L’UNDICI DI PEJO.

luglio 15th, 2019

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  • CIMA: MONTE VIOZ MT. 3.644
  • GRUPPO: ORTLES-CEVEDALE
  • DISLIVELLO & SVILUPPO: circa 1.350 mt per 6,5 km la sola andata
  • DIFFICOLTA’: F+
  • NOTE: senza neve è possibile arrivare in cima con le scarpette basse da trekking/trail

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Dopo la breve stagione monsonica e la fase del posticipo di tutte le attività – in alcuni casi avevamo otto impegni in quattro weekend – riusciamo finalmente a scappare dal binomio “ansia & angoscia” e a combinare questa gita del Cai Desio tanto attesa. Con qualche incertezza dovuta alle previsioni, ci godiamo un gran bel fine settimana al Monte Vioz nel parco nazionale dello Stelvio.

Considerata un po’ di instabilità nel pomeriggio del sabato, dobbiamo per forza partire presto visto che viaggio in auto e transumanza porteranno via dalle sette alle otto ore.

Ma vogliamo prenderlo un caffè ad Edolo? Il problema di questi posti è come chiamare i loro abitanti: si passa da Malonno, da Sonico…..per finire tra l’Incudine ed il Tonale. Dopo aver svalicato ci ritroviamo verso le ore 8,15 a dover parcheggiare un auto unicamente in posti o silos che costano un euro all’ora e non ci sono sconti per la giornata/weekend. Un po’ panati da questo fatto, scongiuriamo l’apertura di un mutuo così come la donazione delle reni e riusciamo, alla fine, a parcheggiare in tre posti liberi….vicino a Vipiteno (!!!). Allungheremo un po’ l’avvicinamento, ma in compenso viviamo più leggeri. Il prato dove parcheggiamo le nostre tre auto fa invidia a Wimbledon. Mentre attraversiamo il paesino di Pejo Fonti abbiamo un sussulto e ci rimaniamo un po’ male: la città ha incoronato il Cagliari calcio come squadra della Val di Sole. Non so se mi spiego, noi, l’Undici Desiano, dopo tutti gli sforzi e dopo aver scelto questo luogo ameno, trattato in questo modo e sacrificato per il Cagliari, sbandierato in ogni dove, no! Soprassediamo.

Arriviamo alla prima nostra meta che è il Doss dei Cembri, rifugio a quota 2.312 mt da cui inizia il sentiero vero e proprio; peccato che la salita in seggiovia è un’agonia, arrivi prima a piedi; in compenso godiamo ‘lo spettacolo’ di un ometto che, bloccata la seggiovia giusto sulla linea dell’arrivo, decide di saltare giù. Peccato che l’altezza non è quella immaginata e quindi il malcapitato si spétascia al suolo non senza beccarsi anche il kazziatone dal guardiano delle seggiole…..

Alle 9,30 iniziamo a percorre i circa 1.400 metri che ci separano dalla cima; sentiero piacevole che sale inizialmente con parecchie anse e poi s’impenna per raggiungere il Rifugio Mantova posto poco sotto la vetta.

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Arriviamo verso le 13.00 con aria rarefatta, ma contenti; la meteo tiene ed abbiamo fame. Prendiamo posto in camera, constatiamo la bellezza del paesaggio e l’accoglienza magnifica del Rifugio. Un posto così ben tenuto a più di 3.500 mt slm non si vedeva da parecchio.

Dopo la pausa decidiamo di sfruttare il bello e saliamo in vetta, dove tutto appare come lo avevamo immaginato: foto e trastullo anche in compagnia di altre persone con le quali scambiamo quattro chiacchiere. Manca Cima Linke, ma il museo è ancora chiuso e l’attraversamento di un piccolo ghiacciaio alle 15.00 del pomeriggio ci porta a concludere che è inutile.

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Durante la cena si scatena il finimondo: grandine, vento e neve. Botta di vita per essere al calduccio; non si vede nulla e pensare di essere fuori con quelle condizioni, fa nascere un po’ di mal di testa. Con le camere che abbiamo, dormire non è un problema,……è solo “scappato il gatto” un paio di volte, ma alla fine dormire così è già tanta roba.

Sveglia all’alba, foto al plasma celeste e poi una lauta colazione da hotel; che dire: solo grazie per il trattamento al rifugista. Lo consigliamo!

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Scegliamo di scendere perché c’è di nuovo incertezza meteo ed il tragitto è lungo, in aggiunta il museo di Cima Linke apre alle 8,30/9,00.

Decisione azzeccata perché alle 9,50 poco prima di arrivare nuovamente al Doss dei Cembri, passa una perturbazione che ci fòna, passando ad una velocità da ritiro patente.

Talmente veloce che ci coglie quasi impreparati, ci innaffia per bene e poi lascia di nuovo spazio al sole.

C’è naturalmente spazio per un omaggio alle Ombre dei Camuni e poi via sul rientro a Pejo Fonti, dove arriviamo dopo tre giorni di discesa in seggiovia!

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Qui, tra dolce e salato, creiamo due gruppi che si rifocillano secondo i gusti. Stavolta diciamo anche che alle ore 16,00 eravamo a Desio, per riprendere posto ciascuno presso le proprie famiglie.

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L’ “Undici Desiano” del Vada-Via-Ul-Vioz è il seguente: Stefy, Angeletta, Sibilla, Patrizia, Michela, Alfredo (“colpa sua” questa gita), AleNuzzo, Federico, Gigi, Stefano e Patajean.

by Patajean®

 

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UNA GIORNATA PER LORO.

giugno 11th, 2019

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Oggi, sabato 8 giugno, ce lo siamo presi per noi sicuramente, ma anche per loro; per ricordare chi, come ha scritto il nostro Gabriele Bianchi, è andato avanti.

Siamo saliti in una giornata splendida al Bivacco Regondi/Gavazzi del Cai Desio/Bovisio a 2.560 mt, immerso in una natura ancora totalmente selvaggia; un posto in grado di scuoterti l’animo….se non per l’ambiente almeno per quel che l’uscita rappresenta. E così è stato.

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Non un’anima in giro, solo noi in questo selvaggiume assoluto. Le nostre voci, il rumore dell’acqua e quello dell’emozione, sempre grande e sempre presente; oggi direi accentuato dalla commemorazione che abbiamo ritenuto opportuna.

Neve dai 2.300 metri in su, ma con possibilità di schivare i pezzi peggiori tranne quelli di fronte al Bivacco; un paio di ghette, un po’ di buona volontà ed il gioco è fatto.

La neve in giro è ancora tanta, ma non vede l’ora di scendere; da lontano la vedi che si protende verso il basso, da vicino la inviti a restare dov’è! Il vento regala le solite forme, specie di fronte al Bivacco, mentre i laghi cominciano a sciogliersi dall’esterno, con un classico effetto a corona.

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A distanza di dieci anni torniamo là dove una targa ricorda il nostro amico istruttore Lotar e dove una catena di montagne (Morion + Sengla + Vannetta) ci separa dalla Dent d’Herèns dove si stava recando lo scorso anno un altro nostro amico istruttore: Egidio; ma abbiamo ricordato anche Gigi e Danilo che questi posti li hanno amati.

