Corso SA1, 2 – 3 marzo 2019 – da Riale (1731m ) al rifugio Marialuisa (2160m) – alla Punta di Val Rossa (2968m) – by Francesca R.

marzo 7th, 2019

Ospitiamo qui il racconto dell’allieva  Francesca R. , che ringraziamo.


gira gira il mondo

E gira il mondo e giro te

Mi guardi e non rispondo

Perché risposta non c’è

Nelle parole

Bella come una mattina d’acqua cristallina

Come una finestra che mi illumina il cuscino

Calda come il pane

Ombra sotto un pino

Mentre t’allontani stai con me forever

(Lorenzo Cherubini)

 

E gira gira il mondo…dell’arco alpino con la Scuola Valle del Seveso che per l’ultima uscita decide di andare in val Formazza. Bella come una mattina d’acqua cristallina il risveglio alla capanna Maria Luisa e con una finestra che ci illumina il cuscino…ma andiamo con ordine nel descrivere questa due giorni stupenda.

Sabato scorso partiamo di buon mattino e,  dopo aver fatto la seconda colazione presso il forno ossolano di Crodo, ci dirigiamo al parcheggio di Riale, decisamente affollato. Riusciamo con un gioco ad incastri a parcheggiare e in men che non si dica costituiamo i gruppi di salita e facciamo la prova artva in “test di gruppo” come d’abitudine, ormai. Il mio gruppo è costituito da me e Marta come allieve e da Bob, Mirko, Stefania e Antonio Meroni (il direttore della scuola “Valle del Seveso”) come istruttori.  Risaliamo con gli assi ai piedi la carrozzabile fino ad un po’ prima del rifugio Maria Luisa, dove avremmo fatto  le esercitazioni. Avevamo un programma denso e fitto di impegni quel giorno, come ci ricordano gli istruttori: la prova di autosoccorso, la costruzione di una truna e di una caverna e poi, in rifugio, ci aspettava sempre lo schizzo di rotta condita con una lezione di storia del CAI.

La salita per raggiungere il punto dell’esercitazione è stata agevole e fluida grazie al clima positivo instaurato nel gruppo. Antonio fin dall’inizio si è prodigato nello spiegarci la tecnica di salita e nel farci fare “pertichette” di ogni tipo senza dimenticare di farci osservare i pendii e i diversi tipi di neve. L’atmosfera che si era creata nel gruppo era così bella che non mi sembrava neanche di far fatica a salire e in men che non si dica abbiamo incontrato l’intero gruppo di allievi che ci precedeva. Qui rimaniamo solo con Alberto come istruttore perchè tutti gli altri, compresi i nostri, dovevano preparare lo scenario valanghivo. Noi allievi invece avremmo dovuto “ben immedesimarci” nel ruolo del gruppo di soccorritori di scialpinisti travolti in valanga. Abbiamo individuato in Erik, il nostro capogita-direttore, io avrei chiamato i soccorsi, Edoardo e Alessandro avrebbero fatto la ricerca iniziale con gli artva mentre Jacopo, Smaranda, Marta, Alberto, Paolo e Francesco avrebbero spalato per disseppellire “gli zaini con gli artva” e lo zaino “senza artva”.

Grazie alla presenza di Alberto con noi come istruttore abbiamo fugato gli ultimi dubbi prima della prova e poi: uno, due e tre, si è alzato il sipario virtuale.

Abbiamo incontrato Pier che, da grande attore, ha recitato la parte del sopravvissuto raccontandoci l’accaduto  e, in brevissimo tempo, Erik ci ha messo tutti al lavoro. Il primo artva è stato disseppellito in 6 minuti, il secondo in 14 minuti mentre il terzo “sepolto senza artva “ è stato disseppellito in 19 minuti.

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Tutti gli istruttori ci hanno fatto i complimenti per la nostra prova e per la velocità con cui abbiamo scavato e per come ci siamo organizzati velocemente. Poi con tutti gli istruttori (Alberto, Giuseppe, Antonio,Bob, Anna, Luca, Pier, Mirko, Andrea, Gigi, Pier e Alessandro) abbiamo fatto “Autocritica” su come avremmo potuto migliorare lo scavo e la ricerca ma, alla fine, ci sentivamo tutti contenti e belli carichi per aver superato questa prova…che pensavamo fosse l’unica;  ci sbagliavamo perché mancavano ancora altre esercitazioni all’aperto prima di godere del caldo del rifugio. Ci siamo divisi in due gruppi ed abbiamo realizzato una truna e una caverna grazie anche all’apporto fondamentale degli istruttori che non solo ci hanno indicato come fare ma hanno scavato e costruito con noi i due manufatti. E devo dire che alla fine della truna è stata davvero una soddisfazione poterci entrarci e accorgerci che si stava “abbastanza “bene e ci riparava veramente da freddo esterno  così come la caverna. Un ringraziamento particolare va ad Antonio che ha subito ottimizzato le nostre risorse, senza farci scavare neve inutilmente e anche a Gigi e Luca che hanno trovato veri e propri blocchi di neve per costruire la truna.
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Dopo aver superato queste esercitazioni ci siamo diretti al rifugio.

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Fatta una buona merenda, ci cimentiamo nello schizzo di rotta e qui ringrazio Alberto ed Anna che ci hanno dato ottimi consigli per compilare l’agognata tabella. Dopo aver trovato il luogo adatto, una stanza del rifugio Maria Luisa, Alberto ha tenuto la lezione di storia del CAI ricordandoci non solo le date storiche di fondazione ma soprattutto l’importanza dello studio per accrescere le nostre conoscenze.

La cena è stata ottima e ben condita da sane risate ed aneddoti divertenti raccontati un po’ da tutti. Eravamo un po’ su di giri perché era l’ultima gita. Poi siamo andati a dormire in camere stupende perlinate e persino scaldate da uno scaldino elettrico; ero in camera con Stefania, Anna e Giuseppe, abbiamo dormito benissimo ed è stato veramente bello svegliarsi all’alba con i primi raggi del sole che colpivano il cuscino.

