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Corso SA1, 2 – 3 marzo 2019 – da Riale (1731m ) al rifugio Marialuisa (2160m) – alla Punta di Val Rossa (2968m) – by Francesca R.

giovedì, marzo 7th, 2019

Ospitiamo qui il racconto dell’allieva  Francesca R. , che ringraziamo.


gira gira il mondo

E gira il mondo e giro te

Mi guardi e non rispondo

Perché risposta non c’è

Nelle parole

Bella come una mattina d’acqua cristallina

Come una finestra che mi illumina il cuscino

Calda come il pane

Ombra sotto un pino

Mentre t’allontani stai con me forever

(Lorenzo Cherubini)

 

E gira gira il mondo…dell’arco alpino con la Scuola Valle del Seveso che per l’ultima uscita decide di andare in val Formazza. Bella come una mattina d’acqua cristallina il risveglio alla capanna Maria Luisa e con una finestra che ci illumina il cuscino…ma andiamo con ordine nel descrivere questa due giorni stupenda.

Sabato scorso partiamo di buon mattino e,  dopo aver fatto la seconda colazione presso il forno ossolano di Crodo, ci dirigiamo al parcheggio di Riale, decisamente affollato. Riusciamo con un gioco ad incastri a parcheggiare e in men che non si dica costituiamo i gruppi di salita e facciamo la prova artva in “test di gruppo” come d’abitudine, ormai. Il mio gruppo è costituito da me e Marta come allieve e da Bob, Mirko, Stefania e Antonio Meroni (il direttore della scuola “Valle del Seveso”) come istruttori.  Risaliamo con gli assi ai piedi la carrozzabile fino ad un po’ prima del rifugio Maria Luisa, dove avremmo fatto  le esercitazioni. Avevamo un programma denso e fitto di impegni quel giorno, come ci ricordano gli istruttori: la prova di autosoccorso, la costruzione di una truna e di una caverna e poi, in rifugio, ci aspettava sempre lo schizzo di rotta condita con una lezione di storia del CAI.

La salita per raggiungere il punto dell’esercitazione è stata agevole e fluida grazie al clima positivo instaurato nel gruppo. Antonio fin dall’inizio si è prodigato nello spiegarci la tecnica di salita e nel farci fare “pertichette” di ogni tipo senza dimenticare di farci osservare i pendii e i diversi tipi di neve. L’atmosfera che si era creata nel gruppo era così bella che non mi sembrava neanche di far fatica a salire e in men che non si dica abbiamo incontrato l’intero gruppo di allievi che ci precedeva. Qui rimaniamo solo con Alberto come istruttore perchè tutti gli altri, compresi i nostri, dovevano preparare lo scenario valanghivo. Noi allievi invece avremmo dovuto “ben immedesimarci” nel ruolo del gruppo di soccorritori di scialpinisti travolti in valanga. Abbiamo individuato in Erik, il nostro capogita-direttore, io avrei chiamato i soccorsi, Edoardo e Alessandro avrebbero fatto la ricerca iniziale con gli artva mentre Jacopo, Smaranda, Marta, Alberto, Paolo e Francesco avrebbero spalato per disseppellire “gli zaini con gli artva” e lo zaino “senza artva”.

Grazie alla presenza di Alberto con noi come istruttore abbiamo fugato gli ultimi dubbi prima della prova e poi: uno, due e tre, si è alzato il sipario virtuale.

Abbiamo incontrato Pier che, da grande attore, ha recitato la parte del sopravvissuto raccontandoci l’accaduto  e, in brevissimo tempo, Erik ci ha messo tutti al lavoro. Il primo artva è stato disseppellito in 6 minuti, il secondo in 14 minuti mentre il terzo “sepolto senza artva “ è stato disseppellito in 19 minuti.

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Tutti gli istruttori ci hanno fatto i complimenti per la nostra prova e per la velocità con cui abbiamo scavato e per come ci siamo organizzati velocemente. Poi con tutti gli istruttori (Alberto, Giuseppe, Antonio,Bob, Anna, Luca, Pier, Mirko, Andrea, Gigi, Pier e Alessandro) abbiamo fatto “Autocritica” su come avremmo potuto migliorare lo scavo e la ricerca ma, alla fine, ci sentivamo tutti contenti e belli carichi per aver superato questa prova…che pensavamo fosse l’unica;  ci sbagliavamo perché mancavano ancora altre esercitazioni all’aperto prima di godere del caldo del rifugio. Ci siamo divisi in due gruppi ed abbiamo realizzato una truna e una caverna grazie anche all’apporto fondamentale degli istruttori che non solo ci hanno indicato come fare ma hanno scavato e costruito con noi i due manufatti. E devo dire che alla fine della truna è stata davvero una soddisfazione poterci entrarci e accorgerci che si stava “abbastanza “bene e ci riparava veramente da freddo esterno  così come la caverna. Un ringraziamento particolare va ad Antonio che ha subito ottimizzato le nostre risorse, senza farci scavare neve inutilmente e anche a Gigi e Luca che hanno trovato veri e propri blocchi di neve per costruire la truna.
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Dopo aver superato queste esercitazioni ci siamo diretti al rifugio.

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Fatta una buona merenda, ci cimentiamo nello schizzo di rotta e qui ringrazio Alberto ed Anna che ci hanno dato ottimi consigli per compilare l’agognata tabella. Dopo aver trovato il luogo adatto, una stanza del rifugio Maria Luisa, Alberto ha tenuto la lezione di storia del CAI ricordandoci non solo le date storiche di fondazione ma soprattutto l’importanza dello studio per accrescere le nostre conoscenze.

La cena è stata ottima e ben condita da sane risate ed aneddoti divertenti raccontati un po’ da tutti. Eravamo un po’ su di giri perché era l’ultima gita. Poi siamo andati a dormire in camere stupende perlinate e persino scaldate da uno scaldino elettrico; ero in camera con Stefania, Anna e Giuseppe, abbiamo dormito benissimo ed è stato veramente bello svegliarsi all’alba con i primi raggi del sole che colpivano il cuscino.

Dopo un abbondante buona colazione alle 7 siamo subito fuori con gli sci ai piedi per raggiungere la punta di Valrossa a 2968 metri. C’eravamo solo noi sull’itinerario a batterlo ed era tremendamente suggestivo guardarsi intorno e vedere solo noi, la neve, il cielo azzurro e le montagne vicine. Il silenzio e l’emozione facevano da padroni ed era solo bello sentire il rumore delle pelli degli sci.

 

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Poi gli ultimi pezzi sono stati difficili e di concentrazione con dei bei traversi ma tutto mi sembrava bello ed unico e ringrazio Stefania per la pazienza a stare con me che, come al solito, varco per ultima la cima della Punta di Valrossa;   scoppio a piangere veramente per la commozione perchè non pensavo di farcela, avevo tante paure fugate nella salita grazie ai consigli sapienti dei miei istruttori ed è stato bellissimo stare in cima con tutti allievi e istruttori scherzando e facendo fotografie come bambini in libera uscita.

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Dopo esserci riposati ci apprestiamo a scendere, e li seguo sempre Antonio che fa da apripista e la neve mi sembra sempre bella e  lo ringrazio anche perchè curvando proprio nelle sue scie tutto sembrava più semplice anche la discesa, che è stata veramente bellissima soprattutto i tratti in alto. E poi eravamo solo noi con un meraviglioso sole ed il cielo azzurro; ci siamo veramente lasciati trasportare dall’”euforia bianca”. Arrivati al rifugio Maria Luisa abbiamo aspettato che il gruppo si ricompattasse e poi ci siamo diretti a Riale.

Che dire? Dispiace sia finito questo corso di scialpinismo che tanto mi ha insegnato. Ringrazio tutti gli istruttori: Alberto, Andrea, Giuseppe, Alessandro, Mirko, Bob, Gigi, Pier, Antonio, Luca e le due grandiose istruttrici: Stefania ed Anna. Un ringraziamento speciale ai miei compagni di avventura, gli allievi del corso SA1: Marta, Smaranda, Marion, Edoardo, Alberto, Alessandro, Paolo, Francesco, Jacopo e Erik!