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Un caro saluto a loro da parte nostra e di tutti quelli che li hanno conosciuti.

by Patajean

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AMICI “DI CORONA”.

maggio 6th, 2019

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Anche stavolta come già accaduto lo scorso anno ci siamo dedicati, una volta tanto, a qualcosa di diverso che non sia il Randonnée…..

Non che qui non ci sia la fatica o che la direzione di marcia sia il piano, macché; però lo dico a nome di tutto il Gruppo di Partecipanti: giornata meravigliosa.

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Complice la festività del 1^ Maggio, complice il fankazzismo, fatto sta che in molti hanno raccolto l’invito di Stefy a condurre se stessi in questa gita di Mountain Bike da lei organizzata nel calendario previsto dalla Sezione del Cai Desio. Non è la prima volta e, come già avvenuto, organizzazione impeccabile da parte sua!

Tutto studiato al punto giusto ed a misura d’uomo/donna. Per l’occasione alcuni di noi hanno noleggiato o addirittura comprato l’attrezzo principe di questo mestiere.

Pomeriggi interi ad aspettare l’occasione d’oro, sperando che dal leggìo di Sotheby’s qualcuno battesse il prezzo giusto.

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Se non si lavora, ci si ritrova a Paderno d’Adda: chi in auto e chi in treno; poi “pronti-partenza-via” verso le numerose mete poste all’interno del percorso: Ponte di Paderno, Imbersago, Pontida, Fontanella, Mapello, Sotto il Monte, Carvico e di nuovo Paderno d’Adda, passando per la cima del Monte Canto (700 mt s.l.m.). Abbiamo avuto modo di ammirare alcune strutture che tutti ci invidiano: dal Ponte in Ferro di Paderno al Santuario San Giovanni XXIII, passando per l’Abbazia di Sant’Egidio.

In effetti ci sono posti, anche vicini a noi, di cui spesso non conosciamo l’esistenza o, semplicemente, che non guardiamo mai abbastanza.

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Il tragitto lungo l’Adda è stato semplice, ‘carattaristiko’ lungo le sponde verdeggianti del fiume, ma anche complesso logisticamente: che tu ci vada a piedi o in bicicletta…..ti conviene saper nuotare. Finire in acqua non è poi così remoto; diciamo tanto dei pazzoidi sugli sci, ma anche qui non si scherza. Occhi aperti perché è questione di attimi. Anche quelli a piedi non se la passano tanto bene (o, comunque, non si rilassano così tanto secondo me!). Se non tieni pronta la mente ed il corpo, non riesci a reggere la reattività richiesta per scansare bici, bipedi, cani o cigni.

Panorami e calma nel tragitto che da Brivio ci ha condotti a Cisano B. prima e Pontida poi. Qui è cominciata la salita, con meta il Monte Canto: salita sterrata costante e profumo di salamella…….quale miglior stimolo? In cima festa del 1^ maggio, (s)concerto generale e musicale, ma per noi meta della prima sosta.

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Ripartiamo con discese piuttosto tecniche e secche, ma soprattutto panorama che potremmo descrivere tra il Toscano e l’Umbro: verde, verde ed ancora verde. Vigneti, tranquillità e tratturi da godere.

In discesa giù a manetta, belli sgazzonti.

Nuova sosta all’Abbazia di Sant’Egidio e poi di nuovo in sella per far fuori il kulo definitivamente nei kilometri mancanti a concludere il Tour.

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A dispetto del titolo, non è certo la birra il legame che ci ha unito oggi, anche se non poteva mancare una sosta a fine giro, con il solito bar che sgrana gli occhi di fronte ad un lauto incasso.

Non possiamo che ringraziare Stefy, in qualità di ottimo capo-gita, sempre precisa e meticolosa nella scelta di itinerari (adesso ha comprato un tomo da 500 pagg, quindi chissà cosa ci aspetta in futuro!). Così come non possiamo non ringraziare tutti i partecipanti, che credo si siano proprio divertiti.

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Unico elemento necessario: ul fisik!!

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M-Bikers: Stefy, Sara, Anna, Patrizia, Sibilla, Adriana, Inox, Pier, Edo, Boris, Max Toselli, Gigi, Claudio, Christian, Beppe e Patajean.

by Patajean®

 

 

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Corso SA1, 2 – 3 marzo 2019 – da Riale (1731m ) al rifugio Marialuisa (2160m) – alla Punta di Val Rossa (2968m) – by Francesca R.

marzo 7th, 2019

Ospitiamo qui il racconto dell’allieva  Francesca R. , che ringraziamo.


gira gira il mondo

E gira il mondo e giro te

Mi guardi e non rispondo

Perché risposta non c’è

Nelle parole

Bella come una mattina d’acqua cristallina

Come una finestra che mi illumina il cuscino

Calda come il pane

Ombra sotto un pino

Mentre t’allontani stai con me forever

(Lorenzo Cherubini)

 

E gira gira il mondo…dell’arco alpino con la Scuola Valle del Seveso che per l’ultima uscita decide di andare in val Formazza. Bella come una mattina d’acqua cristallina il risveglio alla capanna Maria Luisa e con una finestra che ci illumina il cuscino…ma andiamo con ordine nel descrivere questa due giorni stupenda.

Sabato scorso partiamo di buon mattino e,  dopo aver fatto la seconda colazione presso il forno ossolano di Crodo, ci dirigiamo al parcheggio di Riale, decisamente affollato. Riusciamo con un gioco ad incastri a parcheggiare e in men che non si dica costituiamo i gruppi di salita e facciamo la prova artva in “test di gruppo” come d’abitudine, ormai. Il mio gruppo è costituito da me e Marta come allieve e da Bob, Mirko, Stefania e Antonio Meroni (il direttore della scuola “Valle del Seveso”) come istruttori.  Risaliamo con gli assi ai piedi la carrozzabile fino ad un po’ prima del rifugio Maria Luisa, dove avremmo fatto  le esercitazioni. Avevamo un programma denso e fitto di impegni quel giorno, come ci ricordano gli istruttori: la prova di autosoccorso, la costruzione di una truna e di una caverna e poi, in rifugio, ci aspettava sempre lo schizzo di rotta condita con una lezione di storia del CAI.

La salita per raggiungere il punto dell’esercitazione è stata agevole e fluida grazie al clima positivo instaurato nel gruppo. Antonio fin dall’inizio si è prodigato nello spiegarci la tecnica di salita e nel farci fare “pertichette” di ogni tipo senza dimenticare di farci osservare i pendii e i diversi tipi di neve. L’atmosfera che si era creata nel gruppo era così bella che non mi sembrava neanche di far fatica a salire e in men che non si dica abbiamo incontrato l’intero gruppo di allievi che ci precedeva. Qui rimaniamo solo con Alberto come istruttore perchè tutti gli altri, compresi i nostri, dovevano preparare lo scenario valanghivo. Noi allievi invece avremmo dovuto “ben immedesimarci” nel ruolo del gruppo di soccorritori di scialpinisti travolti in valanga. Abbiamo individuato in Erik, il nostro capogita-direttore, io avrei chiamato i soccorsi, Edoardo e Alessandro avrebbero fatto la ricerca iniziale con gli artva mentre Jacopo, Smaranda, Marta, Alberto, Paolo e Francesco avrebbero spalato per disseppellire “gli zaini con gli artva” e lo zaino “senza artva”.