Dopo un abbondante buona colazione alle 7 siamo subito fuori con gli sci ai piedi per raggiungere la punta di Valrossa a 2968 metri. C’eravamo solo noi sull’itinerario a batterlo ed era tremendamente suggestivo guardarsi intorno e vedere solo noi, la neve, il cielo azzurro e le montagne vicine. Il silenzio e l’emozione facevano da padroni ed era solo bello sentire il rumore delle pelli degli sci.

 

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Poi gli ultimi pezzi sono stati difficili e di concentrazione con dei bei traversi ma tutto mi sembrava bello ed unico e ringrazio Stefania per la pazienza a stare con me che, come al solito, varco per ultima la cima della Punta di Valrossa;   scoppio a piangere veramente per la commozione perchè non pensavo di farcela, avevo tante paure fugate nella salita grazie ai consigli sapienti dei miei istruttori ed è stato bellissimo stare in cima con tutti allievi e istruttori scherzando e facendo fotografie come bambini in libera uscita.

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Dopo esserci riposati ci apprestiamo a scendere, e li seguo sempre Antonio che fa da apripista e la neve mi sembra sempre bella e  lo ringrazio anche perchè curvando proprio nelle sue scie tutto sembrava più semplice anche la discesa, che è stata veramente bellissima soprattutto i tratti in alto. E poi eravamo solo noi con un meraviglioso sole ed il cielo azzurro; ci siamo veramente lasciati trasportare dall’”euforia bianca”. Arrivati al rifugio Maria Luisa abbiamo aspettato che il gruppo si ricompattasse e poi ci siamo diretti a Riale.

Che dire? Dispiace sia finito questo corso di scialpinismo che tanto mi ha insegnato. Ringrazio tutti gli istruttori: Alberto, Andrea, Giuseppe, Alessandro, Mirko, Bob, Gigi, Pier, Antonio, Luca e le due grandiose istruttrici: Stefania ed Anna. Un ringraziamento speciale ai miei compagni di avventura, gli allievi del corso SA1: Marta, Smaranda, Marion, Edoardo, Alberto, Alessandro, Paolo, Francesco, Jacopo e Erik!

Francesca R.

 

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Corso SA1, 16-17 febbraio 2019 – da Campo Blenio (1215 m) alla Capanna Bovarina (1870 m) al Piz Cadreigh (2516 m) – by Francesca R.

febbraio 22nd, 2019

“Labor voluptasque, dissimillima natura, societate quadam inter se naturali sunt iuncta” –

La fatica e il piacere, diversi di natura, sono congiunti fra loro da un naturale legame [Livio, Hist, 5, 4]

 

Ospitiamo qui il racconto dell’allieva Francesca, che ringraziamo.

 ” Seconda stella a destra, questo è il cammino e poi dritto fino al mattino…e poi la strada la trovi da te, porta all’isola che non c’è ”

La partenza con le stelle c’è stata sul serio, un po’ dopo l’alba, per ritrovare in dogana a Brogeda il gruppo della Scuola Cai “Valle del Seveso” per la quarta uscita del corso di scialpinismo. Il tempo di un caffè e una brioche e poi direzione Campo Blenio per cominciare l’ascesa alla Capanna Bovarina.

E come cantava Bennato “la strada la trovi da te” ed in effetti l’abbiamo proprio trovata da noi la strada per il rifugio, o meglio grazie a pazienti e precisi istruttori che ci hanno guidato nei “segreti della topografia e dell’orientamento” con bussole e mappe alla mano. Infatti ben prima di mettere gli assi ai piedi la gita è cominciata con bussole e mappe e osservazioni del cielo e del sole. Rimaneva da analizzare le costellazioni per l’orientamento ma le stelle le avremmo viste di notte alla capanna e all’alba del giorno dopo.

La salita è stata inusitatamente calda, assolata ma bella nel bosco di larici con passaggio quasi atletico su un tronco come ponticello.

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Il mio gruppo era formato dalla mia compagna di corso Marta e dagli istruttori solerti e sempre sul pezzo Stefania, Max e Bob. In particolare, ringrazio Bob che ci ha spiegato l’utilizzo del software di orientamento gps “oruxmaps” e soprattutto è riuscito a far piacere questa nuova applicazione software anche al mio cellulare che faceva continuamente “le bizze”.

È stato finalmente una soddisfazione salire alla Capanna Bovarina con sole e cielo azzurro e caldo…caldo..fin troppo caldo. I più fortunati hanno sfoggiato pantaloni da scialpinismo “inverno-estate” avvolgendo i pantaloni fino a farli diventare calzoncini, una sorta di  “double face”, mentre noi poveri “mortali” abbiamo sofferto il caldo, altro che sauna svizzera.

La salita sembrava non finire mai, sembrava sì “la ricerca dell’isola che non c’è” , ma dopo 3 ore di camminata, svoltato l’ennesimo angolo, eccola: la Capanna Bovarina che si stagliava in controluce tra cielo e terra all’inizio di un bel vallone.

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Una volta arrivati abbiamo svuotato lo zaino e mi sarei volentieri attardata ad ammirare il panorama se il direttore non avesse detto “beh, ora saliamo di altri 150 metri di dislivello perchè dobbiamo fare l’esercitazione di blocco di slittamento “ e quindi tutti con gli sci ai piedi….ringrazio poi gli istruttori che sono riusciti a trovare il luogo per il blocco di slittamento non a 150 metri di dislivello ma a 150 metri quasi lineari dalla capanna!

Il direttore Alberto con dovizia di particolari ci ha spiegato perché dovevano ricavare il blocco scavando sul lato davanti e sui  lati fino a raggiungere il terreno: era necessario per visualizzare meglio le superfici di rottura. Noi prodi allievi ci siamo messi subito a scavare e alla fine, una volta isolato il blocco  Alberto ha approfittato per farci lezione di stratigrafia grazie a un metro “ fai da te” costruito per l’uopo da mani sapienti.

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Il blocco di slittamento non voleva però saperne di slittare, dimostrando la molta resistenza degli strati di scorrimento e confermando così il grado 2 della scala di pericolo dei bollettini neve e valanghe. Max , prima è salito sul blocco, poi ha saltato senza bastoncini e poi con bastoncini, poi si è pure tolto gli sci…ma niente il blocco era “bloccato”. Si è aggiunto a Max anche Luca e dopo “aver improvvisato” gesti e balzi atletici , il blocco si è sbloccato e staccato. La giornata degli allievi e istruttori dell SA1 non si è fermata qui perché è continuata al caldo della Capanna Bovarina, dove abbiamo fatto lo“ lo schizzo di rotta” calcolando azimut e inclinazioni e pendenze e ringrazio Giuseppe che, al mio gruppo, ha spiegato e rispiegato come dovevamo fare.

