di tre giorni in terra di Sicilia era fare la traversata sud-nord dell’Etna facendo campo base al Rifugio Sapienza e appoggiandoci al CAI di Catania, senza capire bene come (anche se la sorpresa si è rivelata poi straordinaria). Ci siamo poi preparati a puntino sulla navigazione GPS sapendo che uno dei rischi era di perdersi a causa delle repentine nebbie. Inoltre abbiamo considerato quello che è l’aspetto di rischio più ovvio: cioè che l’Etna è un vulcano attivo. Cosa tanto ovvia che poi ho visto scialpinisti avventurarsi sul bordo del cratere di sud est a poca distanza dalla bocca che 3 giorni dopo sarebbe esplosa; cosa tanto ovvia che nelle varie relazioni in rete più o meno recenti dove si parla di una semplice gita BS.

Ci raduniamo dunque alle 4 di venerdì 24 da Stefania, dove facciamo conoscenza di Michi (la cui prorompente risata ha rischiato di oscurare quella ormai leggendaria di Gigi e quando i due ridevano assieme era da chiedersi se era l’Etna che aveva ripreso l’attività stromboliana). Decolliamo da Orio al Serio alle 6,30 e atterriamo a Catania alle 8,00. Mi chiedo se l’Italia l’ha unita Garibaldi oppure   Ryan Air considerato che andata e ritorno con gli sci appresso costa solo 130 euro.

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Scesi dall’aereo la prima battuta “brianzolona” è di Enrico: “Bergamo-Catania: un’ora e mezza; Balisio-Brioschi: tre ore, ma a caminà…..”.

Fuori dall’aeroporto ci attende Claudio del Cai Catania debitamente furgonato. Carichiamo su tutto e prendiamo anche una Panda a noleggio

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Da quel momento è come se fossimo stati catapultati in un sogno, tanto che faccio fatica ancora adesso a capire se quanto accaduto in quei tre giorni siciliani fosse realtà o immaginazione (e non è stata solo una mia sensazione). La disponibilità dei “colleghi siculi ” ci ha mandato tutti al tappeto: va bene la comune militanza nel CAI, va bene che contribuivamo alle spese del pulmino, va bene tutto, ma l’ospitalità siciliana ci ha praticamente ubriacato e abbiamo avuto momenti in cui è stato veramente difficile mantenere la lucidità per mettere insieme una semplice scaletta delle cose da fare nella giornata.

Si comincia con la prima tappa fuori dall’aeroporto dove ci fermiamo per un bel cannolo alla ricotta

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Proseguiamo quindi verso Nicolosi e  poi verso il rifugio Sapienza con paesaggio che man mano diventa sempre più lunare e dove Claudio ci descrive nell’esatta successione cronologica le varie colate. Ci sono pure abitazioni inghiottite.IMG_5916

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Sulla strada alcuni venditori di bob e moon boot e catene ci ricordano i primi assalti di massa alle montagne delle nostre parti negli anni ‘70.

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Al rifugio Sapienza la voglia di sci ci prende immediatamente e così si decide per la “Montagnola” con 700 m di dislivello.

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Aggiriamo i “crateri silvestri” e ci alziamo su neve via via sempre più  grigia per via delle ceneri del vulcano.

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Tira un vento forte e il sole splende sia pure con una notevole foschia tipica dello scirocco.

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Davanti a noi lo sbuffo dei crateri sommitali e a destra la desolata valle del bove, grande sfogo per le  colate laviche.

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La discesa è appagante su neve trasformata, anche se non proprio uniforme, e si snoda tra piccoli crateri quasi come un toboga.

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Le previsioni meteo per l’indomani non erano proprio rosee e quindi passiamo la serata da un sito all’altro attaccandoci a quello più benevolo. Enrico dice di lascar perdere e di confidare nel colonnello Bernacca che già una volta al Pizzo Arpiglia ci ha assistito.

Sabato ci incontriamo con Antonio che ci avrebbe accompagnato nella traversata del vulcano.

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Tipo di poche parole, a inizio gita, inesauribile a fine gita, incommensurabile nel post gita. Ma andiamo per gradi. Risaliamo le piste e dopo un’ora e cinquecento metri di dislivello il vento da sud ovest si porta via ogni nuvola facendoci godere del desolato contrasto bianco-nero (neve-lava)

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interrotto periodicamente dal fragore di una bocca sul cratere di sud est che cominciava a lanciare lapilli anticipando la colata che sarebbe iniziata due giorni dopo.

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Fa specie considerare che la traversata sarebbe stata impossibile solo una settimana dopo per la presenza di un insormontabile ostacolo prodottosi solo in pochi giorni

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Proseguiamo aggirando a sinistra i i crateri sommitali evitando di salire sull’orlo.