Grazie alla presenza di Alberto con noi come istruttore abbiamo fugato gli ultimi dubbi prima della prova e poi: uno, due e tre, si è alzato il sipario virtuale.

Abbiamo incontrato Pier che, da grande attore, ha recitato la parte del sopravvissuto raccontandoci l’accaduto  e, in brevissimo tempo, Erik ci ha messo tutti al lavoro. Il primo artva è stato disseppellito in 6 minuti, il secondo in 14 minuti mentre il terzo “sepolto senza artva “ è stato disseppellito in 19 minuti.

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Tutti gli istruttori ci hanno fatto i complimenti per la nostra prova e per la velocità con cui abbiamo scavato e per come ci siamo organizzati velocemente. Poi con tutti gli istruttori (Alberto, Giuseppe, Antonio,Bob, Anna, Luca, Pier, Mirko, Andrea, Gigi, Pier e Alessandro) abbiamo fatto “Autocritica” su come avremmo potuto migliorare lo scavo e la ricerca ma, alla fine, ci sentivamo tutti contenti e belli carichi per aver superato questa prova…che pensavamo fosse l’unica;  ci sbagliavamo perché mancavano ancora altre esercitazioni all’aperto prima di godere del caldo del rifugio. Ci siamo divisi in due gruppi ed abbiamo realizzato una truna e una caverna grazie anche all’apporto fondamentale degli istruttori che non solo ci hanno indicato come fare ma hanno scavato e costruito con noi i due manufatti. E devo dire che alla fine della truna è stata davvero una soddisfazione poterci entrarci e accorgerci che si stava “abbastanza “bene e ci riparava veramente da freddo esterno  così come la caverna. Un ringraziamento particolare va ad Antonio che ha subito ottimizzato le nostre risorse, senza farci scavare neve inutilmente e anche a Gigi e Luca che hanno trovato veri e propri blocchi di neve per costruire la truna.
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Dopo aver superato queste esercitazioni ci siamo diretti al rifugio.

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Fatta una buona merenda, ci cimentiamo nello schizzo di rotta e qui ringrazio Alberto ed Anna che ci hanno dato ottimi consigli per compilare l’agognata tabella. Dopo aver trovato il luogo adatto, una stanza del rifugio Maria Luisa, Alberto ha tenuto la lezione di storia del CAI ricordandoci non solo le date storiche di fondazione ma soprattutto l’importanza dello studio per accrescere le nostre conoscenze.

La cena è stata ottima e ben condita da sane risate ed aneddoti divertenti raccontati un po’ da tutti. Eravamo un po’ su di giri perché era l’ultima gita. Poi siamo andati a dormire in camere stupende perlinate e persino scaldate da uno scaldino elettrico; ero in camera con Stefania, Anna e Giuseppe, abbiamo dormito benissimo ed è stato veramente bello svegliarsi all’alba con i primi raggi del sole che colpivano il cuscino.

Dopo un abbondante buona colazione alle 7 siamo subito fuori con gli sci ai piedi per raggiungere la punta di Valrossa a 2968 metri. C’eravamo solo noi sull’itinerario a batterlo ed era tremendamente suggestivo guardarsi intorno e vedere solo noi, la neve, il cielo azzurro e le montagne vicine. Il silenzio e l’emozione facevano da padroni ed era solo bello sentire il rumore delle pelli degli sci.

 

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Poi gli ultimi pezzi sono stati difficili e di concentrazione con dei bei traversi ma tutto mi sembrava bello ed unico e ringrazio Stefania per la pazienza a stare con me che, come al solito, varco per ultima la cima della Punta di Valrossa;   scoppio a piangere veramente per la commozione perchè non pensavo di farcela, avevo tante paure fugate nella salita grazie ai consigli sapienti dei miei istruttori ed è stato bellissimo stare in cima con tutti allievi e istruttori scherzando e facendo fotografie come bambini in libera uscita.

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Dopo esserci riposati ci apprestiamo a scendere, e li seguo sempre Antonio che fa da apripista e la neve mi sembra sempre bella e  lo ringrazio anche perchè curvando proprio nelle sue scie tutto sembrava più semplice anche la discesa, che è stata veramente bellissima soprattutto i tratti in alto. E poi eravamo solo noi con un meraviglioso sole ed il cielo azzurro; ci siamo veramente lasciati trasportare dall’”euforia bianca”. Arrivati al rifugio Maria Luisa abbiamo aspettato che il gruppo si ricompattasse e poi ci siamo diretti a Riale.

Che dire? Dispiace sia finito questo corso di scialpinismo che tanto mi ha insegnato. Ringrazio tutti gli istruttori: Alberto, Andrea, Giuseppe, Alessandro, Mirko, Bob, Gigi, Pier, Antonio, Luca e le due grandiose istruttrici: Stefania ed Anna. Un ringraziamento speciale ai miei compagni di avventura, gli allievi del corso SA1: Marta, Smaranda, Marion, Edoardo, Alberto, Alessandro, Paolo, Francesco, Jacopo e Erik!

Francesca R.

 

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Corso SA1, 16-17 febbraio 2019 – da Campo Blenio (1215 m) alla Capanna Bovarina (1870 m) al Piz Cadreigh (2516 m) – by Francesca R.

febbraio 22nd, 2019

“Labor voluptasque, dissimillima natura, societate quadam inter se naturali sunt iuncta” –

La fatica e il piacere, diversi di natura, sono congiunti fra loro da un naturale legame [Livio, Hist, 5, 4]

 

Ospitiamo qui il racconto dell’allieva Francesca, che ringraziamo.

 ” Seconda stella a destra, questo è il cammino e poi dritto fino al mattino…e poi la strada la trovi da te, porta all’isola che non c’è ”

La partenza con le stelle c’è stata sul serio, un po’ dopo l’alba, per ritrovare in dogana a Brogeda il gruppo della Scuola Cai “Valle del Seveso” per la quarta uscita del corso di scialpinismo. Il tempo di un caffè e una brioche e poi direzione Campo Blenio per cominciare l’ascesa alla Capanna Bovarina.

E come cantava Bennato “la strada la trovi da te” ed in effetti l’abbiamo proprio trovata da noi la strada per il rifugio, o meglio grazie a pazienti e precisi istruttori che ci hanno guidato nei “segreti della topografia e dell’orientamento” con bussole e mappe alla mano. Infatti ben prima di mettere gli assi ai piedi la gita è cominciata con bussole e mappe e osservazioni del cielo e del sole. Rimaneva da analizzare le costellazioni per l’orientamento ma le stelle le avremmo viste di notte alla capanna e all’alba del giorno dopo.

La salita è stata inusitatamente calda, assolata ma bella nel bosco di larici con passaggio quasi atletico su un tronco come ponticello.