Il giorno dopo partenza all’alba per  “l’isola che non c è”  ovvero  per la Cima della Bianca, che invece c’era e si vedeva bene.

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Almeno questa era la nostra meta. Dopo 15 minuti di cammino vediamo che Alberto piega da solo “sulla destra”, si dirige verso un traverso e poi attraversa una piccola valanga di fondo; sopra di lui appare uno stambecco….poi torna indietro  e ci dice “non andiamo alla Cima della Bianca, facciamo il Piz Cadreigh, è più sicuro” e allora via per il piz Cadreigh!

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Bob, Stefania e Max ci hanno spiegato con dovizia di particolari i tipi di neve e valanghe.Con la bella giornata che c’era ogni conversazione diventava rilassante e piacevole e alla fine siamo arrivati anche noi in vetta. Non mi sembrava vero di essere arrivata in cima, insieme a tutti, anche se per ultima; mi sono commossa sul serio a guardare quel meraviglioso balcone sull’arco alpino.

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La discesa è stata bellissima, per il primo tratto, fino al bosco,


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qui abbiamo fatto l’ennesima esercitazione di ricerca di artva multipli: in gruppo,  Marta, Marion e io abbiamo lavorato in equipe per fare lo scavo a nastro trasportatore e in tempo accettabile abbiamo disseppellito l’ artva. Poi rimessi gli assi ai piedi ci siamo spinti fino a Campo Blenio, prima sciando nel bel bosco e poi su strada “pistata” da motoslitte e ciaspolatori. Mi sembrava non finisse mai la strada. Non avevo mai fatto 1600 metri di discesa di scialpinismo e soprattutto sono felice di raccontare questa impresa perché avevo molti dubbi sulla mia performance atletica. So che devo migliorare nella resistenza, ma quasi piangevo quando siamo arrivati all’auto: sono riuscita in un’impresa per me epica e ringrazio tutti gli istruttori e i compagni di corso.

Francesca R.

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CUM’AL’E’ QUESTO CADREIGH?….

febbraio 19th, 2019

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  • CIMA: Pizzo Cadrèigh mt. 2.516 slm
  • ZONA: Swizzera, Passo del Lucomagno; con partenza da Campo Blenio 1.215 mt.
  • DISLIVELLO & SVILUPPO: circa 1.600 mt D+ su tutto il weekend per una 20ina di km totali;
  • DIFFICOLTA’: MS
  • NOTE: stavolta la quasi assoluta mancanza di vento, tiéééeee ! J, in compenso una kaldazza anomala e quasi fastidiosa. Essere a fine aprile-inizio maggio in questo momento disorienta anche quelli che la labirintite non sanno cosa sia.

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Penultima uscita del Corso SA1 2019 e primo weekend vissuto tra salite e manovre; stavolta il tutto si manifesta in territorio elvetico, dove Stefy/Luca/Max organizzano uno splendido pernotto in un posto nuovo quasi per tutti. La gita prevede il passaggio dalla Capanna Bovarina prima di metter piedi e assi su Cima della Bianca a quasi 2.900 mt sul livello della Kaldazza.

Si parte da Campo Blenio, una specie di Verbier del Lucomagno, un angolo densamente popolato come pochi: è l’esempio di come uno skilift possa fungere da calamita per attrarre gente: ci sono 25 piattelli (che diventano 50 visto che sono àncore) per 25.000 persone che si fiondano in questo angolo di valle nel weekend. Calcolate che poi ci sono 5 motoslitte, 4.550 tra bob e slittini che viaggiano in trasversale, una quindicina tra bar e pub all’aperto, una trentina di caseifici e latterie…….il tutto condito da una puzza misto-mmerda-latte da fare invidia alle stalle più famose. Anche la scritta BAR inganna….(Bifidusss-Atti-Regularis). Se non sei stitico e ti capita di passare di qua, ocio: su i calzoni, un bel respiro lungo e passa oltre….

Qui anche solo aprire una confezione di pastiglie Falkui per sbaglio può scatenare un inferno mai visto; in farmacia sguardo teso solo sul necessario, una sola occhiata alla scatola e TRACCC…….parbleu, ma l’è marùuunnn e l’en fàda in dì kùlzun!

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Saliamo per boschi di larice alla volta della Capanna, ma non sappiamo se la modalità con la quale siamo apparecchiati è quella giusta: di solito gli atti osceni sono puniti, noi ci andiamo wc-ini. Sembra di essere alla scampagnata di quinta elementare ed il fuori coscia diventa il non plus-ultra;

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arriviamo in Capanna, ma il Direttore non lascia scampo; via il materiale inutile ed altri 150 mt di pellata per andare a provare il c.d. Blocco di Slittamento. Noi lo distraiamo un po’ subito dopo aver abbandonato il rifugio e, appena svoltato l’angolo, voilà……., ecco che gli suggeriamo un posto ideale: i 150 mt di dislivello diventano 15 mt, lui si illude e ritiene pertinente la location e così la prova del blocco ha inizio, non prima di aver compiuto una sana ed attraente stratigrafia.

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Ne esce una lezione pratica all’aperto molto interessante, corredata da un profilo che Luca completa su documento cartaceo e poi tutti liberi per…….una mezz’oretta, visto che in Capanna ci aspetta “il Coso di Rotta”…..come lo ha ribattezzato più di uno.

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Svaccata generale, birretta, una bella partitina a briscola e scopa e poi “sòta cun’t la kartina” per schematizzare lo schizzo di rotta della Cima della Bianca, meta dell’indomani. Ore 18.30 aperitivo e ore 19.00 si mangia a sbafo. Si inizia con una sbobba dall’aspetto inversamente proporzionale al sapore, si passa da una quintalata di salamella con risotto per finire al dolce un po’ liquoroso. Nel mezzo un bel po’ di vino sincero.

