Trahit sua quemque voluptas (Virgilio – Ognuno rincorre il suo piacere): Pigna d’Arolla 3790m – 2, 3 aprile 2011

Appesantito, acciaccato e con un legamento di recente lesionato, non potevo che aspirare a un bel weekend di scialpinismo come si deve. La voglia era tanta e mancare all’appello nei racconti di Patajean ( http://www.caivalledelseveso.org/wordpress/2011/04 ),  e nella relazione www.on-ice.it di Gonzales (http://www.on-ice.it/onice/onice_view_report.php?type=1&id=7711),  proprio non se ne parlava.
“Rimarro’ indietro attardato dal tutore al ginocchio e dalla scarsa forma fisica – mi sono detto – ma questa volta non posso proprio mancare. Non solo il tempo è annunciato splendido, ma pure la compagnia: se il viaggio fino ad Arolla è lungo, Renzo alla guida del suo furgone è una sicurezza (a patto che non faccia come è scritto su “quattro ruote” di febbraio dove raccontava che la sua riparazione piu’ ardita è stata giu’ dal San Gottardo dove ha rimediato alla rottura del supporto del motore con corda e picozza). Se il viaggio è lungo c’è sempre Boris che non smette mai di parlare e se lo si imbecca sulla sua materia, la geologia, il passaggio autostradale sulla linea insubrica, dalla parti della Val Anzasca, viene salutato come il passaggio di Cesare sul Rubicone. Siccome poi Gigi ha giustamente imposto di non citare il nostro premier, per non finire il viaggio sfiniti, ecco che un florilegio di divagazioni sulla grolla sulla pigna d’arolla, sulle ali dell’elicottero di Fausto Leali. Stendiamo poi, un velo pietoso sulla rega che ce l’ha come la lega o il cai di Rho che è in Egitto. Silvano nel frattempo era preoccupato degli sbriciolamenti del Muesli che Boris mangiava come una gallina, mentre la Stefy teneva ben stretta la sua immancabile borsa della “sciuramaria” (per la prossima volta me ne compro una anch’io). Stavo dimenticando Max che nella seconda parte del viaggio dormiva, ma nella prima era ben attivo ad allenare la sua lingua da azzeccagarbugli in erba, dimostrando comunque che la stoffa c’è”. Viceversa, per gli altri, Patajean, il Barni, Carlo “Gonzales” e Roger (Gonzales pure lui e di brutto) un viaggio decisamente più rilassante e meditativo a bordo del Terracan con interni in pelle.
Prima di andare avanti occorre dire che relazionare su una gita dove Patajean ha già sfoderato la sua penna, è già di per se’ un affronto; ma ugualmente vi ho trovato almeno tre ragioni per farlo. Prima: come nei concerti delle grandi rockstar (leggi Patajean) si esibisce anche il cosiddetto “gruppo spalla” (il sottoscritto).  Seconda: il Pata parla degli altri ma non c’è nessuno che parla di lui. Terza: l’allegra brigata e la natura hanno dato talmente tanti spunti di vitalità che non avrei corso certo il rischio di dire le stesse cose del Pata.
Quindi eccoci pronti ad Arolla per la cavalcata verso la Cabanne de Dix.
Parto subito malissimo con la prova strappo allo skilift anni 50, appositamente predisposto per verificare, a freddo, la tenuta del mio legamento “ispessito e a intensità di segnale disomogenea in esiti di lacerazione parziale”. Ci dirigiamo verso il passo delle capre che superiamo con una scaletta in ferro: c’è da chiedersi in che modo venisse usata dalle capre (sempre che il toponimo non sia ironia vallesana)

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Si procede tagliando il ghiacciaio di Cheillon per raggiungere la Cabanne de Dix, già superaffollata da sci alpinisti di tutte le lingue tranne che quella italiana. Vuoi vedere che passeremo per i tamarri della serata e subiremo ogni onta peggio che se fossimo arrivati lì da Manduria, sia pure in forza del trattato di Schengen. Penso che da questo punto di vista ce l’abbiamo messa tutta. Il sottoscritto ha incominciato a fotografare una a una le nostre teste incastonate in un bel paio di corna di stambecco, di cui peraltro non è possibile dare conto in visione per evidenti motivi di privacy e consorti. Boris ha provato a essere quello che sarà fra qualche anno, e cioè un professorone di geologia. Pertanto, di fronte alla carta geologica della zona, ha illustrato i vari affioramenti e soprattutto ha spiegato perché i gradini fuori dal rifugio erano straordinariamente verdi (serpentiniti). Aspettiamo relazione dettagliata da allegare.