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Il mio gruppo era formato dalla mia compagna di corso Marta e dagli istruttori solerti e sempre sul pezzo Stefania, Max e Bob. In particolare, ringrazio Bob che ci ha spiegato l’utilizzo del software di orientamento gps “oruxmaps” e soprattutto è riuscito a far piacere questa nuova applicazione software anche al mio cellulare che faceva continuamente “le bizze”.

È stato finalmente una soddisfazione salire alla Capanna Bovarina con sole e cielo azzurro e caldo…caldo..fin troppo caldo. I più fortunati hanno sfoggiato pantaloni da scialpinismo “inverno-estate” avvolgendo i pantaloni fino a farli diventare calzoncini, una sorta di  “double face”, mentre noi poveri “mortali” abbiamo sofferto il caldo, altro che sauna svizzera.

La salita sembrava non finire mai, sembrava sì “la ricerca dell’isola che non c’è” , ma dopo 3 ore di camminata, svoltato l’ennesimo angolo, eccola: la Capanna Bovarina che si stagliava in controluce tra cielo e terra all’inizio di un bel vallone.

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Una volta arrivati abbiamo svuotato lo zaino e mi sarei volentieri attardata ad ammirare il panorama se il direttore non avesse detto “beh, ora saliamo di altri 150 metri di dislivello perchè dobbiamo fare l’esercitazione di blocco di slittamento “ e quindi tutti con gli sci ai piedi….ringrazio poi gli istruttori che sono riusciti a trovare il luogo per il blocco di slittamento non a 150 metri di dislivello ma a 150 metri quasi lineari dalla capanna!

Il direttore Alberto con dovizia di particolari ci ha spiegato perché dovevano ricavare il blocco scavando sul lato davanti e sui  lati fino a raggiungere il terreno: era necessario per visualizzare meglio le superfici di rottura. Noi prodi allievi ci siamo messi subito a scavare e alla fine, una volta isolato il blocco  Alberto ha approfittato per farci lezione di stratigrafia grazie a un metro “ fai da te” costruito per l’uopo da mani sapienti.

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Il blocco di slittamento non voleva però saperne di slittare, dimostrando la molta resistenza degli strati di scorrimento e confermando così il grado 2 della scala di pericolo dei bollettini neve e valanghe. Max , prima è salito sul blocco, poi ha saltato senza bastoncini e poi con bastoncini, poi si è pure tolto gli sci…ma niente il blocco era “bloccato”. Si è aggiunto a Max anche Luca e dopo “aver improvvisato” gesti e balzi atletici , il blocco si è sbloccato e staccato. La giornata degli allievi e istruttori dell SA1 non si è fermata qui perché è continuata al caldo della Capanna Bovarina, dove abbiamo fatto lo“ lo schizzo di rotta” calcolando azimut e inclinazioni e pendenze e ringrazio Giuseppe che, al mio gruppo, ha spiegato e rispiegato come dovevamo fare.

Il giorno dopo partenza all’alba per  “l’isola che non c è”  ovvero  per la Cima della Bianca, che invece c’era e si vedeva bene.

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Almeno questa era la nostra meta. Dopo 15 minuti di cammino vediamo che Alberto piega da solo “sulla destra”, si dirige verso un traverso e poi attraversa una piccola valanga di fondo; sopra di lui appare uno stambecco….poi torna indietro  e ci dice “non andiamo alla Cima della Bianca, facciamo il Piz Cadreigh, è più sicuro” e allora via per il piz Cadreigh!

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Bob, Stefania e Max ci hanno spiegato con dovizia di particolari i tipi di neve e valanghe.Con la bella giornata che c’era ogni conversazione diventava rilassante e piacevole e alla fine siamo arrivati anche noi in vetta. Non mi sembrava vero di essere arrivata in cima, insieme a tutti, anche se per ultima; mi sono commossa sul serio a guardare quel meraviglioso balcone sull’arco alpino.

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La discesa è stata bellissima, per il primo tratto, fino al bosco,


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qui abbiamo fatto l’ennesima esercitazione di ricerca di artva multipli: in gruppo,  Marta, Marion e io abbiamo lavorato in equipe per fare lo scavo a nastro trasportatore e in tempo accettabile abbiamo disseppellito l’ artva. Poi rimessi gli assi ai piedi ci siamo spinti fino a Campo Blenio, prima sciando nel bel bosco e poi su strada “pistata” da motoslitte e ciaspolatori. Mi sembrava non finisse mai la strada. Non avevo mai fatto 1600 metri di discesa di scialpinismo e soprattutto sono felice di raccontare questa impresa perché avevo molti dubbi sulla mia performance atletica. So che devo migliorare nella resistenza, ma quasi piangevo quando siamo arrivati all’auto: sono riuscita in un’impresa per me epica e ringrazio tutti gli istruttori e i compagni di corso.

Francesca R.

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CUM’AL’E’ QUESTO CADREIGH?….

febbraio 19th, 2019

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  • CIMA: Pizzo Cadrèigh mt. 2.516 slm
  • ZONA: Swizzera, Passo del Lucomagno; con partenza da Campo Blenio 1.215 mt.
  • DISLIVELLO & SVILUPPO: circa 1.600 mt D+ su tutto il weekend per una 20ina di km totali;
  • DIFFICOLTA’: MS
  • NOTE: stavolta la quasi assoluta mancanza di vento, tiéééeee ! J, in compenso una kaldazza anomala e quasi fastidiosa. Essere a fine aprile-inizio maggio in questo momento disorienta anche quelli che la labirintite non sanno cosa sia.

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Penultima uscita del Corso SA1 2019 e primo weekend vissuto tra salite e manovre; stavolta il tutto si manifesta in territorio elvetico, dove Stefy/Luca/Max organizzano uno splendido pernotto in un posto nuovo quasi per tutti. La gita prevede il passaggio dalla Capanna Bovarina prima di metter piedi e assi su Cima della Bianca a quasi 2.900 mt sul livello della Kaldazza.

Si parte da Campo Blenio, una specie di Verbier del Lucomagno, un angolo densamente popolato come pochi: è l’esempio di come uno skilift possa fungere da calamita per attrarre gente: ci sono 25 piattelli (che diventano 50 visto che sono àncore) per 25.000 persone che si fiondano in questo angolo di valle nel weekend. Calcolate che poi ci sono 5 motoslitte, 4.550 tra bob e slittini che viaggiano in trasversale, una quindicina tra bar e pub all’aperto, una trentina di caseifici e latterie…….il tutto condito da una puzza misto-mmerda-latte da fare invidia alle stalle più famose. Anche la scritta BAR inganna….(Bifidusss-Atti-Regularis). Se non sei stitico e ti capita di passare di qua, ocio: su i calzoni, un bel respiro lungo e passa oltre….

Qui anche solo aprire una confezione di pastiglie Falkui per sbaglio può scatenare un inferno mai visto; in farmacia sguardo teso solo sul necessario, una sola occhiata alla scatola e TRACCC…….parbleu, ma l’è marùuunnn e l’en fàda in dì kùlzun!