Francesca R.

 

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Corso SA1, 16-17 febbraio 2019 – da Campo Blenio (1215 m) alla Capanna Bovarina (1870 m) al Piz Cadreigh (2516 m) – by Francesca R.

venerdì, febbraio 22nd, 2019

“Labor voluptasque, dissimillima natura, societate quadam inter se naturali sunt iuncta” –

La fatica e il piacere, diversi di natura, sono congiunti fra loro da un naturale legame [Livio, Hist, 5, 4]

 

Ospitiamo qui il racconto dell’allieva Francesca, che ringraziamo.

 ” Seconda stella a destra, questo è il cammino e poi dritto fino al mattino…e poi la strada la trovi da te, porta all’isola che non c’è ”

La partenza con le stelle c’è stata sul serio, un po’ dopo l’alba, per ritrovare in dogana a Brogeda il gruppo della Scuola Cai “Valle del Seveso” per la quarta uscita del corso di scialpinismo. Il tempo di un caffè e una brioche e poi direzione Campo Blenio per cominciare l’ascesa alla Capanna Bovarina.

E come cantava Bennato “la strada la trovi da te” ed in effetti l’abbiamo proprio trovata da noi la strada per il rifugio, o meglio grazie a pazienti e precisi istruttori che ci hanno guidato nei “segreti della topografia e dell’orientamento” con bussole e mappe alla mano. Infatti ben prima di mettere gli assi ai piedi la gita è cominciata con bussole e mappe e osservazioni del cielo e del sole. Rimaneva da analizzare le costellazioni per l’orientamento ma le stelle le avremmo viste di notte alla capanna e all’alba del giorno dopo.

La salita è stata inusitatamente calda, assolata ma bella nel bosco di larici con passaggio quasi atletico su un tronco come ponticello.

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Il mio gruppo era formato dalla mia compagna di corso Marta e dagli istruttori solerti e sempre sul pezzo Stefania, Max e Bob. In particolare, ringrazio Bob che ci ha spiegato l’utilizzo del software di orientamento gps “oruxmaps” e soprattutto è riuscito a far piacere questa nuova applicazione software anche al mio cellulare che faceva continuamente “le bizze”.

È stato finalmente una soddisfazione salire alla Capanna Bovarina con sole e cielo azzurro e caldo…caldo..fin troppo caldo. I più fortunati hanno sfoggiato pantaloni da scialpinismo “inverno-estate” avvolgendo i pantaloni fino a farli diventare calzoncini, una sorta di  “double face”, mentre noi poveri “mortali” abbiamo sofferto il caldo, altro che sauna svizzera.

La salita sembrava non finire mai, sembrava sì “la ricerca dell’isola che non c’è” , ma dopo 3 ore di camminata, svoltato l’ennesimo angolo, eccola: la Capanna Bovarina che si stagliava in controluce tra cielo e terra all’inizio di un bel vallone.

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Una volta arrivati abbiamo svuotato lo zaino e mi sarei volentieri attardata ad ammirare il panorama se il direttore non avesse detto “beh, ora saliamo di altri 150 metri di dislivello perchè dobbiamo fare l’esercitazione di blocco di slittamento “ e quindi tutti con gli sci ai piedi….ringrazio poi gli istruttori che sono riusciti a trovare il luogo per il blocco di slittamento non a 150 metri di dislivello ma a 150 metri quasi lineari dalla capanna!

Il direttore Alberto con dovizia di particolari ci ha spiegato perché dovevano ricavare il blocco scavando sul lato davanti e sui  lati fino a raggiungere il terreno: era necessario per visualizzare meglio le superfici di rottura. Noi prodi allievi ci siamo messi subito a scavare e alla fine, una volta isolato il blocco  Alberto ha approfittato per farci lezione di stratigrafia grazie a un metro “ fai da te” costruito per l’uopo da mani sapienti.

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Il blocco di slittamento non voleva però saperne di slittare, dimostrando la molta resistenza degli strati di scorrimento e confermando così il grado 2 della scala di pericolo dei bollettini neve e valanghe. Max , prima è salito sul blocco, poi ha saltato senza bastoncini e poi con bastoncini, poi si è pure tolto gli sci…ma niente il blocco era “bloccato”. Si è aggiunto a Max anche Luca e dopo “aver improvvisato” gesti e balzi atletici , il blocco si è sbloccato e staccato. La giornata degli allievi e istruttori dell SA1 non si è fermata qui perché è continuata al caldo della Capanna Bovarina, dove abbiamo fatto lo“ lo schizzo di rotta” calcolando azimut e inclinazioni e pendenze e ringrazio Giuseppe che, al mio gruppo, ha spiegato e rispiegato come dovevamo fare.

Il giorno dopo partenza all’alba per  “l’isola che non c è”  ovvero  per la Cima della Bianca, che invece c’era e si vedeva bene.

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Almeno questa era la nostra meta. Dopo 15 minuti di cammino vediamo che Alberto piega da solo “sulla destra”, si dirige verso un traverso e poi attraversa una piccola valanga di fondo; sopra di lui appare uno stambecco….poi torna indietro  e ci dice “non andiamo alla Cima della Bianca, facciamo il Piz Cadreigh, è più sicuro” e allora via per il piz Cadreigh!

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Bob, Stefania e Max ci hanno spiegato con dovizia di particolari i tipi di neve e valanghe.Con la bella giornata che c’era ogni conversazione diventava rilassante e piacevole e alla fine siamo arrivati anche noi in vetta. Non mi sembrava vero di essere arrivata in cima, insieme a tutti, anche se per ultima; mi sono commossa sul serio a guardare quel meraviglioso balcone sull’arco alpino.

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La discesa è stata bellissima, per il primo tratto, fino al bosco,


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qui abbiamo fatto l’ennesima esercitazione di ricerca di artva multipli: in gruppo,  Marta, Marion e io abbiamo lavorato in equipe per fare lo scavo a nastro trasportatore e in tempo accettabile abbiamo disseppellito l’ artva. Poi rimessi gli assi ai piedi ci siamo spinti fino a Campo Blenio, prima sciando nel bel bosco e poi su strada “pistata” da motoslitte e ciaspolatori. Mi sembrava non finisse mai la strada. Non avevo mai fatto 1600 metri di discesa di scialpinismo e soprattutto sono felice di raccontare questa impresa perché avevo molti dubbi sulla mia performance atletica. So che devo migliorare nella resistenza, ma quasi piangevo quando siamo arrivati all’auto: sono riuscita in un’impresa per me epica e ringrazio tutti gli istruttori e i compagni di corso.

Francesca R.

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Corso SA1, 3 febbraio 2019: da Cheneil (2027m) al Col Des Fontaines (2665m)

mercoledì, febbraio 6th, 2019

 “Curiosus spectator excutit singula et quaerit” – L’osservatore avido di sapere, scruta e studia ogni singola cosa (Seneca, Naturales Quaestiones Praef., 11)

Ospitiamo qui il racconto dell’allieva Francesca

“Dove osano le aquile”

Nulla faceva presagire una gita scialpinistica, né il cielo sempre plumbeo carico di neve, nemmeno i bollettini meteo e men che meno i bollettini neve e valanghe che durante la settimana davano responsi tutt’altro che rassicuranti. Anche alla fine della lezione teorica di giovedì scorso il direttore Alberto ha chiuso la lezione con un lapidario: “ vi dirò all’ultimo momento dove sarà la gita, ma potrebbe anche non farsi per condizioni nivo-meteo avverse”. Siamo rimasti da giovedì a sabato appesi a un filo o meglio in attesa di un messaggino WhatsApp  che ci avrebbe finalmente tolto dall’incertezza, tagliando il nodo gordiano delle nostre sorti scialpinistiche. Con sorpresa, nel primo pomeriggio di sabato, riceviamo, tutti noi allievi, il responso: solo l’incipit ci ha messo tutti di buonumore “Si va”, successivamente ci ha comunicato la meta ovvero la Val d’Aosta e precisamente Col des Fontaines o col de la Croux.