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Benchè molti lo facessero, la guida Antonio non sembrava tanto dell’idea, anche perché nel frattempo stava arrivando la nebbia. Oltrepassiamo zone dove è evidente l’azione del calore sotto il manto di neve e pensiamo quindi a evitare pericolosi ponti che potrebbero crollare.

Tolte le pelli ci lanciamo in discesa con neve dal ghiacciato a un gessoso inusuale dalle nostre parti.

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Abbassandoci il tempo si ristabilisce al bello. Antonio lascia il tracciato classico per imboccare un canale più a est  e lì inizia un discesone su firn riscaldato al punto giusto. I colori in controluce sono bianco e nero. Tra urli e

…marie, giungiamo raggianti Piano Provenzana.

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Miiiiiiiiiiiiiiiii, CHE SKIADA BAGAI, aaaaaaaaaaaah!!!!!!!!!!!!!!!!!!”

Claudio è venuto a recuperarci con il pulmino e noi già pensiamo ad un tranquillo rientro di un’oretta al Rifugio Sapienza.

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Nient’affatto. Dopo due chilometri di discesa Antonio scatena il dibattito sulla gita del giorno dopo: dal Rifugio Citelli ci sono dei canali bellissimi che si fanno con tre orette a disposizione. Quindi: un’ora e mezza per arrivarci, un’ora e mezza rientrare, cambiarci, trasferirsi a Catania, visitarla, mangiare al ristorante ed essere all’aeroporto alle 19. Si inizia a mettere insieme la scaletta: partenza dal Sapienza e ritrovo con Antonio al bivio per Zafferana e Milo. Già, ma a quel punto viene fuori che non abbiamo il pulmino perché Claudio è impegnato con la compagna in giorno di riposo e si libera solo alle 17 per portarci in aeroporto. Poi manca anche il pulmino che è impegnato in un’altra gita. Antonio per nulla scoraggiato urla: “Claudio, dicci a Stefania di parlare con Gigi (il boss del CAI Catania, ndr)” e Claudio che stava guidando: “Stefania (che era seduta di fianco) non è mica sorda!!!, adesso lo chiama! E Antonio: “ma perché Gigi non risponde?”;  poi chiama la moglie perché se non c’è il pulmino si possono mettere insieme delle macchine. Poi convince la moglie a guidare. Insomma arriviamo a Zafferana Etna in stato confusionale dove Antonio ci porta in un’elegante pasticceria in abbigliamento non proprio adeguato.

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Alcuni di noi si gustano l’ennesimo cannolo mentre Michi predilige la “cartocciata” di spinaci.

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Al momento di pagare Antonio chiede lo sconto dicendo alla cameriera di parlare con “Angelo”, suo amico. La cameriera dice che non c’è nessun “Angelo”. In ogni caso dopo esserci ampiamente rifocillati usciamo pagando 4 euro a testa. Si riprende a discutere della logistica del giorno dopo, mentre qualcuno sbircia sulle previsioni meteo non proprio incoraggianti. Nel frattempo Antonio ci chiede se vogliamo andare a vedere il castano centenario o la grotta di lava o tutt’e due (già, perché la giornata è stata molto noiosa finora). Si decide per la caverna e a un certo punto Antonio urla a Claudio, che ha un soprassalto, di fermarsi. Scendiamo e a lato della strada entriamo in un inquietante anfratto da dove si spalanca un tunnel naturale di lava lungo 200 metri. Ci avventuriamo con le frontali e le luci dei telefoni rimanendo incantati dalla formazione rocciosa. La lava incandescente aveva scavato un tunnel a sezione circolare. Poi, diminuendo il flusso aveva iniziato a scorrere a pelo libero e una volta fermatosi e solidificatosi, aveva formato il piano dove stavamo camminando

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Ripreso il viaggio rientriamo al rifugio Sapienza non avendo capito nulla di cosa si sarebbe fatto il giorno dopo. Radunatici, decidiamo per fare una gita breve verso la Valle del Bove; del resto le previsioni erano pessime e non valeva la pena fare tanti trasferimenti con il rischio di non fare la gita del rifugio Citelli.

Mentre già ci pregustavamo un cena tranquilla ecco che saltano fuori le maschere di carnevale e in particolare “Biancaneve” (o meglio ”Belle”) subito ritratta con il nostro orgoglioso Pier. “Jonny Depp” animava poi un esilarante sketch in pasta siculo-brianzola

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La mattina seguente arriva nei corridoi dell’albergo un urlante Antonio alla ricerca di “Pierooooooooooooooooooo!!!” cui doveva consegnare i limoni appena colti. E già: adesso Sara dovrà utilizzarli per fare il limoncello.