Kazzeggio finale, qualche briscola a chiamata e poi tutti a nanna. Ci svegliamo carichi come molle e, dopo una colazione all’italiana, siamo sulle assi alle ore 7.00 come richiesto dal Diretur. Partiamo ma, dopo quindici minuti, ecco la sorpresa: ci chiede una sosta! Increduli lo vediamo muoversi in direzione est, solo come solo è il camoscio che all’improvviso compare sul crinale sopra di noi; è questione di attimi, i due sembrano in perfetta sintonia. Nasce un idillio, seppur a distanza. Sul più bello squilla il cellulare…..è Robert Redford, inkazzato come una jena. Dice che esiste solo un uomo capace di interagire con gli animali, capace di sussurrare a tutto ciò che ha quattro zampe, non importa se cavallo, stambekko o camoscio! Lo tranquillizziamo e nel frattempo, a mezza costa, i due attori di questa fresca mattina si staccano salutandosi, con il Ronz che rientra tra i ranghi dei gruppi. Ci comunica che di là non si passa: il Guardiano della Valle ha detto no, non ci sta. Documenti non in regola, troppa gente su quei pendii e quindi della Cima della Bianca non se ne fa più nulla.

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Dobbiamo nostro malgrado cambiar meta: ci tocca fare la Prova del Cadrèigh, anche se nessuno degli Allievi si chiama Aldo, Giovanni o Giacomo. In compenso ci sono 42 gambe!

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Niente di male, ne è uscita una super gita in una valle splendida (un po’ piatta, ma che si è illuminata in maniera speciale appena si è acceso il sole), con praticamente solo noi in giro. Disegnando in ogni dove la nostra traccia siamo arrivati ben presto in cima, per ammirare ancora una volta come lo stupore possa fare tanto: per noi e per chi questa Passione la sta toccando/sperimentando/inserendo nel suo bagaglio personale.

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Come detto oggi il vento non c’è e quindi possiamo trastullarci sulla cima a nostro piacimento. Ognuno guarda dove vuole e fa quel che può, passando dal mettersi in evidenza piuttosto che il contrario.

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Iniziamo la discesa consapevoli che il dislivello ed i pendii saranno goduriosi, ma anche un po’ piatti. Alla fine ce la siamo spassata non male (Edo & Francesco perdoneranno l’esagerazione!) e proseguiamo per tutto il vallone stando sulla sinistra orografica. Non ci perdiamo nemmeno lo spettacolo offerto da una quindicina di camosci che correvano a mezza costa. Con le quattro-zampe-motrici è stato fantastico vedere l’agilità al servizio della conoscenza dei luoghi; in poco meno di cinque minuti hanno attraversato circa cinquecento metri di sviluppo. L’unica cosa che si spera è che nessuno davanti trascinasse, sebbene nascosto, un piatto di patatine fritte per portarli in trappola…

Verso le ore 15.00, dopo aver percorso il bosco, piombiamo nel marasma degli impianti ma, soprattutto, finiamo nuovamente nella tanfa del paesino.

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Saluti e Baci per questo bel weekend in compagnia.

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Un paio di note doverose: un grazie al Trio organizzatore (in modo particolare a Max!!! J), un bravo a tutti gli allievi per impegno misto a kazzate (meglio il primo!) ed un plauso sempre a loro per i tempi di realizzazione degli scavi nella prova di ricerca del travolto.

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Partecipanti: Stefy, Marta, Marion, Smaranda, Francesca, Il Ronz, Max, Teo, Luca, Bob, Andrea, Giuseppe, Gigi, Edo, Francesco, Jacopo, Alessandro, Alberto, Paolo, Erik e Patajean.

by Patajean®

 

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Corso SA1, 3 febbraio 2019: da Cheneil (2027m) al Col Des Fontaines (2665m)

febbraio 6th, 2019

 “Curiosus spectator excutit singula et quaerit” – L’osservatore avido di sapere, scruta e studia ogni singola cosa (Seneca, Naturales Quaestiones Praef., 11)

Ospitiamo qui il racconto dell’allieva Francesca

“Dove osano le aquile”

Nulla faceva presagire una gita scialpinistica, né il cielo sempre plumbeo carico di neve, nemmeno i bollettini meteo e men che meno i bollettini neve e valanghe che durante la settimana davano responsi tutt’altro che rassicuranti. Anche alla fine della lezione teorica di giovedì scorso il direttore Alberto ha chiuso la lezione con un lapidario: “ vi dirò all’ultimo momento dove sarà la gita, ma potrebbe anche non farsi per condizioni nivo-meteo avverse”. Siamo rimasti da giovedì a sabato appesi a un filo o meglio in attesa di un messaggino WhatsApp  che ci avrebbe finalmente tolto dall’incertezza, tagliando il nodo gordiano delle nostre sorti scialpinistiche. Con sorpresa, nel primo pomeriggio di sabato, riceviamo, tutti noi allievi, il responso: solo l’incipit ci ha messo tutti di buonumore “Si va”, successivamente ci ha comunicato la meta ovvero la Val d’Aosta e precisamente Col des Fontaines o col de la Croux.

Domenica mattina partiamo alle 6 da Varedo alla volta della ambita e ricercata Val d’Aosta. Dopo aver fatto colazione in un autogrill strapieno di persone e degno della sfida all’ok corral per ottenere l’agognato caffè, ci rimettiamo in auto: destinazione Cheneil in Valtournanche. Arrivati al parcheggio ci accorgiamo subito di 3 cose: il cielo è ancora plumbeo, ci sono un sacco di automobili parcheggiate di altre scuole del Cai valdostano e, soprattutto, c’è una piccola cremagliera gratuita per raggiungere il paese sommitale. Gli istruttori ci rincuorano dicendoci che il pericolo in questa zona della valle sarebbe stato di “grado 3 in diminuzione” e che il cielo, secondo le previsioni, si sarebbe aperto nel pomeriggio. Noi allievi non potevamo che fidarci ma il cielo era veramente plumbeo e il freddo ci attanagliava. Io ero in gruppo con Marta ed avevamo come istruttori Stefania, Anna, Mirko e Pierangelo e, quando ho visto tutti questi istruttori, ho pensato “non si può certo dire che questa scuola Cai non segua i suoi allievi”.  Pierangelo e Mirko hanno subito cominciato a farci notare le particolarità del manto nevoso, senza dimenticare di farci orientare la cartina ed individuare, ragionando, il miglior percorso che avremmo potuto seguire.