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Saliamo per boschi di larice alla volta della Capanna, ma non sappiamo se la modalità con la quale siamo apparecchiati è quella giusta: di solito gli atti osceni sono puniti, noi ci andiamo wc-ini. Sembra di essere alla scampagnata di quinta elementare ed il fuori coscia diventa il non plus-ultra;

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arriviamo in Capanna, ma il Direttore non lascia scampo; via il materiale inutile ed altri 150 mt di pellata per andare a provare il c.d. Blocco di Slittamento. Noi lo distraiamo un po’ subito dopo aver abbandonato il rifugio e, appena svoltato l’angolo, voilà……., ecco che gli suggeriamo un posto ideale: i 150 mt di dislivello diventano 15 mt, lui si illude e ritiene pertinente la location e così la prova del blocco ha inizio, non prima di aver compiuto una sana ed attraente stratigrafia.

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Ne esce una lezione pratica all’aperto molto interessante, corredata da un profilo che Luca completa su documento cartaceo e poi tutti liberi per…….una mezz’oretta, visto che in Capanna ci aspetta “il Coso di Rotta”…..come lo ha ribattezzato più di uno.

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Svaccata generale, birretta, una bella partitina a briscola e scopa e poi “sòta cun’t la kartina” per schematizzare lo schizzo di rotta della Cima della Bianca, meta dell’indomani. Ore 18.30 aperitivo e ore 19.00 si mangia a sbafo. Si inizia con una sbobba dall’aspetto inversamente proporzionale al sapore, si passa da una quintalata di salamella con risotto per finire al dolce un po’ liquoroso. Nel mezzo un bel po’ di vino sincero.

Kazzeggio finale, qualche briscola a chiamata e poi tutti a nanna. Ci svegliamo carichi come molle e, dopo una colazione all’italiana, siamo sulle assi alle ore 7.00 come richiesto dal Diretur. Partiamo ma, dopo quindici minuti, ecco la sorpresa: ci chiede una sosta! Increduli lo vediamo muoversi in direzione est, solo come solo è il camoscio che all’improvviso compare sul crinale sopra di noi; è questione di attimi, i due sembrano in perfetta sintonia. Nasce un idillio, seppur a distanza. Sul più bello squilla il cellulare…..è Robert Redford, inkazzato come una jena. Dice che esiste solo un uomo capace di interagire con gli animali, capace di sussurrare a tutto ciò che ha quattro zampe, non importa se cavallo, stambekko o camoscio! Lo tranquillizziamo e nel frattempo, a mezza costa, i due attori di questa fresca mattina si staccano salutandosi, con il Ronz che rientra tra i ranghi dei gruppi. Ci comunica che di là non si passa: il Guardiano della Valle ha detto no, non ci sta. Documenti non in regola, troppa gente su quei pendii e quindi della Cima della Bianca non se ne fa più nulla.

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Dobbiamo nostro malgrado cambiar meta: ci tocca fare la Prova del Cadrèigh, anche se nessuno degli Allievi si chiama Aldo, Giovanni o Giacomo. In compenso ci sono 42 gambe!

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Niente di male, ne è uscita una super gita in una valle splendida (un po’ piatta, ma che si è illuminata in maniera speciale appena si è acceso il sole), con praticamente solo noi in giro. Disegnando in ogni dove la nostra traccia siamo arrivati ben presto in cima, per ammirare ancora una volta come lo stupore possa fare tanto: per noi e per chi questa Passione la sta toccando/sperimentando/inserendo nel suo bagaglio personale.

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Come detto oggi il vento non c’è e quindi possiamo trastullarci sulla cima a nostro piacimento. Ognuno guarda dove vuole e fa quel che può, passando dal mettersi in evidenza piuttosto che il contrario.

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Iniziamo la discesa consapevoli che il dislivello ed i pendii saranno goduriosi, ma anche un po’ piatti. Alla fine ce la siamo spassata non male (Edo & Francesco perdoneranno l’esagerazione!) e proseguiamo per tutto il vallone stando sulla sinistra orografica. Non ci perdiamo nemmeno lo spettacolo offerto da una quindicina di camosci che correvano a mezza costa. Con le quattro-zampe-motrici è stato fantastico vedere l’agilità al servizio della conoscenza dei luoghi; in poco meno di cinque minuti hanno attraversato circa cinquecento metri di sviluppo. L’unica cosa che si spera è che nessuno davanti trascinasse, sebbene nascosto, un piatto di patatine fritte per portarli in trappola…

Verso le ore 15.00, dopo aver percorso il bosco, piombiamo nel marasma degli impianti ma, soprattutto, finiamo nuovamente nella tanfa del paesino.

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Saluti e Baci per questo bel weekend in compagnia.

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Un paio di note doverose: un grazie al Trio organizzatore (in modo particolare a Max!!! J), un bravo a tutti gli allievi per impegno misto a kazzate (meglio il primo!) ed un plauso sempre a loro per i tempi di realizzazione degli scavi nella prova di ricerca del travolto.

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Partecipanti: Stefy, Marta, Marion, Smaranda, Francesca, Il Ronz, Max, Teo, Luca, Bob, Andrea, Giuseppe, Gigi, Edo, Francesco, Jacopo, Alessandro, Alberto, Paolo, Erik e Patajean.

by Patajean®

 

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Corso SA1, 3 febbraio 2019: da Cheneil (2027m) al Col Des Fontaines (2665m)

febbraio 6th, 2019

 “Curiosus spectator excutit singula et quaerit” – L’osservatore avido di sapere, scruta e studia ogni singola cosa (Seneca, Naturales Quaestiones Praef., 11)

Ospitiamo qui il racconto dell’allieva Francesca

“Dove osano le aquile”

Nulla faceva presagire una gita scialpinistica, né il cielo sempre plumbeo carico di neve, nemmeno i bollettini meteo e men che meno i bollettini neve e valanghe che durante la settimana davano responsi tutt’altro che rassicuranti. Anche alla fine della lezione teorica di giovedì scorso il direttore Alberto ha chiuso la lezione con un lapidario: “ vi dirò all’ultimo momento dove sarà la gita, ma potrebbe anche non farsi per condizioni nivo-meteo avverse”. Siamo rimasti da giovedì a sabato appesi a un filo o meglio in attesa di un messaggino WhatsApp  che ci avrebbe finalmente tolto dall’incertezza, tagliando il nodo gordiano delle nostre sorti scialpinistiche. Con sorpresa, nel primo pomeriggio di sabato, riceviamo, tutti noi allievi, il responso: solo l’incipit ci ha messo tutti di buonumore “Si va”, successivamente ci ha comunicato la meta ovvero la Val d’Aosta e precisamente Col des Fontaines o col de la Croux.