Domenica mattina partiamo alle 6 da Varedo alla volta della ambita e ricercata Val d’Aosta. Dopo aver fatto colazione in un autogrill strapieno di persone e degno della sfida all’ok corral per ottenere l’agognato caffè, ci rimettiamo in auto: destinazione Cheneil in Valtournanche. Arrivati al parcheggio ci accorgiamo subito di 3 cose: il cielo è ancora plumbeo, ci sono un sacco di automobili parcheggiate di altre scuole del Cai valdostano e, soprattutto, c’è una piccola cremagliera gratuita per raggiungere il paese sommitale. Gli istruttori ci rincuorano dicendoci che il pericolo in questa zona della valle sarebbe stato di “grado 3 in diminuzione” e che il cielo, secondo le previsioni, si sarebbe aperto nel pomeriggio. Noi allievi non potevamo che fidarci ma il cielo era veramente plumbeo e il freddo ci attanagliava. Io ero in gruppo con Marta ed avevamo come istruttori Stefania, Anna, Mirko e Pierangelo e, quando ho visto tutti questi istruttori, ho pensato “non si può certo dire che questa scuola Cai non segua i suoi allievi”.  Pierangelo e Mirko hanno subito cominciato a farci notare le particolarità del manto nevoso, senza dimenticare di farci orientare la cartina ed individuare, ragionando, il miglior percorso che avremmo potuto seguire.

Ci siamo messi in marcia e abbiamo raggiunto gli altri istruttori e allievi del nostro corso guidati dal “diretur” che faceva da apripista. Più salivamo più i nostri istruttori sembrano rassicurati dall’itinerario e dalle condizioni di neve; all’inizio non vi erano grandi pendenze, l’unico dubbio l’avevano sull’ultima parte che sapevano essere un po’ ripida ma, a me sembrava già tanto riuscire ad arrivare in cima. Mentre Pierangelo ci faceva notare la migliore microtraccia da seguire per evitare cornici o accumuli per procedere in sicurezza, ecco sopra di noi una bellissima aquila. Tutti ne veniamo “rapiti” almeno nel pensiero e per un attimo la stanchezza se ne va lasciando il posto alla contemplazione del maestoso rapace che si innalza sopra di noi seguendo le termiche più efficaci per il suo volo.

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Dopo questa insolita apparizione, la marcia riprende con più buonumore e la serie di inversioni di marcia a Y (le famigerate pertichette) sembrano pure più semplici dell’ultima gita, oppure ero in giornata positiva: un bel gruppo simpatico che procede serrato verso la cima tra una spiegazione e l’altra degli istruttori, senza dimenticare gli aneddoti montani e qualche barzelletta.

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Arrivati in cima, mi stavo quasi commuovendo ma la commozione iniziale è subito e letteralmente spazzata via dalle forti raffiche di vento, che paralizzavano persino il pensiero. Come automi seguiamo i saggi consigli degli istruttori: “togliete le pelli degli sci velocemente e attenti che qui vola tutto e poi scendiamo” e, a documentare la Cima, resta credo qualche fotografia e un breve video realizzato da Jacopo.

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Poi la discesa all’inizio mi è sembrata “un problema” ma dopo aver fatto la prima curva mi sono rincuorata e con Pier, Anna, Stefania, Marta e Mirko ci siamo divertiti a scendere il pendio. Tutti seguivamo Pier e Alberto che hanno sempre avuto un ottimo “fiuto” per trovare i bei pendii innevati su neve bellissima.

Poi è arrivato il momento dell’esercitazione: ricerca artva multipla e tecnica di scavo a nastro trasportatore, e poi un po’ di stratigrafia del manto nevoso. Grazie a questa esercitazione noi allievi abbiamo “veramente toccato con mano” i diversi strati di neve che si sono “costruiti e decostruiti” nel tempo e ci siamo esercitati nel trovare almeno due apparecchi artva.

Il gran finale dell’esercitazione è stato assistere a una “una simulazione delle manovre di autossocorso in uno scenario valanghivo” fatta da tutti i nostri istruttori.  Alberto e Giuseppe hanno preparato una zona in cui hanno sotterrato due artva per simulare “i travolti in valanga con artva” e poi uno zaino, per simulare la ricerca del travolto in valanga senza apparecchio artva. Alberto ha chiamato tutti gli istruttori dicendo “E’ caduta una valanga che ha travolto tre persone” e abbiamo visto come velocemente e sapientemente tutti i nostri istruttori si sono attivati: individuando un leader, definendo chi chiamava i soccorsi, altri che cercavano con gli artva, una vera macchina organizzativa ben “oliata”. Per la cronaca, il primo disseppellimento è avvenuto dopo 4 minuti e 39 e l’altro dopo 6 minuti circa, mentre il terzo sommerso in valanga (lo zainetto) che non aveva l’artva è stato trovato dopo 19 minuti;  una dimostrazione di quanto siano importanti gli apparecchi artva ed il saper fare con velocità le manovre di autosoccorso. Alla fine dell’esercitazione abbiamo rivisto proprio sopra di noi l’aquila o il Gipeto che, mi piace immaginare, ci salutava per aver osato varcare le sue montagne e mandarci un arrivederci.

Poi siamo scesi attraverso il bosco facendo slalom tra le piante, stando attenti a sciare “di precisione” per evitare di portare a casa qualche pino o abete. Come sempre tutto si è risolto con una buona merenda: birra, panino e, per molti, grappe e genepì finale.

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Francesca R

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Oberland: Abeni Flue (3962 m) da Blatten per l’Hollandia Hutte, 21-22 aprile 2018

venerdì, maggio 4th, 2018

“A natura non deerrare et ad illius legem exemplumque formari sapientia est”  – Non deviare dalla natura ed il formarci sulle sue leggi e sui suoi esempi, è sapienza (Seneca, De vita beata, 3, 3)

L’Oberland è per antonomasia bernese, e significa Terre Superiori. Il Ghiacciaio che le ricopre, la Jungfrau (Giovane Signora)  ha un’estensione pari a quella del lago di Como e uno spessore stimato di 1500 m. La Corncordia  Platz, punto di incontro delle varie lingue di ghiaccio, ha una larghezza di 5 km alla quota di 2850m. La guardavo dall’Abeniflue a 3962 m , come se fossi sul Bregargno a osservare Bellagio con ghiaccio al posto dell’acqua.

L’accesso a queste Terre Superiori è il vero problema dello scialpinista. E deve fare una scelta impegnativa: o sganciare  un bel po’ di franchi (150) prendendo il trenino che risale nelle viscere dell’Eiger fino al Jungfraujoch, o scammellare di brutto come, ad esempio, risalire tutta la Lotschental. Noi abbiamo optato per la scammellata e pertanto abbiamo fissato il ritrovo alle ore 3 del giorno 21 aprile,  presso l’improbabile parcheggio “Coren” in quel di Meda, dove è venuta pure l’ispirazione di regolare proprio lì i ramponi.

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Si parte in 6 sull’Espace, gentilmente messa a disposizione da Madame Anna e alle 6 giungiamo a Blatten.

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Alle 6,20 ci incamminiamo e lì in fondo vediamo il Lotschenlucke a 3173m, il passo poco sotto la Hollandia Hutte. Sembra vicino, non pare mettere paura per i 13  km di sviluppo e 1750 m di dislivello.

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Passano però le ore e il passo è sempre lì, senza aver la sensazione che si avvicini. La valle è comunque stupenda e allevia la fatica. Siamo solo disturbati dall’andirivieni di elicotteri che caricano e scaricano freeriders in mezzo al ghiacciaio.  Di solito sono abbastanza tollerante verso l’uso dell’elicottero per sciare, magari  un giorno lo prenderò anch’io, ma stavolta mi dà troppo fastidio: trasforma un luogo di una potenza e bellezza immane in un luna park usa e getta. Ed è un luna park che tenderà ad allargarsi sempre più se non si prende coscienza che non bisogna deviare dalle leggi della natura.