Ci siamo messi in marcia e abbiamo raggiunto gli altri istruttori e allievi del nostro corso guidati dal “diretur” che faceva da apripista. Più salivamo più i nostri istruttori sembrano rassicurati dall’itinerario e dalle condizioni di neve; all’inizio non vi erano grandi pendenze, l’unico dubbio l’avevano sull’ultima parte che sapevano essere un po’ ripida ma, a me sembrava già tanto riuscire ad arrivare in cima. Mentre Pierangelo ci faceva notare la migliore microtraccia da seguire per evitare cornici o accumuli per procedere in sicurezza, ecco sopra di noi una bellissima aquila. Tutti ne veniamo “rapiti” almeno nel pensiero e per un attimo la stanchezza se ne va lasciando il posto alla contemplazione del maestoso rapace che si innalza sopra di noi seguendo le termiche più efficaci per il suo volo.

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Dopo questa insolita apparizione, la marcia riprende con più buonumore e la serie di inversioni di marcia a Y (le famigerate pertichette) sembrano pure più semplici dell’ultima gita, oppure ero in giornata positiva: un bel gruppo simpatico che procede serrato verso la cima tra una spiegazione e l’altra degli istruttori, senza dimenticare gli aneddoti montani e qualche barzelletta.

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Arrivati in cima, mi stavo quasi commuovendo ma la commozione iniziale è subito e letteralmente spazzata via dalle forti raffiche di vento, che paralizzavano persino il pensiero. Come automi seguiamo i saggi consigli degli istruttori: “togliete le pelli degli sci velocemente e attenti che qui vola tutto e poi scendiamo” e, a documentare la Cima, resta credo qualche fotografia e un breve video realizzato da Jacopo.

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Poi la discesa all’inizio mi è sembrata “un problema” ma dopo aver fatto la prima curva mi sono rincuorata e con Pier, Anna, Stefania, Marta e Mirko ci siamo divertiti a scendere il pendio. Tutti seguivamo Pier e Alberto che hanno sempre avuto un ottimo “fiuto” per trovare i bei pendii innevati su neve bellissima.

Poi è arrivato il momento dell’esercitazione: ricerca artva multipla e tecnica di scavo a nastro trasportatore, e poi un po’ di stratigrafia del manto nevoso. Grazie a questa esercitazione noi allievi abbiamo “veramente toccato con mano” i diversi strati di neve che si sono “costruiti e decostruiti” nel tempo e ci siamo esercitati nel trovare almeno due apparecchi artva.

Il gran finale dell’esercitazione è stato assistere a una “una simulazione delle manovre di autossocorso in uno scenario valanghivo” fatta da tutti i nostri istruttori.  Alberto e Giuseppe hanno preparato una zona in cui hanno sotterrato due artva per simulare “i travolti in valanga con artva” e poi uno zaino, per simulare la ricerca del travolto in valanga senza apparecchio artva. Alberto ha chiamato tutti gli istruttori dicendo “E’ caduta una valanga che ha travolto tre persone” e abbiamo visto come velocemente e sapientemente tutti i nostri istruttori si sono attivati: individuando un leader, definendo chi chiamava i soccorsi, altri che cercavano con gli artva, una vera macchina organizzativa ben “oliata”. Per la cronaca, il primo disseppellimento è avvenuto dopo 4 minuti e 39 e l’altro dopo 6 minuti circa, mentre il terzo sommerso in valanga (lo zainetto) che non aveva l’artva è stato trovato dopo 19 minuti;  una dimostrazione di quanto siano importanti gli apparecchi artva ed il saper fare con velocità le manovre di autosoccorso. Alla fine dell’esercitazione abbiamo rivisto proprio sopra di noi l’aquila o il Gipeto che, mi piace immaginare, ci salutava per aver osato varcare le sue montagne e mandarci un arrivederci.

Poi siamo scesi attraverso il bosco facendo slalom tra le piante, stando attenti a sciare “di precisione” per evitare di portare a casa qualche pino o abete. Come sempre tutto si è risolto con una buona merenda: birra, panino e, per molti, grappe e genepì finale.

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GIU’ IL GETTONE! Domenica 3 Febbraio 2019.

febbraio 4th, 2019

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  • 6bd38a54-3e6b-4132-ad3d-0934973361e3CIMA: in realtà stavolta è stato un Colle, Colle des Fontaines 2.687 mt
  • ZONA: Valle d’Aosta, più precisamente Cheneil in Valtournanche;
  • SVILUPPO & DISLIVELLO: circa 7 km con 651 mt D+
  • NOTE: il solito vento che quest’anno sembra essere un inesorabile socio di salita. Neve finalmente degna di questo nome. Da segnalare anche un ascensore in quota, una tecnologia al servizio degli skialper o forse dei paesani che abitano nella piccola frazione poco sopra l’ultimo metro in cui l’auto può mettere il battistrada.

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Stavolta abbiamo rischiato l’inghippo matematico, altro che errori euristici: siamo saliti con il 4×4, abbiamo pensato con il 3×3, in cima abbiamo fatto 2+2…….infine siamo scesi 1×1.

Terza uscita del Corso SA1 2019 ed ennesima giornata ventosa: sarà che ci sono i “venti”, sarà che poi a metà giornata gira un “gi-peto”….praticamente abbiamo schivato per un pelo una giornata di mmerda.

Meta ricercata e partorita con estrema fatica per schivare vento, neve abbondante e meteo sfavorevole, ma anche per azzeccare eventuale e probabile “ugiada-de-sù”. Finisce un po’ ai punti con una giornata coperta, ma ventosa. Con le recenti ed abbondanti nevicate siamo stati in cesta per parecchio tempo, giudicando in diminuzione il pericolo valanghe.

Durante il viaggio tappa quasi obbligata per la colazione, con un bel panettone benedetto e pronto per festeggiare San Biagio.