Sciamo per un paio d’ore con Antonio e l’amico Salvo

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dopodichè decidiamo di spostarci a Catania. Decliniamo l’invito di Antonio che ci aveva proposto di andare ad Acireale dove c’era un carnevale tipo Viareggio, ma purtroppo non si poteva far tutto. In ogni modo ringraziamo di cuore Antonio perché in due giorni ci ha regalato la Sicilia.

Ma se Antonio lancia, Claudio raddoppia.

Prende il pulmino, sale anzitempo alle 12,30 al Rifugio Sapienza e alle 14,30 siamo a Catania con le gambe sotto il tavolo da “Don Turiddu” dove con 25 euro ci facciamo un’abbuffata post gita scialpinistica a base di pesce.

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Per digerire al posto di un delicato Zibibbo (o meglio, in aggiunta allo Zibibbo), Claudio propone un tour de force turistico per la città, a cui non si poteva dire di no. Sembrava che le bellezze della città appartenessero a Claudio e che lui ce le mostrasse con orgoglio.

“Andiamo a scendere la Via Etnea!!”

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“Fotografate!”

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il teatro romano, il duomo, il Bellini

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finchè non concludiamo con la visita alla sede CAI di Catania dal cui balcone ci saluta il Presidente del CAI di Paderno (Gigi).

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E con questo saluto di unione e di ringraziamento rientriamo nel nostro bel Orio al Serio ancora increduli per questi tre giorni davvero così belli.

Grazie a tutti

Hanno partecipato: Stefania, Anna, Sara, Pier, Sibilla, Gigi, Guido, Enrico, Roberto, Michele, Alessandro (virtualmente), e i siciliani Claudio, Antonio e Salvo

Alberto

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ADAMELLO 24-25 APRILE 1916-2016: PER NON DIMENTICARE

giovedì, maggio 5th, 2016

“Historia vero testis temporum, lux veritatis, vita memoriae, magistra vitae, nuntia vetustatis”-  

La storia in verità è testimone dei tempi, luce della verità, vita della memoria, maestra di vita, messaggera dell’antichità [Cicerone, De Oratore, II, 9, 36]

Riprendo le ultime parole del racconto “24-25 APRILE: LIBERI DI VOLARE IN ADAMELLO di Patajean: “ …Oggi ci si va per diletto e si riesce a provare emozione solo con lo sguardo, ma ieri qui ci andava gente che non era rilassata; il filo spinato, il cannone e chissà quali altri pesi danno da pensare e non poco. La fatica c’è ancora oggi, ma almeno la nostra è compensata da tutto il resto, una volta chissà…..” e cerco di completare.

Andare sull’Adamello proprio alla fine di aprile del 2016 può essere un caso. In effetti il programma  era di andare a Chamonix e fare il giro dei tre colli. Solo che là ci sarebbe stato un sicuro brutto tempo, mentre  sull’Adamello sarebbe stato meglio. Così si concluse la riunione plenaria del consiglio di guerra a Bovisio il mercoledì prima.

Essere andati sull’Adamello può  essere stato effettivamente un caso, nel senso che il destino ha voluto che calcassimo i passi di uomini che lì, esattamente 100 anni fa, hanno scritto pagine di storia. Anche loro in qualche modo scialpinisti o alpinisti (o semplicemente Alpini), ma in quel posto a fare altro, animati da altro, attrezzati in tutt’altro modo.

Bene, facciamoci allora accompagnare nella nostra gita dai nostri compagni di 100 anni fa.

Il 24 aprile 2016 alle ore 5 l’allegra compagnia della Valle del Seveso partiva  con furgoni e auto dalla Brianza  alla volta del Passo del Tonale, dove, debitamente equipaggiata  (tranne che per lo zaino del sottoscritto) ed anzi, pure dotata dell’ultima versione dell’attacchino Dynafit con puntale rotante (Carlo) , si portava grazie ad un impianto di risalita supernuovo al passo Presena. Alle ore 9 poteva già godersi il magnifico panorama del Mandrone con le sue creste che lo delimitano.