Il caldo inizia a farsi torrido e l’Hollandia hutte è lì, sempre più vicina, ma anche lontana.

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Alle 3 di pomeriggio, finalmente raggiungiamo la meta: 8 ore e mezza di salita.

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Mi faccio una meritata pennica e alle 18 è ora di mangiare. Si parte con una “sbobben”  degna delle migliori tradizioni svizzere, dopodichè si passa allo spezzatino con la pasta.

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Il sole sta tramontando dietro il l’Aleschhorn e allora è tempo di foto. Purtroppo non c’è il nostro fotografo ufficiale SA1 Francesco, ma comunque rimediamo egregiamente. Approfittiamo anche per ringraziarlo per essersi sbattuto per prenotare rifugio, telefonare e informarsi di tutto sapendo già da un mese e mezzo che non sarebbe venuto.

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La sala da pranzo era veramente chiassosa: eravano gli unici italiani e, stranamente  ci hanno serviti per primi. Negli altri tavoli un gruppo di inglesi, che ovviamente hanno trangugiato un quantità d’alcol colossale, e un gruppone di lungia tedesca dove spiccava maciste, una donna con due spalle enormi e che sarà stata sui 100 kg. Faceva paura e mi sono guardato bene dal fotografarla; ero curioso di vedere come avrebbe fatto a portarsi dietro tutto quel peso il giorno dopo.

Quindi tutti a nanna a gustarsi i concerti notturni.

Sveglia alle 5 e, fatta una bella colazione senza disdegnare salame e formaggio, partiamo alla volta dell’Abeni Flue.

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Ci godiamo l’alba con il sole che salta su dal Finsterhaarhorn

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e alle 9 ci godiamo il panorama di vetta a 3962m. Si vede mezzo arco alpino. Partendo dall’Eiger si gira in senso orario fino ad arrivare al monte Bianco: uno spettacolo.

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La discesa avviene su neve dura e a gran velocità sul ghiacciaio piatto, con la sensazione del volo radente.

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Ci fermiamo al   Lotschenlucke dove aspettiamo le 11 in  attesa che la neve si scaldi al punto giusto.

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Poi giù per 13 km fino a Blatten …..

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…….con un doppio salto mortale rovesciato finale.

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Paghiamo il parcheggio o, meglio, la multa di 40 franchi per parcheggio in divieto di parcheggio: strani sti svizzeri.

Poi via, si risale al Sempione e ci si ferma a mangiare alla dogana di Gondo: posto lugubre in fondo a una gola dove non ci sarebbe nulla se non ci fosse appunto la dogana: ma ormai è un’abitudine fermarsi lì, tanto che ci siamo quasi affezionati a quel posto.

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Quindi rientriamo in quel magnifico parcheggio di Meda da dove  eravamo partiti, e dove ora dobbiamo dividerci, con un po’ di malinconia perché siamo stati proprio bene assieme. Grazie a Tutti!

Madame Anna, Donna Federica, Carlo, Bob, Matteo

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SA1: Poncione di Braga (m. 2864) da Pian di Peccia, Valmaggia (Svizzera), 10-11 febbraio2018

mercoledì, febbraio 14th, 2018

“Nec vero habere virtutem satis est quasi artem aliquam nisi utare” – Non basta avere la virtù senza farne uso; è come avere un’arte e non esercitarla (Cicerone, Ad fam., 9, 14, 4)

Il corso prende quota. Il potenziale è molto alto e il gruppo non aspetta altro che scaricare a terra tutta la potenza di cui dispone

In occasione della lezione meteo di Matteo qualche allievo salda gli ultimi conti per le manchevolezze delle gite precedenti. Gli istruttori apprezzano sia lo spirito di iniziativa sia lo spirito che allieta il palato.

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Ci si trova dunque a Varedo alle 6 di sabato 10 febbraio. La preoccupazione di dimenticare a casa qualcosa fa novanta, tanto da dimenticare se si sta andando al mare o in montagna

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il ritardatario comunque c’è, ….. e ci sarà pure il conto da saldare…

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Si parte dunque per il Poncione di Braga, Valmaggia, Svizzera. Si dormirà in un rifugio (Poncione di Braga) autogestito, più sostenibile, più didattico, più conviviale. Ovviamente meno comodo. Ma siamo qui per imparare a stare in montagna e per  allievi di SA1 questa è una opportunità rara. Complimenti quindi al Direttore Carlo per aver scelto di fare questa esperienza (ovviamente la prossima volta andremo a Bormio con tappa ai Bagni Vecchi). Arriviamo in Valmaggia e l’ultimo tratto è con le catene perché aveva appena nevicato. Qui scopriamo che anche le auto vanno in letargo e si riprendono solo al disgelo.

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La salita è attraverso un bosco dove distinguiamo il larice (che perde gli aghi che poi costituiscono, a terra,  micidiali piani di slittamento per le valanghe), l’abete rosso (dai aghi cadente), e l’abete bianco.

Andrea ci insegna come fare un barometro con l’abete bianco(quello a destra nella foto che segue): glielo ha insegnato Zio Luiss; basta prendere la punta dell’abete e le prime due ramificazioni: se i due rami tendono a raddrizzarsi verso l’alto fa bel tempo. Ovviamente c’è subito chi pensa di essere così furbo da fare il barometro-abete vivente, a significare che il tempo quel giorno era bellissimo.

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Fuori da bosco si capiva già che sarebbe stata una sciata memorabile.

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Arriviamo alla capanna incustodita, non prima che il promettente allievo Alessandro di cimentasse in un impossibile voltamaria.

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Prima di svolgere le esercitazioni previste, c’è da prendere possesso il rifugio. Cose semplici quanto dimenticate (o magari mai viste) e quindi riassaporate con gusto: accendere le stufe a senza riempire di fumo la stanza, preparare gli ingredienti per la cena,  fare l’acqua: già perché l’acqua si fa dalla neve ,…..a meno che…….non riusciamo a raggiungere la fontana (????) E sì, perchè il custode della capanna (erico.galli@bluewin.ch) ci aveva scritto che sotto la neve era presente una fontana e ci aveva mandato pure una foto (oltre a quella che lo ritraeva il 31 gennaio quando aveva fatto il sopralluogo).

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Usciamo dal Rifugio e riprendiamo a salire perché dobbiamo trovare un posto adatto per l’esercitazione di autosoccorso in valanga.

Lasciamo Massimo al Rifugio anche perchè è evidente che sta riemergendo di prepotenza la sua anima di “Gabanatt” (assieme ad Andrea ha gestito il bivacco Borelli in Val Veny (foto successiva che non c’entra niente con la nostra gita)

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sia perché il nostro voleva risolvere “l’enigma della Fontana”.

Noi invece. Dopo la salita, ci godiamo una discesa da urlo in neve farinosa, con sole e pendenze ideali. Come da previsione si scatena il selfie-narcisismo-da go_pro, anche se la tradizionale foto istantanea emoziona altrettanto (se non di più)

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Come detto ci fermiamo per l’esercitazione di autosoccorso in valanga

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dopodichè rientriamo in rifugio.

Massimo nel frattempo aveva tirato a lucido il rifugio e sentiamo direttamente da lui come è riuscito a sciogliere ”l’enigma della Fontana”.

Quindi l’acqua era disponibile, solo che bisognava allargare lo scavo, tanto che gli allievi si sono resi subito disponibili (per non dire che sono stati obbligati).

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Facciamo un bel merendone con salami formaggi e birre dopodichè l’allievo Francesco sparisce: Francesco è l’allievo ingegner-fotografo che relaziona anche di questa avventura nel suo sito www.francescosortino.com ).

Orbene, lo cerco fuori dal rifugio, ritrovandolo sul tetto intento a dar sfogo alla sua passione all’ora del tramonto.

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Ritornerà sul  tetto alle 5 della mattina successiva per allietarvi con le sue meravigliose foto (vedi di seguito).