Arriviamo al parcheggio di Cheneil con la dama bianca presente, anche se non nella dimensione e forma che ci aspettavamo: strade ricoperte di neve, ma zero problemi nell’avvicinamento. Ci immergiamo nei boschi del paesino per guadagnare presto la piana centrale e per prendere i diversi canali che portano al Col des Fontaines, nostra meta di oggi. E’ tutto un vociare, con spiegazioni dettagliate di questo mondo che percorriamo con le mitiche assi ai piedi; c’è sempre da raccontare e da imparare.

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Qui Eolo sprigiona il suo potenziale indicandoci chi comanda ed è così, se ancora ce ne fosse bisogno, che nasce lo “scambio in quota”: la nostra roba parte dalla nostra cima per raggiungerne altre vicino, così come quella degli altri arriva da noi.

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Facciamo tutto velocemente (Dài veloooooooocccciiiiiiiii!) in modo da scendere il prima possibile e posizionarci in zona-manovre. E’ infatti prevista la ricerca multipla ed una manovra di autosoccorso gestita dagli istruttori.

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Il verdetto o giudizio è il Gipeto a darcelo, che ci sorvola mostrandoci il dorso quasi a togliere ogni dubbio sulla sua identità, poi giù tutti in farina più o meno lavorata sino alla piana, dove i più contenti sono Edo e Francesco, che non abbiamo mai visto così felici e gaudenti; bei movimenti e alberi non snodati da evitare per tutti. Ad un certo punto mi accorgo di passare tra i Due Maggio(ni) Ciondoli del Gruppo.

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Si torna alla piana delle baite, in prossimità dell’ascensore che qualcuno considera sempre più come uno skilift: su & giù per l’ultimo pendio? Spesso le si pensano tutte per non finire mai….

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Ultimo tratto da “sci ripido/estremo” (!) per tornare nuovamente al parcheggio; nel frattempo il nostro Diretur pensa bene di passare dalle assi al (la) tavola!

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Salutiamo la zona, ma soprattutto la Saccatura rimasta tutto il giorno sul confine della Svizzera a fare da diga a tutto: sole e resto; peccato perché la vista da qui è tutt’altro che parente del Battista.

Sosta quasi obbligata in valle per panino & birretta in compagnia.

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Il tempo è tiranno, bisogna rientrare e chiudere la “Chat di Cenerentola” prima che la mezzanotte trasformi la linea di contatto del Corso in una Kazziata galattica. Quindi via alle foto che documentano questa bella giornata insieme.

Partecipanti: Francesca, Marta, Marion (alla quale dico grazie per la bellissima esperienza di raccontare “il trick & track” o il “più ed il meno” in Francese, una lingua che adoro), Jacopo, Francesco, Paolo, Erik, Edo; Anna, Stefy, Ronz, Max, Barney, Andrea, LucaT, GigiM, Mirko, Giuseppe, Teo, Bob, Pier e Patajean

by Patajean ®

 

 

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“Mausefalle” oppure “Hausberkante” ?

gennaio 29th, 2019

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  • CIMA: Piz Belvair mt. 2.822;
  • ZONA: Engadina (CH);
  • DISLIVELLO & SVILUPPO: 1.130 mt per una dozzina di km tra andata e ritorno;
  • DIFFICOLTA’: MS
  • NOTE: neve molto bella e a tratti farinosa al punto giusto; peccato per la scarsissima visibilità nella parte alta al rientro. Effetti paragonabili al viaggiare in autostrada nel Pavese in inverno.

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Il concetto della Discesa Libera è molto diverso dalla Libera Discesa: l’aggettivo che si sposta rispetto al nome e vice-serva può ingannare sia nella comprensione sia nel significato etimologico. Per tagliare i rognoni di qualsiasi animale (ognuno si scelga il suo mica di cadere in qualche cavillo poco eco-sostenibile), diciamo subito che la discesa libera è una disciplina (spettacolare e da pelo sullo stomaco), mentre la libera discesa è un’interpretazione (altrettanto spettacolare in talune circostanze).

Ma veniamo ai fatti, svoltisi ieri 27 gennaio in occasione della seconda uscita ufficiale del Corso SA1 2019; tutti in Engadina, laddove in inverno il verde svizzero si trasforma in bianco splendente. Il bollettino nivo-meteo annuncia l’arrivo di una perturbazione a forma di muro, una specie di sipario che verrà trascinato da ovest ad est per chiudere definitivamente ogni speranza di visibilità intorno alle 13.00. Bollettino quasi perfetto, che ha toppato per questione di minuti, accidenti alla precisione.

Tutto ha inizio nel passaggio mattutino da Samedan dove notiamo un bel nugolo di infermiere affacciate alle finestre dello Spital (!), intente a salutare i baldi giovani dell’SA1. Poi tutto ri-tace ed arriviamo a Madulain dove, calzati gli sci, possiamo dare fiato alle assi. Salita morbida sulla linea immaginaria che separa il fondo dalla cima, con quella leggera brezza (aria de fésura come dicono in Brianza) simile alla sabbia-misto-ghiaia nelle mutande: a tratti leggermente fastidiosa.

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Il percorso si può virtualmente suddividere in alcuni punti strategici: il bosco da gara con la sua “Mausefalle” prima e “l’Hausberkante” poi, l’alpeggio di Belvair, il pianone sommitale, lo schienone ripido ed, infine, il nulla cosmico (dicasi di momentaccio in cui la vista perde totalmente la distinzione fra ciò che è suolo e ciò che è aere): in perfetta precisione svizzera flagghiamo ogni punto di questa immaginaria lista e ci fermiamo a riflettere sull’ultimo.

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La giornata di oggi è stata a dir poco didattica, con salita standard (1.100 mt D+), condizioni ideali per tenere allenato l’occhio su dove salire e dove scendere, ma con altrettante condizioni non ideali per quanto riguarda il ritorno, cominciato con il calar della nebbia spessa come un paio di muri di calcestruzzo.

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La discesa si è dimostrata subito ‘tricky’ come direbbe Alberto T. ed impegnativa da un punto di vista di visibilità, ma fortuna vuole che siamo in tanti e quindi agganciamo il pendio in una ipotetica lunga fila verso valle, ognuno a debita distanza.

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Tutto procede secondo i programmi sino all’Alpe Belvair dove, tra l’altro, incontriamo Pippo e Mirko e dove, per questo pomeriggio domenicale, sono previste le prove libere della Streif svizzero-engadinese.