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La truppa si lanciava quindi in discesa in territorio Austroungarico (nel 1916) fino a riprendere il ghiacciaio del Mandrone. Risaliva la lingua glaciale varcando di nuovo il confine con l’Austria, dirigendosi quindi verso il Passo della Lobbia. L’allegra compagnia proseguiva poi tra fili spinati (altro…)

I “Poseroni” del Dome des neiges des Ecrins (4020 m) – SA2: 30-31 maggio, 1 giugno 2015

sabato, giugno 13th, 2015

“ Γνῶθι σεαυτόν (Gnōthi seautón) ” – conosci te stesso [Socrate]

Trovare la citazione adatta per l’apoteosi del corso SA2 sembrava facile. Di temi su cui gli autori latini sarebbero stati pronti a lasciare il segno ce n’erano tanti, ….stavolta, però, c’era stato di più. Il tema era il senso stesso di quella felicità profondamente condivisa da tutti, istruttori e allievi indistintamente. Vuoi vedere – mi son detto – che non bastava andare a rovistare nella sapienza latina, ma che conveniva fare un salto a Delfi e andarsi a rileggere l’esortazione “Gnōthi seautón” – conosci te stesso, iscritta sul tempio di Apollo.

Sì, nei tre giorni agli Ecrins ho conosciuto un po’ più me stesso, ho conosciuto il mio fisico che il primo giorno voleva impedirmi di andare avanti e che i giorni dopo ha fatto il bravo, ho conosciuto l’empatia con ciascuno di tutti gli altri 15 della combricola, ho conosciuto i sentimenti in vetta, da chi viveva il primo 4000, a chi si è commosso per l’amico comune mancato in montagna, a chi aspettava che arrivasse il compagno. Ho conosciuto i volta-maria al limite della tenuta dei rampanti, che per qualche allievo sono stati uno sforzo bestiale di consapevolezza dei propri limiti.

Socrate diceva che questa conoscenza porta a trovare le soluzioni migliori per vivere (ἀρετή (aretè) – virtù) e quindi alla felicità.

Ma non dilunghiamoci troppo (che siam sempre in Brianza) e andiamo con ordine.

Partiamo da Varedo in 16 doppiamente furgonati (Vito e Vivaro): grazie Carlo, grazie Stefania, ma grazie anche a Max per il pilotoggio del Vivaro.

Giungiamo a Torino: no Max, non devi cercare il parcheggio della “Sacra Sindone”, sarà meglio che Adriano ti faccia da navigatore (….segui la curva). Gigi, per delineare meglio il suo concetto, sentenziava che “non è mai rettilinea la curva” Proseguiamo per Briancon: visto che Adriano dormiva, per Max  è stato utile un bel teleindicatore.

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Giungiamo a destinazione; da Prè de Madame Carle a 1874 m ripartiamo con scarponi ai piedi e spallando lo spallabile, corde e kit pronto soccorso compresi. La consapevolezza era quella del mulo, la coscienza del “chi te l’ha fatto fare”, l’obiettivo era arrivare al rifugio costi quel che costi. (altro…)

Il controZUCCONE ! 11 aprile 2015

domenica, aprile 19th, 2015

“Homo sum, humani nihil a me alienum puto” – Sono un essere umano, nulla che sia umano mi è estraneo [Terenzio, Heaut, 77]

Se per una “tapparella”, c’è una “controtapparella” (è il luogo di ritrovo per le nostra gite, sito in quel di Verano Brianza), per uno “Zuccone” c’è un “controZuccone”. Sia comunque ben chiaro: lo Zuccone è sempre lo stesso e basta vedere l’esplicito riferimento nella seconda foto del racconto “ZUCCONE!” di Patajean (vedi Patajean blog, 232, 15 aprile 2015); caso mai lo Zuccone è in buona compagnia: cioè lo Zuccone ha scelto lo Zuccone (Campelli) come gita di apertura di un nuovo e già mitico corso SA2 in buona compagnia (Boris).

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Peraltro l’input dato dal Direttore del corso per la gita era chiaro: discesa in doppia con sci in spalla, con gli sci ai piedi, con gli sci al contrario e con gli sci di inox per provare i nuovi attacchi marker (lui è il primo ed unico ad averli). Poi scivolata con trattenuta (che se non trattiene la picca ci pensa la corda opportunamente ancorata). Poi esercizi sulla progressione dal n° 6 al 18 del manuale CAI-ghiaccio e misto. (altro…)

CORSO “SA1+” (Isole Lofoten – Norvegia, 15-24 marzo 2014)

sabato, aprile 5th, 2014

“Hominum natura, novitatis ac peregrinationibus avida est” – Gli uomini per  natura sono desiderosi di vedere cose nuove e di viaggiare [Plinio, Natur. hist. 17, 10, 12]

Tutto cominciò a settembre dello scorso anno nella sede del Cai di Bovisio, quando Samuel e Silvano la spararono  veramente grossa.