Scartato il sugo al tonno di Montevecchia, la pasta all’arrabbiata è quindi servita. Il sugo rimasto è preda di arrembanti scarpette direttamente in pentola (vedi il promettente allievo Federico)

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o di improvvisate simil bruschette

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Si discetta del più e del meno. Sul tavolo compare la dispensa con i test di preparazione all’esame di Stato di medicina (che l’allievo Gabriele sosterrà mercoledì prossimo: “Il lavoro del medico se non è fatto per vocazione è il lavoro più brutto del mondo” ). Apprendiamo poi dall’ allieva Federica che i licheni sono un incrocio tra alghe o muschi (o meglio una “simbiosi”: lei è una biologa marina e allora capiamo finalmente la presenza della pinna al parcheggio di Varedo).

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Alla fine salta fuori una bottiglia di Braulio “riserva” e la scommessa di berlo in cima al Poncione il giorno dopo. Non abbiamo ancora fatto lezione di alimentazione e quindi viene da lasciata licenza all’allievo di portarsi appresso la bottiglia (forse sarà un modo di rallentarne la prorompente andatura).

Lavati i piatti (esclusiva competenza degli allievi)

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si va a dormire al freddo, ma non troppo, grazie a quel po’ di calore trasferitosi dalla sala a da pranzo al piano superiore.

La notte è delizia per chi russa e croce per chi sente russare. Le discussioni al mattino sono come sempre un rito irrinunciabile.

Io mi alzo alle 4,30 e scopro che la stufa è spenta. Bisogna riattivarla per avere acqua calda per il te.

Francesco ritorna, come detto, sul tetto per le foto

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Ci alziamo a più riprese, mangiamo, sistemiamo. Massimo con encomiabile disponibiltà, lava pure i pavimenti. Quindi facciamo la fila per prova Artva fermandoci al cancelletto posto sull’uscio del rifugio

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E partiamo verso il Poncione di Braga.

I pendii sono immensamente aperti

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e nel giro di 3 ore scarse raggiungiamo il deposito sci con il tempo che purtroppo inizia a peggiorare. Rinunciamo alla cima per la presenza di ghiaccio e scarsa visibilità: un allievo cita solenne :”Tornare indietro, rinunciare a fare una cima, non fa altro che aumentare il rapporto che si ha con quella montagna! Rapporto che costantemente cerchiamo” e, subito dopo, giù un bel Braulio

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Forse è vero: mancare una cima aumenta sicuramente il desiderio di ritornarci.

La discesa non è molto gratificante nella parte alta a causa della neve soffiata, ma ritorna spettacolare nella parte intermedia

Riprendiamo giù per il ripido bosco fermandoci per una lezione sulla stratigrafia e sulla resistenza degli strati di neve.

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Raggiungiamo quindi le auto e rientriamo (stavolta senza il traffico valtellinese) alla base.

Due giorni indimenticabili densi di bellezza, virtù, cultura e vitalità.

Grazie a tutti

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Hanno partecipato:

Federica, Federico, Alessandro, Francesco e Gabriele & …Carlo, Luca (e le due suocere), Gio Pozzi, Andrea, Massimo.

Alberto

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SA1: Piz Scalotta m 2992, 28 gennaio 2018

mercoledì, febbraio 7th, 2018

Si riprende il corso con la lezione neve a valanghe tenuta il giovedì 25 a Bovisio. A fine serata si valuta la gita di domenica. La scelta si rivela complicatissima: data la previsione di bel tempo un po’ dappertutto è come decidere dove parcheggiare in un parcheggio vuoto: ogni posto non va bne perché ce n’è uno sempre migliore?

Si va avanti nelle riflessioni fino a sabato quando si decide per l’Engadina: Piz Scalotta, 1200m di dislivello, Engadina.

Partiamo alla Controtapparella alle 6:15; facciamo tappa all’immarcescibile Moreschi dove, anche stavolta, troviamo tutto il mondo scialpinistico milanese.

Varchiamo la frontiera Svizzera non completamente muniti di carta d’identità, per cui qualche allievo ha già messo in conto di passare un piacevole giornata nella amena dogana di Castasegna. Per fortuna nessun controllo italo svizzero. Giungiamo a Bivio dopo aver superato lo Julierpass e subito veniamo sloggiati dal parcheggio più logico, per essere sbattuti  laddove bisogna pagare 5 franchi per sostare…siamo in Svizzera.

La partenza si macchia di due episodi altamente disdicevoli da parte degli allievi, su cui si impone un doveroso silenzio, peraltro abbondantemente ripagato (o ancora da pagare) a suon di boccali di birra.

Possiamo solo dire che si cammina con due piedi e quindi gli attacchi da regolare sono due. Comunque nulla di grave se l’allievo ha al seguito un provvido Victorinox  e riesce a rimediare al misfatto senza perditempo. Sull’altro episodio consigliamo di andare a dormire con tutta l’attrezzatura addosso in modo da non dimenticar nulla  al momento de risveglio mattutino. In ogni caso la lezione è imparata e le birre chiudono la questione.

Iniziamo dunque la salita cogliendo le belle immagini che la natura oggi ci offre.

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Risaliamo di buon passo dopodichè ci attende un traverso infinito dove il piede sinistro  appoggia più in alto di quello destro provocando dolori atroci, almeno a me, tanto che mi sognavo di fermarmi e invertire i piedi. Alla fine per disperazione mi inventavo voltamaria inutili pur di alleggerire il piede sinistro.

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La pattuglia schiena i 1200 m di dislivello tra le 3 ore e mezzo  e 4 ore.

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La discesa alterna neve farinosa a una leggera e fastidiosa crosticina che bisogna imparare a evitare considerando l’esposizione e la morfologia degli accumuli.

In ogni caso gran discesa dove la voglia di “ego” trionfa….. e le gopro si scatenano. Chi riprende quello davanti, vuole essere a sua volta ripreso da quello davanti, il quale ha la gopro che guarda dietro. Spuntano gli accessori per il selfie per cui la prossima volta se ne ne vedranno di tutti i colori.

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Ci fermiamo per esercitazione sulla ricerca organizzata in valanga dove sperimentiamo il metodo didattico: poca grammatica e molta pratica. Cioè noi istruttori mostriamo agli allievi come si deve fare. Poi chiediamo loro se sono in grado di fare le stesse cose: “ma certo, non sembra così difficile”….vedremo alla prossima uscita!

Raggiungiamo la strada 2 km più in basso. Recuperiamo le auto e senza porre indugio rientriamo alla svelta per fare meno coda possibile. Tappa veloce al Moreschi (affollato di merenderos) e ricerca delle varianti stradali suggerite da google maps (risparmiati 6 minuti). Superato Lecco di nuovo coda: ma perché la coda svanisce sempre e di colpo dopo Costamasnaga? Gli istruttori della Valle del Seveso se lo sono sempre chiesti e un istruttore ha trovato la soluzione. A Costamasnaga la superstrada  affronta una salita e il provetto guidatore dovrebbe scalare la marcia in modo da mantenere la velocità costante. I Merenderos della domenica invece non scalano la marcia e quindi rallentano provocando il tappo con conseguenti rallentamenti fino a Lecco. In effetti la teoria ha il suo fondamento per cui abbiamo già scritto all’ANAS di installare dei pannelli monitori che incitino al cambiare la marcia.

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Giungiamo alla controtapparella soddisfatti: anche oggi grande giornata.Traccia 1

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Hanno partecipato:

Federica, Federico, Alessandro, Francesco e Gabriele & …Carlo, AleBarni, Anna, Luca, Matteo, RobertoBob PontiConte, Giopozzi, Andrea

Alberto Ronz

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SA1: Dal 3 x 3 al 4 x 4 (cima della Piada m 2012, 21 gennaio 2018)

domenica, febbraio 4th, 2018

“Nil admirari prope res est una, Numici, Solaque, quae possit facere et servare beatum” – Di nulla stupirci, è quasi l’unico modo, o Numicio, che possa farci e conservarci felici (Orazio, Epist., 1, 6, 1-2)

Se la lezione del giovedì a Bovisio è stata dedicata al 3 x 3 del Munter, il corso SA1 non poteva proporre, per la prima gita in ambiente, che un bel 4 x 4.