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Simo tutti al cancelletto di partenza e, pochi minuti dopo, proiettati come missili lungo il percorso che taglia a tornanti più o meno tutto il bosco basale. A Palla-di-Kannone ci catapultiamo verso il traguardo delle manovre Artva, ma è proprio in prossimità di un curvone all’interno del bosco che il nostro Dominik ‘Matteo’ Paris, intento sulla Mausefalle svizzera, decide di estrarsi una spalla in volo (credo che il tutto sia stato compiuto immaginando contestualmente l’abbraccio delle crocerossine di Samedan). Non si sa il motivo del gesto, probabilmente una sindrome da emulazione, visto che qualche istante prima qualcosa era decollato dall’aereoporto di Saint Moritz. A prima vista sembra che il danno sia minimale, ma non è così. Scendiamo un po’ piano e un po’ adagio ed arriviamo in paese, ma è questione di attimi: all’assenza di dolore subentra ben presto il desiderio di provare l’efficienza svizzera dell’ospedale. Viene simulata una barella all’interno di un bar vuoto, chiuso per malattia ma aperto (“cvesti italliani sempre kasinnisti”) ……e, subito dopo, viene testato anche il manto stradale durante il trasporto a Samédan o Samedàn (sottolineo per l’occasione la lungimiranza di Jacopo, capo-mastro Anas distaccato in Svizzera ma fluo-presente in qualità di osservatore) (ndr: nel questionario di gradimento il ns Matteo scriverà: “Dolori sopportati durante il trasporto auto simili a quelli del parto”).

Arriviamo allo Spital (praticamente arrivi come seguendo le linee di flusso nella fase della ricerca direzionale, impossibile sbagliare) con tutte le crocerossine samedanesi che non sanno più come accogliere l’infortunato. Ne contiamo una ventina: ad una ad una sono passate, ripassate…..un po’ come in ER!

Dopo averlo fatto giocare un paio di minuti con l’Allegro Chirurgo, botta in testa, buio totale e di nuovo con la spalla operativa. Che dire: efficienza svizzera.

Non resta che rientrare in Italia, non senza difficoltà dovute all’intensa (!) nevicata che incontriamo al Maloja; tempi biblici per superare i tornanti del Passo, ma anche per seguire i Merenderos in giro col Porsche Cayenne (gomme da neve? Oppure gomme da masticare?).

Insomma, gita che si chiude positivamente per tutti, tranne che per il nostro Matteo, al quale auguriamo pronto rientro e guarigione immediata. Ovviamente può succedere un infortunio di questo tipo, l’importante è che non sia nulla di grave e che ci siano sempre le infermiere giuste ad intervenire. Del resto scagli la prima pala chi non ha qualcosa di ammaccato addosso.

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Partecipanti: 14 + 14, pari & patta. Marta, Francesca, Cristina, Smaranda, Marion, Alberto, Paolo, Francesco, Pippo, Erik, Alessandro, Jacopo, Edoardo e Matteo; Stefy, Anna, Teo, Mirko, Andrea, AleB, Bob, Gigi, LucaT, Ronz (ul Diretur), Max, Giuseppe, Pier e Patajean.

by Patajean®

 

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I TRITA-TUTTO – 20 Gennaio 2019

gennaio 21st, 2019

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Prima uscita del Corso SA1 2019 ed ulteriore conferma di un inverno che non accenna a decollare da un punto di vista nivologico, almeno in Italia e considerato che non su tutto l’arco alpino si trova neve.

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Ad allargare il cerchio per cercare luoghi di nostro gradimento, finiremo presto per toccare le aree estreme della Svizzera e dell’Austria sino ad arrivare alla Scandinavia, dove peraltro si è già svolto un Corso VDS.

La neve in realtà oggi l’abbiamo trovata, dai due-mila-metri in su c’è, ma che fatica a chiamarla……non sembra più crederci nemmeno Lei e dimenticarsi di un popolo di circa 100.000 praticanti è per noi un’offesa.

Scopo della gita odierna è di pellare per qualche centinaio di metri facendo un phantom dislivello e poi scendere per vedere le capacità psico-motorie e sciistiche degli iscritti: un bel binomio in cui le assi vengono usate sia up che down, evitando di consacrare un’intera giornata all’inutile ed ormai superata tecnica-di-pista.

Partenza prestino questa mattina, ma rapida come non si vedeva da tempo: in quattro minuti eravamo pronti e già in Milano-Merda alla ricerca della circonvallazione migliore per tagliar fuori la Pedemontana, che di solito ti premia (quando passi) con le tribune poste a lato e su cui sono presenti tutti quei ‘tifosi’ a cui hai donato i reni!

Freddo intenso e cielo che non accenna a peggiorare: minaccia bello e resta tale…..mannaggia; Meteo-Suisse ha toppato e sembra che dovrà scusarsi con tutti per questo, non si sa ancora la pena, ma stavolta l’ha fatta grossa.

La meta scelta è Rottwald, che dista dal Passo Sempione pochi minuti: la macchina se ti va bene la sgonfi e la metti nello zaino perché il posto è molto limitato. Se arrivi un attimo dopo le otto devi scendere a parcheggiare a Briga.

Il termometro segna un bel -9° ma saranno anche di più, ma a noi….che ce ne fotte: tanto saremo all’ombra per tutta la gita! Veniamo subito redarguiti dagli svizzeri perché non lasciamo passare il gatto delle nevi (questa in fondo mi mancava: avevamo provato ad essere cazziati per aver pestato i binari della pista da fondo al Cavloc, fra l’altro in un bosco in cui non c’era nessuno se non l’urlante di turno; abbiamo ricevuto esplosivo ‘scarica-valanghe’ dall’alto al Lagalb per aver osato risalire pendii sui quali stavano sparando i cannoni!), ma poi puntiamo la nostra meta inanellando tutte le spieghe che il nostro Direttore Ronz ci ha intimato di inculcare nelle teste (!) degli allievi.