“Perché non facciamo un corso SA1 in Norvegia?”  Cioè:  una roba che nessuno si era mai sognato di fare e che solo l’idea sarebbe probabilmente rimasta impigliata in qualche circolare della CNSASA o in qualche punto dell’assicurazione del CAI (absit iniuria verbis).  Le verifiche successive non evidenziarono peraltro  alcun impedimento burocratico ed inoltre i due in  Norvegia ci sarano già stati l’anno prima, asserendo che non ci sarebbero stati grossi problemi per l’alloggio, voli e automezzi.

Mancava anzitutto il merluzzo da prendere per la coda (ovvero il “pataccato” che avrebbe dovuto fare il Direttore del Corso).  Silvano, come vedete, agguantò (senza guanto però, tanto che il volante dell’auto puzza ancora) il malcapitato titolato, che avrete già capito chi è.

 Il nostro povero merluzzo  cominciò a pensare a questo corso SA1 “inconsueto”, comunque in  compagnia di altri quattro merluzzi sezionali (i predetti Silvano e Samuel, con Diego e Stefania)

 

dimostratisi poi abilissimi nella preparazione della logistica. Essendo poi necessario  dare un nome all’iniziativa e dovendola distinguere dall’SA1 tradizionale, alla fine si decise per:  SA1 + (….CNSASA permettendo).

 

Sì, tutto bene, ma senza un’altra pescata di merluzzi, gli allievi, il corso non poteva partire. Dopo un po’ di tentativi andati a vuoto nella rete cadevano  4 esemplari di prim’ordine (Elisa, Grazia, Adriano e Lorenzo).

Le lezioni teoriche furono le stesse  tenute a Bovisio per l’ SA1 standard (che anche quest’anno “ha girato veramente grosso” sotto la Direzione Inox-Patajean) con l’aggiunta a fine serata di esercitazioni norvegesi di topografia e meteorologia.

Nel contempo Diego diventava papà di Fabio e ciò aggiunse gioia in noi tutti, sapendo quanto gli sarebbe costato rinunciare a spalare roba marrone per una settimana,  invece che soffice neve bianca durante un’esercitazione Artva. Ma se dietro un uomo  c’è una grande donna, certe cose si possono comunque fare.

Man mano che la partenza si avvicinava più cresceva la preoccupazione per la neve che non arrivava. Il  freddo, che ha attanagliato gli Stati Uniti nei mesi di gennaio e febbraio,era di fatto sottratto ai paesi scandinavi, dove le temperature erano decisamente superiori alla media. In ogni caso il problema della poca neve c’era solo fino a  100 metri s.l.m., e nelle Lofoten del sud, come mi aveva ragguagliato l’amico Cesare, che era lì la settimana prima della nostra.

Tre giorni prima della partenza  ci ritroviamo per pesare bagagli e dividerci vettovaglie e vino. Le disposizioni sulla logistica le avrebbe date Samuel  e non avrebbero dovuto  essere minimamente essere messe in discussione (come poi ribadì “Herr Direktor” la prima sera  a Oslo, con la bacchetta da maestrino in mano). In particolare ai vari “check in” era stato fissato il divieto di avvicinarlo durante le operazioni al terminale SAS (vero Elisa?). Così pure l’economia ( che deriva da “oikou nomos”cioè  “regole della casa”) sarebbe state esclusiva competenza della ministra Stefania, che peraltro ha fatto poi girare la ruota senza mai riprendere nessuno. Tanto per dirne una, Adriano, il cui bioritmo imponeva la sveglia alla 6,30, provvedeva in automatico alla preparazione della colazione, senza che nessuno glielo dicesse.  

Ritornando al vino, avevo dato la disponibilità a portarmi dietro mia cantina

Solo che il mio non era piu’ vino ma aceto di vario tipo. Quindi bocciatura immediata e tutti all’Esselunga a comprare 4 bottigie secondo le indicazioni di Diego che sarebbe stato colui che si sarebbe occupato del nostro palato per tutta l’avventura.

 

Ci troviamo alle 4,30 del 15 marzo a Linate con l’imbrago in vita per non sforare i 23+8 kg di bagaglio. Ma è tutto superfluo perché al banco della SAS un  chilo in più o in meno fa lo stesso (precisione scandinava SAS in salsa italica).

Arriviamo a Oslo (via Copenghen) e nel pomeriggio decidiamo di visitare la città. Ecco quindi la Valle del Seveso all’Opera.

 

E tanto per distiguerci una volta di più come italiani (= tamarri, bunga bunga) , eccoci sul viale principale della città in posa da veri “Poseroni”.