Domenica mattina partiamo alle 6 da Varedo alla volta della ambita e ricercata Val d’Aosta. Dopo aver fatto colazione in un autogrill strapieno di persone e degno della sfida all’ok corral per ottenere l’agognato caffè, ci rimettiamo in auto: destinazione Cheneil in Valtournanche. Arrivati al parcheggio ci accorgiamo subito di 3 cose: il cielo è ancora plumbeo, ci sono un sacco di automobili parcheggiate di altre scuole del Cai valdostano e, soprattutto, c’è una piccola cremagliera gratuita per raggiungere il paese sommitale. Gli istruttori ci rincuorano dicendoci che il pericolo in questa zona della valle sarebbe stato di “grado 3 in diminuzione” e che il cielo, secondo le previsioni, si sarebbe aperto nel pomeriggio. Noi allievi non potevamo che fidarci ma il cielo era veramente plumbeo e il freddo ci attanagliava. Io ero in gruppo con Marta ed avevamo come istruttori Stefania, Anna, Mirko e Pierangelo e, quando ho visto tutti questi istruttori, ho pensato “non si può certo dire che questa scuola Cai non segua i suoi allievi”.  Pierangelo e Mirko hanno subito cominciato a farci notare le particolarità del manto nevoso, senza dimenticare di farci orientare la cartina ed individuare, ragionando, il miglior percorso che avremmo potuto seguire.

Ci siamo messi in marcia e abbiamo raggiunto gli altri istruttori e allievi del nostro corso guidati dal “diretur” che faceva da apripista. Più salivamo più i nostri istruttori sembrano rassicurati dall’itinerario e dalle condizioni di neve; all’inizio non vi erano grandi pendenze, l’unico dubbio l’avevano sull’ultima parte che sapevano essere un po’ ripida ma, a me sembrava già tanto riuscire ad arrivare in cima. Mentre Pierangelo ci faceva notare la migliore microtraccia da seguire per evitare cornici o accumuli per procedere in sicurezza, ecco sopra di noi una bellissima aquila. Tutti ne veniamo “rapiti” almeno nel pensiero e per un attimo la stanchezza se ne va lasciando il posto alla contemplazione del maestoso rapace che si innalza sopra di noi seguendo le termiche più efficaci per il suo volo.

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Dopo questa insolita apparizione, la marcia riprende con più buonumore e la serie di inversioni di marcia a Y (le famigerate pertichette) sembrano pure più semplici dell’ultima gita, oppure ero in giornata positiva: un bel gruppo simpatico che procede serrato verso la cima tra una spiegazione e l’altra degli istruttori, senza dimenticare gli aneddoti montani e qualche barzelletta.

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Arrivati in cima, mi stavo quasi commuovendo ma la commozione iniziale è subito e letteralmente spazzata via dalle forti raffiche di vento, che paralizzavano persino il pensiero. Come automi seguiamo i saggi consigli degli istruttori: “togliete le pelli degli sci velocemente e attenti che qui vola tutto e poi scendiamo” e, a documentare la Cima, resta credo qualche fotografia e un breve video realizzato da Jacopo.

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Poi la discesa all’inizio mi è sembrata “un problema” ma dopo aver fatto la prima curva mi sono rincuorata e con Pier, Anna, Stefania, Marta e Mirko ci siamo divertiti a scendere il pendio. Tutti seguivamo Pier e Alberto che hanno sempre avuto un ottimo “fiuto” per trovare i bei pendii innevati su neve bellissima.

Poi è arrivato il momento dell’esercitazione: ricerca artva multipla e tecnica di scavo a nastro trasportatore, e poi un po’ di stratigrafia del manto nevoso. Grazie a questa esercitazione noi allievi abbiamo “veramente toccato con mano” i diversi strati di neve che si sono “costruiti e decostruiti” nel tempo e ci siamo esercitati nel trovare almeno due apparecchi artva.

Il gran finale dell’esercitazione è stato assistere a una “una simulazione delle manovre di autossocorso in uno scenario valanghivo” fatta da tutti i nostri istruttori.  Alberto e Giuseppe hanno preparato una zona in cui hanno sotterrato due artva per simulare “i travolti in valanga con artva” e poi uno zaino, per simulare la ricerca del travolto in valanga senza apparecchio artva. Alberto ha chiamato tutti gli istruttori dicendo “E’ caduta una valanga che ha travolto tre persone” e abbiamo visto come velocemente e sapientemente tutti i nostri istruttori si sono attivati: individuando un leader, definendo chi chiamava i soccorsi, altri che cercavano con gli artva, una vera macchina organizzativa ben “oliata”. Per la cronaca, il primo disseppellimento è avvenuto dopo 4 minuti e 39 e l’altro dopo 6 minuti circa, mentre il terzo sommerso in valanga (lo zainetto) che non aveva l’artva è stato trovato dopo 19 minuti;  una dimostrazione di quanto siano importanti gli apparecchi artva ed il saper fare con velocità le manovre di autosoccorso. Alla fine dell’esercitazione abbiamo rivisto proprio sopra di noi l’aquila o il Gipeto che, mi piace immaginare, ci salutava per aver osato varcare le sue montagne e mandarci un arrivederci.

Poi siamo scesi attraverso il bosco facendo slalom tra le piante, stando attenti a sciare “di precisione” per evitare di portare a casa qualche pino o abete. Come sempre tutto si è risolto con una buona merenda: birra, panino e, per molti, grappe e genepì finale.

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GIU’ IL GETTONE! Domenica 3 Febbraio 2019.

febbraio 4th, 2019

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  • 6bd38a54-3e6b-4132-ad3d-0934973361e3CIMA: in realtà stavolta è stato un Colle, Colle des Fontaines 2.687 mt
  • ZONA: Valle d’Aosta, più precisamente Cheneil in Valtournanche;
  • SVILUPPO & DISLIVELLO: circa 7 km con 651 mt D+
  • NOTE: il solito vento che quest’anno sembra essere un inesorabile socio di salita. Neve finalmente degna di questo nome. Da segnalare anche un ascensore in quota, una tecnologia al servizio degli skialper o forse dei paesani che abitano nella piccola frazione poco sopra l’ultimo metro in cui l’auto può mettere il battistrada.

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Stavolta abbiamo rischiato l’inghippo matematico, altro che errori euristici: siamo saliti con il 4×4, abbiamo pensato con il 3×3, in cima abbiamo fatto 2+2…….infine siamo scesi 1×1.

Terza uscita del Corso SA1 2019 ed ennesima giornata ventosa: sarà che ci sono i “venti”, sarà che poi a metà giornata gira un “gi-peto”….praticamente abbiamo schivato per un pelo una giornata di mmerda.

Meta ricercata e partorita con estrema fatica per schivare vento, neve abbondante e meteo sfavorevole, ma anche per azzeccare eventuale e probabile “ugiada-de-sù”. Finisce un po’ ai punti con una giornata coperta, ma ventosa. Con le recenti ed abbondanti nevicate siamo stati in cesta per parecchio tempo, giudicando in diminuzione il pericolo valanghe.

Durante il viaggio tappa quasi obbligata per la colazione, con un bel panettone benedetto e pronto per festeggiare San Biagio.

Arriviamo al parcheggio di Cheneil con la dama bianca presente, anche se non nella dimensione e forma che ci aspettavamo: strade ricoperte di neve, ma zero problemi nell’avvicinamento. Ci immergiamo nei boschi del paesino per guadagnare presto la piana centrale e per prendere i diversi canali che portano al Col des Fontaines, nostra meta di oggi. E’ tutto un vociare, con spiegazioni dettagliate di questo mondo che percorriamo con le mitiche assi ai piedi; c’è sempre da raccontare e da imparare.