Sia ben inteso: mica ci siamo sognati di aggiungere una riga e una colonna alla mitica stele di Hammurabi-Munter (custodita al Louvre) , complicando con ulteriori filtri la già complessa scelta della gita.

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Abbiamo semplicemente valutato di approcciare alla montagna con auto a quattro ruote motrici, visto che si era deciso di andare là dove le strade non le puliscono dalla neve. Saliamo quindi ad Albosaggia (sobborgo di Sondrio) dirigendoci verso i Campelli, con 10 cm di polvere bianca caduta nella notte. Pare comunque che una sorta di spazzaneve sia passato, ma in ogni caso a 800 m di quota  dobbiamo fermarci perchè lo spazzaneve lì si è fermato. E non tutte le 4 x 4 ce l’hanno fatta perché, si sa, le gomme da neve sono buone solo per due-tre anni, poi diventano dure e bisognerebbe cambiarle. Andare in montagna sta diventando più complicato di uno pit-stop di Formula 1.

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In ogni caso facciamo due conti abbandonando l’idea di raggiungere il Pizzo Meriggio, sia per il vento che funestava la cima, sia per il dislivello che sarebbe stato eccessivo per la prima gita di un SA1 (1550 m !!); da scordarsi anche, sulla via del Meriggio, la cima della Piada con un dislivello di 1300 m. Quindi: arriviamo dove arriviamo.

Calziamo gli sci e, come ogni anno,  si ricomincia con il volta maria, il filtro zonale e locale, godendo di un panorama che toglie spazio a tutto il resto. Dalle parole degli allievi senti la meraviglia e lo stupore di chi vede questi spettacoli della natura per la prima volta. E la cosa contagia tutti quanti rinnovando il rito.

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Prima di andare avanti devo dare evidenza che le foto in b/n non sono mie, ma una gentile concessione dell’allievo Francesco, provetto fotografo. Di più: ho scoperto che anche Francesco relaziona  sulle nostre gite, e pure in inglese. Quindi, se volete, spostatevi direttamente al link di seguito riportato:

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e godetevi l’internazionalizzazione della valle del Seveso (…..scommetto che siamo i primi ad avere relazioni in lingua straniera).

Se siete ritornati qui dopo l’escursione al blog di Francesco vi racconto il seguito dell’avventura.

Superiamo i 1000 m di dislivello in 3 ore e nella restante quarta ora raggiungiamo l’impossibile Cima della Piada mettendo in saccoccia un bel  1300 metri di dislivello.

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Abbiamo allievi che sono mostri!

Veloce cambio di maglietta e scopriamo che nel nostro gruppo c’è pure Putin, che la sera prima aveva deliziato il globo con il suo bagno all’aperto in mezzo alla neve.

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In cima ci viene servito un bel panorama con il Pizzo Redorta che sovrasta la diga di Scais (…. e subito giu’ a raccontare la scialpinistica al Redorta passando per la Capanna Mambretti).

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La discesa si annuncia di quelle mitiche con polvere a coesione zero zero 00

Ce n’è per tutti i gusti, dal tratto ripido, al tratto aperto, allo slalom nei boschi.

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Ci fermiamo quindi per l’esercitazione pratica sull’utilizzo dell’ARTVA in prossimità del vecchio skilift.

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Chi si preoccuperà di togliere i rifiuti che la Società anni ’70 ha lasciato lì ?……sempre la solita domanda da sviluppo sostenibile.

Proseguiamo sulla strada ghiacciata fino alla macchina

Anche oggi è andata di stralusso e lungo la via del ritorno una bella birrozza non ce la toglie nessuno (meglio se a carico allievi….)

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Hanno partecipato:

Federica, Federico, Alessandro Francesco e Gabriele,  & Carlo (Putin), AleBarni, Anna, Luca, AdrianoMaurino, Matteo, RobertoBob PontiConte, Gio Pozzi

Alberto Ronz

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Galenstock, 2 giugno 2017

mercoledì, giugno 7th, 2017

“Est haec natura mortalium, ut nihil magis placeat, quam quod amissum est” – La natura umana è così fatta, che nulla ci piace di più che le cose che abbiam perdute [Seneca, De consol. Philos, 16)

 

Alle ore 8:51 del 1 giugno arrivò puntuale il messaggio: qualcuno ha voglia domani di svegliarsi molto, ma molto presto per una pellata? Fatemi sapere, bye

Con gli interventi successivi si scatenò subito la discussione: ma Susten o non Susten noi, arriveremo sul Gelenstock: ritrovo alle 3 alla frontiera di Como. Osservavo con distacco le questioni, cucinato dalla settimana di lavoro e desideroso di un bel venerdì di svacco. Ma si sa, la scimmia salta addosso e in fondo mi sono detto: se vorrò ricordarmi della giornata di domani per il resto della mia vita sarà meglio fare la gita, altrimenti si rischia  una giornata delle tante senza una memoria precisa. E la memoria delle cose belle e della bella gente è il vero patrimonio che ci tiriamo dietro.traccia 1

Sveglia alle 1,15. Alle 2,05 da Gigi e alle 2,15 da Boris, dove cresce sempre l’angoscia per qualche tiro mancino del nostro. Fila tutto liscio e alle2,30 ci troviamo con Anna. Poi inizia il tour delle deviazioni per raggiungere Como. Ingaggiamo un match con un TIR che ci succhia la ruota e che dopo che ce ne siamo liberati, ce lo troviamo di nuovo davanti. Non per niente sul retro c’era scritto “fiuto Anna”. A Brogeda raccogliamo Giovanni, Andrea e Fabio. Poi via oltre il Gottardo. Sulla salita verso Andermatt ci risiamo con i lavori stradali. Una svizzerotta ci dice che il semaforo del senso unico alternato sarebbe stato molto lungo. Siccome era esageratamente lungo alla fine si è messa d’accordo con il collega dall’altra parte e ci ha fatto passare. Superato il Furka pass giungiamo al Belvedere, che è ormai un vedere quanto il ghiacciaio si è ritirato. E’ comunque sempre un bel vedere ma chissà come mai la ritirata dei ghiacciai ci stringe il cuore. Sarà perché richiama che l’uomo sta forse distruggendo l’ambiente, sarà perché il ghiaccio si scioglie come la vita che passa, sarà che quando ho fatto la foto l’8 giugno 1997 avevo 20 anni di meno, sarà quello che ha sentenziato Seneca, sarà  ……

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Sarà che queste comparazioni alla fine ci hanno scassato e quindi alle ore 6 iniziamo la nostra salita. Dopo un’oretta di piano veramente delizioso

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giriamo a destra imboccando il Galengletscher, o quello che ne rimane (e non  ricomincio con le comparazioni). In ogni modo Gigi sa che dove non c’è più il ghiacciaio viene messa a nudo una porzione di roccia che a memoria d’uomo nessuno ha mai visto e dove si può manifestare un bel cristallo di quarzo pronto da raccogliere come una margherita. Il nostro, visto che ne ha il doppio di me (di fiato) gira il lungo e in largo le nuove isolette di roccia ma stavolta senza la fortuna.

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Inseriamo la ridotta e i rampanti superando prima un canalino e poi un tratto rocciosetto con togli/metti. Io comunque gli sci non me li sono mai tolti. La quinta ora di salita è un piacevole infinito su un piano inclinato.

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Arrivati al deposito sci, io non deposito nulla e arrivo diretto in cima con gli sci. Mica che mi penta di avere rinunciato alla bella discesa dalla cima.

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Il panorama dalla cima è dominante su tutto.

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E Sua maestà il Finsteraaron domina la scena. E’ anche questo un Belvedere e quindi vediamo l’ultima comparazione 2 giugno 2017 – 8 giugno 1997 (giuro che poi la smetto)

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La discesa è su neve top e scatena la discussione sulla gita perfetta.