 

 Ma non basta. Per cena scegliamo un ristorante asiatico “all you can eat” e alla fine Silvano platealmente si fa un mega “doggy bag” con tutto il pane rimasto, cuccandosi  all’uscita uno sprezzante “ENJOY YOUR BREAD” dal mongolo responsabile di sala. Poco male, visto che dopo la colazione in albergo del giorno successivo sarebbe stata l’appropriata l’espressione “ENJOY TUS COSS” visto che, tra uno scherzo e l’altro, erano  sono spariti pure i tovaglioli. Già, tra uno scherzo e l’altro….una costante della nostra avventura….by  Samuel.

 

Voliamo a Evenes,

e quindi con le auto (due efficacissime Skoda Octavia 4WD con route chiodate) scivoliamo per circa 3 ore a 100 km/h  su strade completamente ghiacciate che….era  così stretto che non passava neppure un pensiero (“ipse dixit” dove ipse era Lorenzo, e di ipse dixit ce ne sarebbero stati tantissimi altri durante la nostra avventura).  a Stamsund ci attende una magnifica magione.

 

17 marzo: TORSKMANNEN m. 755 (MS)  

“Dimidium facti, qui coepit, habet” – Chi bene ha cominciato, è a metà dell’opera [Orazio, Epist., 1,2, 40]     

“Oh por Crist, g’ha portà via anca la cruz” si recitava ogni mattina passando davanti alla Chiesa ricordando la battuta di  Renzo dell’anno prima .

 

Le previsioni meteo, che avevo seguito puntigliosamente per 90 giorni asenza interruzioni, promettevano la miglior giornata degli ultimi 90 giorni.

Si inizia, quindi, con prova Artva e relazione della gita.

 

 All’inzio è un po’ una ravanata tra ghiaccio e una fastidiosa “boschina”. Più si va su e più mare e montagna si fondono in panorami mozzafiato che incantano, emozionano,  come non mi era mai capitato.

 

In cima è meglio mettere i ramponi perché le alte temperature delle settimane precedenti e il successivo rigelo, hanno formato una crosta superficiale di ghiaccio assai insidiosa.

In discesa si va alla ricerca di  accumuli di polvere dove i miei super spatoloni RESPONSE , comprati apposta per l’avventura norvegese e per sfinimento da parte del “Capitano, mio Capitano”: Antonio “Kitty”Meroni (che non finiriò mai di ringraziare, altrimenti avrebbe prevalso il mio braccino corto e avrei perso l’ “attimo fuggente”) avrebbero potuto finalmente attivare gli spigoli come si deve.

A valle nessuno ci toglie una ricerca  Artva. Fa freddo. Sono le sei di sera. Tra spesa e trasferimenti arriviamo a casa alle 21 e mangiamo alle 22. E’ anche il compleanno di Silvano, che riceve in dono una bussola (tanto non userà mai perché ha il GPS  (sbagliatissimo! Ndr))

 

18 marzo: GEITGALJEN m.  1085 (BS)

“Nec meus audet rem tentare pudor, quam vires ferre recusent” –  La mia coscienza non osa tentare una cosa quando sa che le forze non sono sufficienti [Virgilio, Georg., 3, 78])

Cerchiamo stavolta di partire presto; inoltre ho detto di portarsi dietro anche la picozza,il tempo è ancora bellissimo; inforchiamo  gli sci praticamente in riva al mare;

 

avanziamo nella “boschina”. Davanti a noi si prospetta subito una bastionata su cui vediamo un po’ di gente che sta “ravanando” . Non è un buon segno; incrociamo un gruppo di italiani che aveva appena rinunciato alla gita. Io mi dico: “proviamo !”. Se è vero che bastano  solo 7 secondi per formare un giudizio su chi ti sta davanti, a me è bastato  il primo traverso ghiacciato per capire la pasta dei quattro allievi, sicuramente  con limitata esperienza scialpinistica, ma comunque in grado di reggere lo stress  qualora avessimo dovuto affrontare qualche passaggio un po’ impegnativo.

Per superare una seconda balza si sono resi necessari di nuovo i ramponi. Ripresa la salita con gli sci arriviamo al colle dove forse godiamo del più bel panorama della nostra avventura.

Con un ultimo sforzo risaliamo a piedi un ripido pendio dove occorre piantare la picozza con la punta e fare molta attenzione. In cima la vista a 360° non si potrà mai più dimenticare. E’ il trionfo del “POSERONE”

La discesa nel primo tratto viene agevolata da una corda. Ci godiamo quindi una bella sciata con luce calante,

 arrivando in riva al mare giusto in tempo per le ultime foto senza flash. La gita è stata “un gitone” e qualcuno pensa di essere pure Gesù Cristo con gli sci.