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Qui Eolo sprigiona il suo potenziale indicandoci chi comanda ed è così, se ancora ce ne fosse bisogno, che nasce lo “scambio in quota”: la nostra roba parte dalla nostra cima per raggiungerne altre vicino, così come quella degli altri arriva da noi.

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Facciamo tutto velocemente (Dài veloooooooocccciiiiiiiii!) in modo da scendere il prima possibile e posizionarci in zona-manovre. E’ infatti prevista la ricerca multipla ed una manovra di autosoccorso gestita dagli istruttori.

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Il verdetto o giudizio è il Gipeto a darcelo, che ci sorvola mostrandoci il dorso quasi a togliere ogni dubbio sulla sua identità, poi giù tutti in farina più o meno lavorata sino alla piana, dove i più contenti sono Edo e Francesco, che non abbiamo mai visto così felici e gaudenti; bei movimenti e alberi non snodati da evitare per tutti. Ad un certo punto mi accorgo di passare tra i Due Maggio(ni) Ciondoli del Gruppo.

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Si torna alla piana delle baite, in prossimità dell’ascensore che qualcuno considera sempre più come uno skilift: su & giù per l’ultimo pendio? Spesso le si pensano tutte per non finire mai….

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Ultimo tratto da “sci ripido/estremo” (!) per tornare nuovamente al parcheggio; nel frattempo il nostro Diretur pensa bene di passare dalle assi al (la) tavola!

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Salutiamo la zona, ma soprattutto la Saccatura rimasta tutto il giorno sul confine della Svizzera a fare da diga a tutto: sole e resto; peccato perché la vista da qui è tutt’altro che parente del Battista.

Sosta quasi obbligata in valle per panino & birretta in compagnia.

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Il tempo è tiranno, bisogna rientrare e chiudere la “Chat di Cenerentola” prima che la mezzanotte trasformi la linea di contatto del Corso in una Kazziata galattica. Quindi via alle foto che documentano questa bella giornata insieme.

Partecipanti: Francesca, Marta, Marion (alla quale dico grazie per la bellissima esperienza di raccontare “il trick & track” o il “più ed il meno” in Francese, una lingua che adoro), Jacopo, Francesco, Paolo, Erik, Edo; Anna, Stefy, Ronz, Max, Barney, Andrea, LucaT, GigiM, Mirko, Giuseppe, Teo, Bob, Pier e Patajean

by Patajean ®

 

 

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“Mausefalle” oppure “Hausberkante” ?

gennaio 29th, 2019

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  • CIMA: Piz Belvair mt. 2.822;
  • ZONA: Engadina (CH);
  • DISLIVELLO & SVILUPPO: 1.130 mt per una dozzina di km tra andata e ritorno;
  • DIFFICOLTA’: MS
  • NOTE: neve molto bella e a tratti farinosa al punto giusto; peccato per la scarsissima visibilità nella parte alta al rientro. Effetti paragonabili al viaggiare in autostrada nel Pavese in inverno.

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Il concetto della Discesa Libera è molto diverso dalla Libera Discesa: l’aggettivo che si sposta rispetto al nome e vice-serva può ingannare sia nella comprensione sia nel significato etimologico. Per tagliare i rognoni di qualsiasi animale (ognuno si scelga il suo mica di cadere in qualche cavillo poco eco-sostenibile), diciamo subito che la discesa libera è una disciplina (spettacolare e da pelo sullo stomaco), mentre la libera discesa è un’interpretazione (altrettanto spettacolare in talune circostanze).

Ma veniamo ai fatti, svoltisi ieri 27 gennaio in occasione della seconda uscita ufficiale del Corso SA1 2019; tutti in Engadina, laddove in inverno il verde svizzero si trasforma in bianco splendente. Il bollettino nivo-meteo annuncia l’arrivo di una perturbazione a forma di muro, una specie di sipario che verrà trascinato da ovest ad est per chiudere definitivamente ogni speranza di visibilità intorno alle 13.00. Bollettino quasi perfetto, che ha toppato per questione di minuti, accidenti alla precisione.

Tutto ha inizio nel passaggio mattutino da Samedan dove notiamo un bel nugolo di infermiere affacciate alle finestre dello Spital (!), intente a salutare i baldi giovani dell’SA1. Poi tutto ri-tace ed arriviamo a Madulain dove, calzati gli sci, possiamo dare fiato alle assi. Salita morbida sulla linea immaginaria che separa il fondo dalla cima, con quella leggera brezza (aria de fésura come dicono in Brianza) simile alla sabbia-misto-ghiaia nelle mutande: a tratti leggermente fastidiosa.

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Il percorso si può virtualmente suddividere in alcuni punti strategici: il bosco da gara con la sua “Mausefalle” prima e “l’Hausberkante” poi, l’alpeggio di Belvair, il pianone sommitale, lo schienone ripido ed, infine, il nulla cosmico (dicasi di momentaccio in cui la vista perde totalmente la distinzione fra ciò che è suolo e ciò che è aere): in perfetta precisione svizzera flagghiamo ogni punto di questa immaginaria lista e ci fermiamo a riflettere sull’ultimo.

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La giornata di oggi è stata a dir poco didattica, con salita standard (1.100 mt D+), condizioni ideali per tenere allenato l’occhio su dove salire e dove scendere, ma con altrettante condizioni non ideali per quanto riguarda il ritorno, cominciato con il calar della nebbia spessa come un paio di muri di calcestruzzo.

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La discesa si è dimostrata subito ‘tricky’ come direbbe Alberto T. ed impegnativa da un punto di vista di visibilità, ma fortuna vuole che siamo in tanti e quindi agganciamo il pendio in una ipotetica lunga fila verso valle, ognuno a debita distanza.

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Tutto procede secondo i programmi sino all’Alpe Belvair dove, tra l’altro, incontriamo Pippo e Mirko e dove, per questo pomeriggio domenicale, sono previste le prove libere della Streif svizzero-engadinese.

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Simo tutti al cancelletto di partenza e, pochi minuti dopo, proiettati come missili lungo il percorso che taglia a tornanti più o meno tutto il bosco basale. A Palla-di-Kannone ci catapultiamo verso il traguardo delle manovre Artva, ma è proprio in prossimità di un curvone all’interno del bosco che il nostro Dominik ‘Matteo’ Paris, intento sulla Mausefalle svizzera, decide di estrarsi una spalla in volo (credo che il tutto sia stato compiuto immaginando contestualmente l’abbraccio delle crocerossine di Samedan). Non si sa il motivo del gesto, probabilmente una sindrome da emulazione, visto che qualche istante prima qualcosa era decollato dall’aereoporto di Saint Moritz. A prima vista sembra che il danno sia minimale, ma non è così. Scendiamo un po’ piano e un po’ adagio ed arriviamo in paese, ma è questione di attimi: all’assenza di dolore subentra ben presto il desiderio di provare l’efficienza svizzera dell’ospedale. Viene simulata una barella all’interno di un bar vuoto, chiuso per malattia ma aperto (“cvesti italliani sempre kasinnisti”) ……e, subito dopo, viene testato anche il manto stradale durante il trasporto a Samédan o Samedàn (sottolineo per l’occasione la lungimiranza di Jacopo, capo-mastro Anas distaccato in Svizzera ma fluo-presente in qualità di osservatore) (ndr: nel questionario di gradimento il ns Matteo scriverà: “Dolori sopportati durante il trasporto auto simili a quelli del parto”).