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A parere di Gigi non esiste la salita perfetta con la discesa perfetta. La gita nel suo complesso può essere solo buon compromesso e il Glenstock lo è stato. La spinta ideale è trovare la salita perfetta (tutte cose ovviamente dette dopo la birrozza). In altre parole: lo scialpinismo è fatto di compromessi: dopo una salita devastante si auspica sempre una discesa ultraspettacolare  (Iris Nombosco).

Insomma, al di la’ delle chiacchere, discesa da urlo nella prima parte e neve un po’ marciotta in basso.

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Nessuno poi ci leva la visita alla grotta nel ghiaccio (evito come detto ulteriori comparazioni)

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e la birretta finale. Sempre Iris ci fa dono di una perla di saggezza: “si stava meglio ….quando si stava meglio.; eh, mica quando si stava peggio”.

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Tralascio la discussione sui rimborsi istruttori e la proposta di Iris

E ora? Operazione Susten prossimo weekend?

Alle 17 siamo a casa nella caldazza. Che gita e che venerdì da leoni!

Hanno partecipato: Gigi, Anna, Boris, Fabio, Andrea e Giovanni

Alberto

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ETNA, 24-25-26 febbraio 2017

mercoledì, marzo 8th, 2017

“Omnia praeclara, rara” –  Tutte le cose belle sono rare [Cicerone, De Amititia, 79]

A ottobre quando si pianificano le gite invernali si fa anche a gara a chi la spara più originale. Quest’anno Stefania lancia l’idea di andare sull’Etna e invita a pensarci su, ma non troppo; infatti bisogna prenotare subito prima che i prezzi dei biglietti aerei salgano. Si forma quindi un gruppetto: Stefania, Anna, Sara, Pier, Sibilla, Gigi, Guido, Enrico e il sottoscritto. A inizio novembre durante la serata con Hervè Barmasse a Cesano Maderno  si  vuole coinvolgere qualche ex allievo di razza e Roberto aderisce. Ma appena viene a saperlo Alessandro si aggrega pure lui che però, purtroppo, 15 giorni prima della partenza si infortuna al piede. Sarà idealmente con noi tutto il viaggio e lascerà il posto all’ amico Michi.

L’obiettivo del viaggio di tre giorni in terra di Sicilia era fare la traversata sud-nord dell’Etna facendo campo base al Rifugio Sapienza e appoggiandoci al CAI di Catania, senza capire bene come (anche se la sorpresa si è rivelata poi straordinaria). Ci siamo poi preparati a puntino sulla navigazione GPS sapendo che uno dei rischi era di perdersi a causa delle repentine nebbie. Inoltre abbiamo considerato quello che è l’aspetto di rischio più ovvio: cioè che l’Etna è un vulcano attivo. Cosa tanto ovvia che poi ho visto scialpinisti avventurarsi sul bordo del cratere di sud est a poca distanza dalla bocca che 3 giorni dopo sarebbe esplosa; cosa tanto ovvia che nelle varie relazioni in rete più o meno recenti dove si parla di una semplice gita BS.

Ci raduniamo dunque alle 4 di venerdì 24 da Stefania, dove facciamo conoscenza di Michi (la cui prorompente risata ha rischiato di oscurare quella ormai leggendaria di Gigi e quando i due ridevano assieme era da chiedersi se era l’Etna che aveva ripreso l’attività stromboliana). Decolliamo da Orio al Serio alle 6,30 e atterriamo a Catania alle 8,00. Mi chiedo se l’Italia l’ha unita Garibaldi oppure   Ryan Air considerato che andata e ritorno con gli sci appresso costa solo 130 euro.

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Scesi dall’aereo la prima battuta “brianzolona” è di Enrico: “Bergamo-Catania: un’ora e mezza; Balisio-Brioschi: tre ore, ma a caminà…..”.

Fuori dall’aeroporto ci attende Claudio del Cai Catania debitamente furgonato. Carichiamo su tutto e prendiamo anche una Panda a noleggio

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Da quel momento è come se fossimo stati catapultati in un sogno, tanto che faccio fatica ancora adesso a capire se quanto accaduto in quei tre giorni siciliani fosse realtà o immaginazione (e non è stata solo una mia sensazione). La disponibilità dei “colleghi siculi ” ci ha mandato tutti al tappeto: va bene la comune militanza nel CAI, va bene che contribuivamo alle spese del pulmino, va bene tutto, ma l’ospitalità siciliana ci ha praticamente ubriacato e abbiamo avuto momenti in cui è stato veramente difficile mantenere la lucidità per mettere insieme una semplice scaletta delle cose da fare nella giornata.

Si comincia con la prima tappa fuori dall’aeroporto dove ci fermiamo per un bel cannolo alla ricotta

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Proseguiamo quindi verso Nicolosi e  poi verso il rifugio Sapienza con paesaggio che man mano diventa sempre più lunare e dove Claudio ci descrive nell’esatta successione cronologica le varie colate. Ci sono pure abitazioni inghiottite.IMG_5916

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Sulla strada alcuni venditori di bob e moon boot e catene ci ricordano i primi assalti di massa alle montagne delle nostre parti negli anni ‘70.

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Al rifugio Sapienza la voglia di sci ci prende immediatamente e così si decide per la “Montagnola” con 700 m di dislivello.

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Aggiriamo i “crateri silvestri” e ci alziamo su neve via via sempre più  grigia per via delle ceneri del vulcano.

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Tira un vento forte e il sole splende sia pure con una notevole foschia tipica dello scirocco.

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Davanti a noi lo sbuffo dei crateri sommitali e a destra la desolata valle del bove, grande sfogo per le  colate laviche.

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La discesa è appagante su neve trasformata, anche se non proprio uniforme, e si snoda tra piccoli crateri quasi come un toboga.

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Le previsioni meteo per l’indomani non erano proprio rosee e quindi passiamo la serata da un sito all’altro attaccandoci a quello più benevolo. Enrico dice di lascar perdere e di confidare nel colonnello Bernacca che già una volta al Pizzo Arpiglia ci ha assistito.

Sabato ci incontriamo con Antonio che ci avrebbe accompagnato nella traversata del vulcano.

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Tipo di poche parole, a inizio gita, inesauribile a fine gita, incommensurabile nel post gita. Ma andiamo per gradi. Risaliamo le piste e dopo un’ora e cinquecento metri di dislivello il vento da sud ovest si porta via ogni nuvola facendoci godere del desolato contrasto bianco-nero (neve-lava)

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interrotto periodicamente dal fragore di una bocca sul cratere di sud est che cominciava a lanciare lapilli anticipando la colata che sarebbe iniziata due giorni dopo.

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Fa specie considerare che la traversata sarebbe stata impossibile solo una settimana dopo per la presenza di un insormontabile ostacolo prodottosi solo in pochi giorni

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Proseguiamo aggirando a sinistra i i crateri sommitali evitando di salire sull’orlo.

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Benchè molti lo facessero, la guida Antonio non sembrava tanto dell’idea, anche perché nel frattempo stava arrivando la nebbia. Oltrepassiamo zone dove è evidente l’azione del calore sotto il manto di neve e pensiamo quindi a evitare pericolosi ponti che potrebbero crollare.

Tolte le pelli ci lanciamo in discesa con neve dal ghiacciato a un gessoso inusuale dalle nostre parti.

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Abbassandoci il tempo si ristabilisce al bello. Antonio lascia il tracciato classico per imboccare un canale più a est  e lì inizia un discesone su firn riscaldato al punto giusto. I colori in controluce sono bianco e nero. Tra urli e

…marie, giungiamo raggianti Piano Provenzana.

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Miiiiiiiiiiiiiiiii, CHE SKIADA BAGAI, aaaaaaaaaaaah!!!!!!!!!!!!!!!!!!”

Claudio è venuto a recuperarci con il pulmino e noi già pensiamo ad un tranquillo rientro di un’oretta al Rifugio Sapienza.