 

Il rientro avviene a tardi anche stavolta. E’ comunque tempo di aperitivo e allora scopro perché al suopermarket  Adriano aveva riempito il carrello di Coca Cola. Strano – mi son detto- che un tipo così “smart” beva Coca Cola. Poi, mi dicono che invece di portare un litro e mezzo  di “Muller Turgau”, come prescritto,  il nostro si era tirato dietro un litro e mezzo di Rhum. Insomma, tanto per gradire, abbiamo staccato un bel “Cuba libre” post gita, allietandolo con un antipasto ribattezzato “Nacamuli” by Samuel (la parola “Guacamole” proprio non mi veniva) .

 Quando a fine settimana finì la Coca Cola scoprii il “purino”, cioè il Rhum puro.

      

19 marzo: VARDEN  (o Vared) m. 700 (MS)

“Est pabulum animorum, contemplatio naturae” – E’ pascolo dell’animo la contemplazione della natura [Cicerone, Acad. , 2, 127]

La finestra di bel tempo continua e si decide per il Varden. La salita stavolta è facile.  Incrociamo una bella norvegese intenta a gonfiare l’ala da snowkite. Ciò suscita in Lorenzo l’esigenza di lanciare la sua massima quotidiana: “quando vedi una così puoi sempre dire alla tua fidanzata che, anche se sei a dieta, il menù’ lo puoi comunque leggere”.

Dalla cima, altro panorama mozzafiato.

 

La discesa viene prolungata sul versante laterale, tanto che occorre una “ripellata”: del resto mica si può lasciare la poudre intonsa.

Giunti al lago costuiamo la barella di fortuna. Sapevo che che sarei stato messo alla berlina per la cocciutaggine nell’insistere a volerla fare (infatti il tema della serata sarebbe stato : “come allestire una barella –ambulanza  dotata dei vari apparecchi elettromedicali”). Certamente è sempre bene conoscere ogni tecnica utile in caso di emergenza.

Durante la cena Elisa esclama “AURORAAAA !!!”. No, non è una fan di Ramazzotti. E’ che fuori si vede l’aurora boreale, un’emozione riservata solo a chi frequenta le zone polari. Un’emozione che però suscita anche l’ironia di Lorenzo in versione coatto romano, per nulla emozionato dal il cielo verdino (dai Lorenzoooooo!)

20 marzo: tentativo al RUNDFJELLET m.803

“Calamitas virtutis occasio est” – Le calamità sono occasione di virtù [Seneca, De Prov.., 4 ,6]

Quella strana bolla di alta pressione al ivello del mare che non trovava riscontro nella vasta area depressionaria in quota a 5000m e che ci aveva dato 3 giorni di tempo splendido, se ne andò. Se da un lato non abbiamo esulatato per l’arrivo del brutto tempo, d’altro lato sarebbe stata l’occasione per tirare un po’ il fiato.

La salita al Rundfjellet inizia con un tratto pianeggiante di circa 3 chilometri in ambiente da steppa russa, visto anche il vento che tirava. La sensazione era proprio quella della storica ritirata. L’emozione era  comunque intensa  per l’odore della salsedine e per il colore plumbeo del cielo.

 Dopo 400 m di dislivello decidiamo di rientare a causa del vento ormai tempestoso. Stavolta c’è più tempo per fare i turisti e dedicarsi in particolare alla ricerca del merluzzo fresco a Svolvaer.

21 marzo: topografia al TORSFJORDTINDER  

“Difficile est tenere quae acceperis, nisi exerceas” – E’ difficile ritenere quello che hai imparato, senza l’esercizio [Plinio, Epist., 8, 14, 3]

Ci alziamo sotto una fitta nevicata. Sul terrazzo di casa ci sono già 30 cm di neve. Si decide ugualmente di mettersi in macchina, dirigendosi stavolta verso sud e sperando di trovare buone condizioni. Ci fermiamo in riva a un fiordo e io azzardo un esercizio di topografia  chiedendo agli allievi scendere dall’auto e portarmi a vedere le onde del mare aperto che si trovava a circa 3 km a Nord Ovest. Siccome tutto ciò avveniva sotto la pioggia battente, la contrarietà degli altri istruttori era palpabile, ma qui si deve fare addestramento di topografia e 2 gocce d’acqua non possono certo fermare la Valle del Seveso.  Quindi giù tutti dall’auto e in marcia verso l’Oceano , che bisogna capire dove si trova con carta e bussola.  Naturalmante per chi , come me, ha più c…. (ops, fortuna) che anima, smette subito di piovere e, anzi, il cielo sembra quasi aprirsi. Risaliamo sino al colle dove impariamo pure a fare il punto sulla carta misurando l’azimut di cime note (come il Monte Melma Norvegese).

Poi scendiamo a mare.

Giochiamo sulla sabbia bianca di neve e facciamo le foto di rito.