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Ovviamente il tono della voce si è alzato a dismisura e quel mix di pronunce tedesche, francesi e inglesi sembravano perfettamente accordarsi all’unisono nel chiedergli di stare zitto: impossibile. Intanto il sole calava dietro il Montblanc de Cheillon, invitando tutti a una maggior compostezza. Qualcuno è andato a riposare, qualcuno, incantato dalla parete nord del mont-blanc, ha provato a immaginare linee di discesa impossibili (ma che qualche “estremista” ha fatto).

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Cena: agli italiani è stato riservato un tavolo d’angolo di forma quanto meno strana, ma certamente adeguata alle “asimmetrie” di comportamento fin lì dimostrate.

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Per fortuna la prenotazione era a nome di Jean-Luc Coureau e quindi in un minimo di considerazione ci hanno tenuti. La cena è stata discreta, il clima torrido con conseguente necessità di reintegro di liquidi (acqua e birra) sono stati pagati a peso d’oro. I conti li ha fatti il Pata con diligenza ragionieristica, valutando con estrema accortezza la convenienza a usare la carta di credito in luogo dei contanti in euro. Ho così scoperto che guai a non portarsi dietro i franchi: gli svizzeri non aspettano altro che vedere gli euri per sfoderare il loro nichilismo morale applicato al cambio. Insomma, un grande Patajean anche sul fronte economico, con sua grande preoccupazione perché ci deve ancora 3 euri a testa. Faremo una cena in cui ci sarà anche la cerimonia di restituzione dei 3 euri!

La notte è poi passata con il solito clichè della falegnameria con i conseguenti litigi del giorno dopo quando tutti non vogliono ammettere di aver russato. Si è arrivati all’assurdo di Carlo che si lamentava perché il Barni si muoveva troppo e il Barni che replicava che si muoveva proprio per far smettere Carlo di russare. Siccome tra russamenti e strattonamenti sono riusciti a svegliare pure me, posso confermare che nella circostanza il Barni aveva ragione. Ugualmente Carlo ha voluto negare anche di fronte all’evidenza.
Sveglia alle 5, colazione alle 5.30. Partenza alle 6 che sono diventate le 6 e venti. Eccoci in marcia soli con noi stessi a parlare un po’ di meno e a respirare panorami. E questa volta i panorami si sono sprecati. Dai massicci del Monte Bianco e Gran Combin, alle piramidi del Cervino, Dent d’Herens, Weisshorn, Dent Blanche.

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Poi i sogni piu’ a portata di mano per la prossima scialpinistica: l’Eveque,

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il Montblanc de Cheillon, la Teteblanche e non si finiva più. Foto, foto e ancora foto.

In cima vengo accolto da Carlo con una pastiglietta di enervit: qui occorre allenarsi altrimenti la prossima volta mi lasciano a casa. Il gionocchio ha retto: ora vediamo che succede in discesa. La prima parte verso la Cabanne de Vignette è stata veramente una sofferenza con neve tritata fusa e rigelata. Piu’ giu’ con un po’ di remollo sono riuscito a divertirmi anch’io. I pendii erano inoltre talmente ampi che solo quelli ti aprivano i polmoni per respirare.

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Poi ci siamo infilati in una morena gigantesca che ci hanno riportato al capolinea. Sole, caldo, gola arsa, voglia di stare a piedi nudi in mutande, voglia di birra. Sì, non è un miraggio. Carlo estrae dall’auto 7 birre e le caccia nella neve!

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Boris dopo 20 minuti ha ancora su l’imbrago e si perde l’undicesima fetta di colomba (che mi ero pappato io). Cos’altro dire? Rigustiamoci mentalmente quella birra.

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Grazie a tutti. Boris, Silvano, Stefania, Max, Gigi, Renzo, Ruggero, Carlo, Alessandro, Patajean. Alberto

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