Arriviamo allo Spital (praticamente arrivi come seguendo le linee di flusso nella fase della ricerca direzionale, impossibile sbagliare) con tutte le crocerossine samedanesi che non sanno più come accogliere l’infortunato. Ne contiamo una ventina: ad una ad una sono passate, ripassate…..un po’ come in ER!

Dopo averlo fatto giocare un paio di minuti con l’Allegro Chirurgo, botta in testa, buio totale e di nuovo con la spalla operativa. Che dire: efficienza svizzera.

Non resta che rientrare in Italia, non senza difficoltà dovute all’intensa (!) nevicata che incontriamo al Maloja; tempi biblici per superare i tornanti del Passo, ma anche per seguire i Merenderos in giro col Porsche Cayenne (gomme da neve? Oppure gomme da masticare?).

Insomma, gita che si chiude positivamente per tutti, tranne che per il nostro Matteo, al quale auguriamo pronto rientro e guarigione immediata. Ovviamente può succedere un infortunio di questo tipo, l’importante è che non sia nulla di grave e che ci siano sempre le infermiere giuste ad intervenire. Del resto scagli la prima pala chi non ha qualcosa di ammaccato addosso.

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Partecipanti: 14 + 14, pari & patta. Marta, Francesca, Cristina, Smaranda, Marion, Alberto, Paolo, Francesco, Pippo, Erik, Alessandro, Jacopo, Edoardo e Matteo; Stefy, Anna, Teo, Mirko, Andrea, AleB, Bob, Gigi, LucaT, Ronz (ul Diretur), Max, Giuseppe, Pier e Patajean.

by Patajean®

 

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I TRITA-TUTTO – 20 Gennaio 2019

gennaio 21st, 2019

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Prima uscita del Corso SA1 2019 ed ulteriore conferma di un inverno che non accenna a decollare da un punto di vista nivologico, almeno in Italia e considerato che non su tutto l’arco alpino si trova neve.

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Ad allargare il cerchio per cercare luoghi di nostro gradimento, finiremo presto per toccare le aree estreme della Svizzera e dell’Austria sino ad arrivare alla Scandinavia, dove peraltro si è già svolto un Corso VDS.

La neve in realtà oggi l’abbiamo trovata, dai due-mila-metri in su c’è, ma che fatica a chiamarla……non sembra più crederci nemmeno Lei e dimenticarsi di un popolo di circa 100.000 praticanti è per noi un’offesa.

Scopo della gita odierna è di pellare per qualche centinaio di metri facendo un phantom dislivello e poi scendere per vedere le capacità psico-motorie e sciistiche degli iscritti: un bel binomio in cui le assi vengono usate sia up che down, evitando di consacrare un’intera giornata all’inutile ed ormai superata tecnica-di-pista.

Partenza prestino questa mattina, ma rapida come non si vedeva da tempo: in quattro minuti eravamo pronti e già in Milano-Merda alla ricerca della circonvallazione migliore per tagliar fuori la Pedemontana, che di solito ti premia (quando passi) con le tribune poste a lato e su cui sono presenti tutti quei ‘tifosi’ a cui hai donato i reni!

Freddo intenso e cielo che non accenna a peggiorare: minaccia bello e resta tale…..mannaggia; Meteo-Suisse ha toppato e sembra che dovrà scusarsi con tutti per questo, non si sa ancora la pena, ma stavolta l’ha fatta grossa.

La meta scelta è Rottwald, che dista dal Passo Sempione pochi minuti: la macchina se ti va bene la sgonfi e la metti nello zaino perché il posto è molto limitato. Se arrivi un attimo dopo le otto devi scendere a parcheggiare a Briga.

Il termometro segna un bel -9° ma saranno anche di più, ma a noi….che ce ne fotte: tanto saremo all’ombra per tutta la gita! Veniamo subito redarguiti dagli svizzeri perché non lasciamo passare il gatto delle nevi (questa in fondo mi mancava: avevamo provato ad essere cazziati per aver pestato i binari della pista da fondo al Cavloc, fra l’altro in un bosco in cui non c’era nessuno se non l’urlante di turno; abbiamo ricevuto esplosivo ‘scarica-valanghe’ dall’alto al Lagalb per aver osato risalire pendii sui quali stavano sparando i cannoni!), ma poi puntiamo la nostra meta inanellando tutte le spieghe che il nostro Direttore Ronz ci ha intimato di inculcare nelle teste (!) degli allievi.

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Almeno la meta si posiziona al sole e qui cominciano le manovre per la ricerca del sepolto; simulazioni a go-go e prime reazioni a catena: dal bradipo al velociraptor…..ma tale è la prima volta e tutto è nella norma! Mentre la maggior parte delle persone presenti sembrano gradire lo sci da discesa, noi ci crediamo fino in fondo e quindi ci diamo da fare per tirare fuori il sepolto: salvato e ricaduto in valanga per ben 16 volte, il recidivo porta a casa la pelle ugualmente! Da guinness.

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Il rientro è un tripudio di discesa in & fuori pista: c’è modo per tutti di scatenare il diesel e dimostrare le proprie capacità. Questo è bello perché dimostra entusiasmo e passione per un’attività tutt’altro che banale.

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Alla macchina alcuni di noi apprezzano in modo particolare il dipanarsi della giornata; sarà che non abbiamo sudato, sarà che la stanchezza sembra averci solo schivato, fatto sta che la fame sembra non esserci….

ALLA FACCIAZZZZZAAAAAAAAA!……..Dopo il Biafra c’è la Valle Del Seveso! E fortuna vuole che il posto in cui ci siamo fermati aveva provviste; dopo aver pagato il conto i proprietari ci hanno ringraziato: sembra che le rate del mutuo siano improvvisamente scese di una decina.

Partiti con “va bene un panino ed una media”, passati per “un tagliere va bene ugualmente” ed arrivati, infine, a “tritare ogni cosa che avesse un significato commestibile”. Vergogna! Le termìti in confronto sono innocue, ma anche ridicole.

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Meno male che il Pub è lontano dalla Pala di Gondo; questi qua son capaci di farla precipitare per mancanza di fondamenta.

C’è da capire se i proprietari del bar riusciranno a tirare il prossimo weekend……racimoleranno qualcosa dai wc-ni, spero.

Bella giornata, una buona compagnia e tanta voglia di fare: allievi in gamba e adesso speriamo che la Passione vera venga fuori. Entusiasmo si, ma servono consapevolezza, valori ed attenzione ai massimi livelli.

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I Trita-Tutto, neve e non solo: Marta, Cristina, Smaranda, Francesca, Marion, Alessandro, Jacopo, Francesco, Edoardo, Pippo, Matteo, Erik, Alberto, Paolo; Ronz, Gigi, Stefy, Giuseppe, Andrea, LucaT, Teo, Mirko, Barney, Bob, Pier, Max e Patajean.

by Patajean ®

 

 

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