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Nient’affatto. Dopo due chilometri di discesa Antonio scatena il dibattito sulla gita del giorno dopo: dal Rifugio Citelli ci sono dei canali bellissimi che si fanno con tre orette a disposizione. Quindi: un’ora e mezza per arrivarci, un’ora e mezza rientrare, cambiarci, trasferirsi a Catania, visitarla, mangiare al ristorante ed essere all’aeroporto alle 19. Si inizia a mettere insieme la scaletta: partenza dal Sapienza e ritrovo con Antonio al bivio per Zafferana e Milo. Già, ma a quel punto viene fuori che non abbiamo il pulmino perché Claudio è impegnato con la compagna in giorno di riposo e si libera solo alle 17 per portarci in aeroporto. Poi manca anche il pulmino che è impegnato in un’altra gita. Antonio per nulla scoraggiato urla: “Claudio, dicci a Stefania di parlare con Gigi (il boss del CAI Catania, ndr)” e Claudio che stava guidando: “Stefania (che era seduta di fianco) non è mica sorda!!!, adesso lo chiama! E Antonio: “ma perché Gigi non risponde?”;  poi chiama la moglie perché se non c’è il pulmino si possono mettere insieme delle macchine. Poi convince la moglie a guidare. Insomma arriviamo a Zafferana Etna in stato confusionale dove Antonio ci porta in un’elegante pasticceria in abbigliamento non proprio adeguato.

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Alcuni di noi si gustano l’ennesimo cannolo mentre Michi predilige la “cartocciata” di spinaci.

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Al momento di pagare Antonio chiede lo sconto dicendo alla cameriera di parlare con “Angelo”, suo amico. La cameriera dice che non c’è nessun “Angelo”. In ogni caso dopo esserci ampiamente rifocillati usciamo pagando 4 euro a testa. Si riprende a discutere della logistica del giorno dopo, mentre qualcuno sbircia sulle previsioni meteo non proprio incoraggianti. Nel frattempo Antonio ci chiede se vogliamo andare a vedere il castano centenario o la grotta di lava o tutt’e due (già, perché la giornata è stata molto noiosa finora). Si decide per la caverna e a un certo punto Antonio urla a Claudio, che ha un soprassalto, di fermarsi. Scendiamo e a lato della strada entriamo in un inquietante anfratto da dove si spalanca un tunnel naturale di lava lungo 200 metri. Ci avventuriamo con le frontali e le luci dei telefoni rimanendo incantati dalla formazione rocciosa. La lava incandescente aveva scavato un tunnel a sezione circolare. Poi, diminuendo il flusso aveva iniziato a scorrere a pelo libero e una volta fermatosi e solidificatosi, aveva formato il piano dove stavamo camminando

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Ripreso il viaggio rientriamo al rifugio Sapienza non avendo capito nulla di cosa si sarebbe fatto il giorno dopo. Radunatici, decidiamo per fare una gita breve verso la Valle del Bove; del resto le previsioni erano pessime e non valeva la pena fare tanti trasferimenti con il rischio di non fare la gita del rifugio Citelli.

Mentre già ci pregustavamo un cena tranquilla ecco che saltano fuori le maschere di carnevale e in particolare “Biancaneve” (o meglio ”Belle”) subito ritratta con il nostro orgoglioso Pier. “Jonny Depp” animava poi un esilarante sketch in pasta siculo-brianzola

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La mattina seguente arriva nei corridoi dell’albergo un urlante Antonio alla ricerca di “Pierooooooooooooooooooo!!!” cui doveva consegnare i limoni appena colti. E già: adesso Sara dovrà utilizzarli per fare il limoncello.

Sciamo per un paio d’ore con Antonio e l’amico Salvo

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dopodichè decidiamo di spostarci a Catania. Decliniamo l’invito di Antonio che ci aveva proposto di andare ad Acireale dove c’era un carnevale tipo Viareggio, ma purtroppo non si poteva far tutto. In ogni modo ringraziamo di cuore Antonio perché in due giorni ci ha regalato la Sicilia.

Ma se Antonio lancia, Claudio raddoppia.

Prende il pulmino, sale anzitempo alle 12,30 al Rifugio Sapienza e alle 14,30 siamo a Catania con le gambe sotto il tavolo da “Don Turiddu” dove con 25 euro ci facciamo un’abbuffata post gita scialpinistica a base di pesce.

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Per digerire al posto di un delicato Zibibbo (o meglio, in aggiunta allo Zibibbo), Claudio propone un tour de force turistico per la città, a cui non si poteva dire di no. Sembrava che le bellezze della città appartenessero a Claudio e che lui ce le mostrasse con orgoglio.

“Andiamo a scendere la Via Etnea!!”

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“Fotografate!”

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il teatro romano, il duomo, il Bellini

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finchè non concludiamo con la visita alla sede CAI di Catania dal cui balcone ci saluta il Presidente del CAI di Paderno (Gigi).

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E con questo saluto di unione e di ringraziamento rientriamo nel nostro bel Orio al Serio ancora increduli per questi tre giorni davvero così belli.

Grazie a tutti

Hanno partecipato: Stefania, Anna, Sara, Pier, Sibilla, Gigi, Guido, Enrico, Roberto, Michele, Alessandro (virtualmente), e i siciliani Claudio, Antonio e Salvo

Alberto

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ADAMELLO 24-25 APRILE 1916-2016: PER NON DIMENTICARE

giovedì, maggio 5th, 2016

“Historia vero testis temporum, lux veritatis, vita memoriae, magistra vitae, nuntia vetustatis”-  

La storia in verità è testimone dei tempi, luce della verità, vita della memoria, maestra di vita, messaggera dell’antichità [Cicerone, De Oratore, II, 9, 36]

Riprendo le ultime parole del racconto “24-25 APRILE: LIBERI DI VOLARE IN ADAMELLO di Patajean: “ …Oggi ci si va per diletto e si riesce a provare emozione solo con lo sguardo, ma ieri qui ci andava gente che non era rilassata; il filo spinato, il cannone e chissà quali altri pesi danno da pensare e non poco. La fatica c’è ancora oggi, ma almeno la nostra è compensata da tutto il resto, una volta chissà…..” e cerco di completare.

Andare sull’Adamello proprio alla fine di aprile del 2016 può essere un caso. In effetti il programma  era di andare a Chamonix e fare il giro dei tre colli. Solo che là ci sarebbe stato un sicuro brutto tempo, mentre  sull’Adamello sarebbe stato meglio. Così si concluse la riunione plenaria del consiglio di guerra a Bovisio il mercoledì prima.

Essere andati sull’Adamello può  essere stato effettivamente un caso, nel senso che il destino ha voluto che calcassimo i passi di uomini che lì, esattamente 100 anni fa, hanno scritto pagine di storia. Anche loro in qualche modo scialpinisti o alpinisti (o semplicemente Alpini), ma in quel posto a fare altro, animati da altro, attrezzati in tutt’altro modo.

Bene, facciamoci allora accompagnare nella nostra gita dai nostri compagni di 100 anni fa.

Il 24 aprile 2016 alle ore 5 l’allegra compagnia della Valle del Seveso partiva  con furgoni e auto dalla Brianza  alla volta del Passo del Tonale, dove, debitamente equipaggiata  (tranne che per lo zaino del sottoscritto) ed anzi, pure dotata dell’ultima versione dell’attacchino Dynafit con puntale rotante (Carlo) , si portava grazie ad un impianto di risalita supernuovo al passo Presena. Alle ore 9 poteva già godersi il magnifico panorama del Mandrone con le sue creste che lo delimitano.

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La truppa si lanciava quindi in discesa in territorio Austroungarico (nel 1916) fino a riprendere il ghiacciaio del Mandrone. Risaliva la lingua glaciale varcando di nuovo il confine con l’Austria, dirigendosi quindi verso il Passo della Lobbia. L’allegra compagnia proseguiva poi tra fili spinati (altro…)


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