Una volta ripresa l’auto ci dedichiamo al godimento “fuori dal finestrino”

 

E alla visita del caratterististico paesino di Nusfiord.

 

22 marzo KVITTINDEN  M.710 (MS)

“Unusquisque sua noverit ire  via”– Ognuno deve imparare ad andare per la sua via [Properzio, 2, 25, 38]

Il tempo non migliora e ha messo giu’ 30-50 cm di neve fresca. Decidiamo all’ultimo per il Kvittinden che presenta pendii abbastanza regolari. Il pericolo valanghe segnalato  è 3 ma guardandosi attorno si vede qualche valanga sponanea. Procediamo con tutte le precauzioni del caso rendendo gli allievi ben consapevoli di cosa vuol dire fare nel concreto una valutazione locale del rischio valanghe, dopo che la sera prima i nostri si erano dovuti sorbire la regola del 3×3 del Munter. Imponiamo a seconda dei tratti la distanza di alleggerimento e di sicurezza.

Gli allievi provano anche a fare la traccia. Grazia ci grazia con una traccia super  accademica alternando uno “zig” a 40° a uno “zag” a 5° tanto per rompere il ritmo visto che deve prepararsi  per la “Monza Resegone”.  Guadagnamo la cima e contenti per l’ennesima volta,

ci lanciamo in un’altra discesa sino al mare. Anche oggi la gita è stata bella e molto istruttiva. Rientriamo passando per il caratteristico abitato Henningsvaer dove Stefania trova finalmente il suo stocafisso.

23 marzo: Quota m. 370 (STAMSUND)

“ Homines dum docent, discunt “ – Gli uomini mentre insegnano imparano [Seneca, Epist., 7, 8]

E’ l’ultimo giorno, dobbiamo pulire la casa e preparare i bagagli per la partenza del giorno dopo (ore 4). Usciamo da casa direttamente con gli sci e risaliamo la pista dell’unico skilift delle Lofoten. In cima grande spazio, per l’ennesima volta, a grandi scatti con neve e mare.  Ormai non ci rimane da fare che la simulazione della ricerca organizzata in valanga. Nella foga dello scavo Adriano non si accorge di aver spalato anche l’Artva che finisce a 2 m di distanza.  Non trovandolo nel punto cercato perde completamente l’orientamento e fatica a realizzare dove stava il problema.

Siamo ormai alla fine e non c’è nessuna voglia di tornare. Passiamo il pomeriggio e la sera a vederci e rivederci foto video come se non riuscissimo a distaccarci da quei posti così magici.

24 marzo: il RIENTRO      

Partiamo a notte fonda per Evenes e con un dislivello di 30 000m (Evenes-Oslo-Copenaghen-Malpensa) arriviamo a casa. Come ultimo atto, all’aeroporto,  riprendiamo in mano  la bacchetta sottratta  al ristorante di OSLO la settimana prima (quello dell’ “Enjoy your bread”) e con cui avevamo bacchettato  gli allievi per tutta la settimana. A queto punto la bacchetta passa agli allievi per l’ultima bacchettata: quella ai loro istruttori.

 

COMMIATO

E’ stato un bel corso di scialpinismo del CAI, molto probabilmente  il primo con questa formula in terre così lontane dalle nostre Alpi.

E poiché questo  tipo di iniziativa, così nuova  e innovativa,  non può che realizzarsi in un ambiente  in grado di promuoverla, vorrei iniziare con il ringraziare l’intera  Scuola Valle del Seveso ( e in proposito mi piace citare il  suo fondatore: Gabriele  Bianchi, la Commissione Valle del Seveso con il suo Presidente Maurizio Nessi,  il Direttore della Scuola: Angelo Pozzi (detto “Kocis”) insieme a tutti gli Istruttori).

Ringrazio poi, più nel concreto, gli istruttori sezionali di questa “avventura”, semplicemente fantastici e che mi hanno sostenuto  dall’inizio alla fine:

  • ·         Sfefania Castoldi  (ministra dell’Economia e Finanze)
  • ·         Silvano Giampietri  (sottosegretario alla Presidenza del Consiglio e ministro della Georeferenziazione )
  • ·         Samuel Bardi (ministro del Turismo, Infrastrutture e Trasporti)
  • ·         Diego Catallo (ministro dell’Agricoltura e della  Ristorazione)

…nonchè gli altrettanto fantastici allievi:

  • ·         Grazia Fossati  (l’Accademica)
  • ·         Elisa Cavalieri (l’Aurora)
  • ·         Lorenzo Mariani (dai Lorenzooo!)
  • ·         Adriano Mauri (il Poserone)   

Alla prossima

Alberto Ronzetti

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