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Almeno la meta si posiziona al sole e qui cominciano le manovre per la ricerca del sepolto; simulazioni a go-go e prime reazioni a catena: dal bradipo al velociraptor…..ma tale è la prima volta e tutto è nella norma! Mentre la maggior parte delle persone presenti sembrano gradire lo sci da discesa, noi ci crediamo fino in fondo e quindi ci diamo da fare per tirare fuori il sepolto: salvato e ricaduto in valanga per ben 16 volte, il recidivo porta a casa la pelle ugualmente! Da guinness.

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Il rientro è un tripudio di discesa in & fuori pista: c’è modo per tutti di scatenare il diesel e dimostrare le proprie capacità. Questo è bello perché dimostra entusiasmo e passione per un’attività tutt’altro che banale.

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Alla macchina alcuni di noi apprezzano in modo particolare il dipanarsi della giornata; sarà che non abbiamo sudato, sarà che la stanchezza sembra averci solo schivato, fatto sta che la fame sembra non esserci….

ALLA FACCIAZZZZZAAAAAAAAA!……..Dopo il Biafra c’è la Valle Del Seveso! E fortuna vuole che il posto in cui ci siamo fermati aveva provviste; dopo aver pagato il conto i proprietari ci hanno ringraziato: sembra che le rate del mutuo siano improvvisamente scese di una decina.

Partiti con “va bene un panino ed una media”, passati per “un tagliere va bene ugualmente” ed arrivati, infine, a “tritare ogni cosa che avesse un significato commestibile”. Vergogna! Le termìti in confronto sono innocue, ma anche ridicole.

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Meno male che il Pub è lontano dalla Pala di Gondo; questi qua son capaci di farla precipitare per mancanza di fondamenta.

C’è da capire se i proprietari del bar riusciranno a tirare il prossimo weekend……racimoleranno qualcosa dai wc-ni, spero.

Bella giornata, una buona compagnia e tanta voglia di fare: allievi in gamba e adesso speriamo che la Passione vera venga fuori. Entusiasmo si, ma servono consapevolezza, valori ed attenzione ai massimi livelli.

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I Trita-Tutto, neve e non solo: Marta, Cristina, Smaranda, Francesca, Marion, Alessandro, Jacopo, Francesco, Edoardo, Pippo, Matteo, Erik, Alberto, Paolo; Ronz, Gigi, Stefy, Giuseppe, Andrea, LucaT, Teo, Mirko, Barney, Bob, Pier, Max e Patajean.

by Patajean ®

 

 

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I NOSTRI PRIMI QUARANT’ANNI: Valle del Seveso.

ottobre 2nd, 2018

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Il 30 settembre 2018 è stato il nostro Tacchin-Day, ossia il nostro Giorno del Ringraziamento. Sono passati ben quarant’anni da “Quel Là” che ha fatto scattare l’idea, ma se guardiamo all’entusiasmo di alcuni non sembrano passati poi così tanti anni. Se troviamo ancora il modo di ‘litigare’ su chi ha avuto per primo la lampadina accesa o su quale sia stato il Gruppo di Illuminati da cui è partito tutto, vuol dire che siamo ancora all’inizio…..

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Bella festa ieri per il 40^ della Scuola Intersezionale Valle del Seveso, presso i Piani di Bobbio. Sono accorsi numerosi (ma possiamo fare meglio) gli istruttori, i soci delle sezioni aderenti e gli allievi del corso alpinismo base 2018, intervenuti per l’occasione nell’ambito di un’uscita pratica ideata proprio qui.

In realtà la convergenza di tutto e tutti presso i Piani di Bobbio e sul complesso calcareo Zucco Barbesino / Zuccone Campelli / Pesciola è stata studiata con anticipo, per permettere a tutti di intervenire e sfoggiare le proprie intenzioni fra escursionismo, ferrata, arrampicata in falesia e……ultimo ma certo non meno importante, l’assalto al vassojo! E’ notizia certa: da uno studio fatto in Wisconsin in America – le kazzate di solito arrivano tutte da lì – la fame nel mondo è un fenomeno più accentuato nei paesi in cui non c’è crisi alimentare; sembra che il profumo del cibo, ma ancor più la sua visione creino un meccanismo tale da far litigare la giugulare con il primo embolo pronto a partire. Il tutto porta l’individuo a contorcersi sino al punto di dover raggiungere il cibo per ingerirlo e portarlo direttamente nel luogo della rissa.

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L’edilizia è in crisi, si sa; tuttavia un modo per renderla nuovamente competitiva e trascinante per tutti gli altri settori c’è: ripristinare cenge e canali che si sfasciano o lasciano cadere frigoriferi in ogni dove. Sarà il versante nord, sarà il permafrost, sarà la gravità……però du ball.

Il Generale Custer sta a Little Big Horn come il Rifugio Lecco sta all’anfiteatro dei Camosci, mentre noi sembriamo i migliori pellerossa rimasti in circolazione; basta un attimo e siamo tutti allineati su cime e creste. Al segnale convenuto viene sferrato l’attacco e tutti giù alla Lecco per festeggiare ufficialmente intorno alle ore 14.00: dal Corso A1 sulla ferrata Pesciola, alle sezioni di Desio e Barlassina in missione sulla ferrata Minonzio, passando per i Mughi percorsi dalla sezione di Seveso e per finire all’arrampicata svoltasi alle Placche delle Marmotte nei pressi del rifugio. Unico vero obiettivo, in realtà, era di posizionare la bandiera sul vassoio del ben di Dio fornito dalla mitica Eugenia (ndr: nel lontano 1995 il rifugio non era stato ancora restaurato, ma il vero motivo di tale intervento era dovuto proprio alla VDS; nell’estate di quell’anno infatti, durante un corso base di alpinismo, gli allievi erano talmente tanti che non è stato possibile dormire tutti nelle stanze. Alcuni hanno dovuto dormire (!) in sala da pranzo e sotto i tavoli. Dormire è stato un parolone perché qualcuno ha russato talmente forte che han dovuto rifare il rifugio; non diciamo CHI, ma sicuramente lui ricorda molto bene……e sappiamo essersi ricordato anche ieri.

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Momento topico è stato invece quello svoltosi alle 14.00 con cerimonia ufficiale di ringraziamento: Maurizio prima e Gabriele poi, in modo particolare e sempre ben articolato, hanno messo in evidenza l’importanza di appartenere ad una Scuola, i sacrifici compiuti in tutti questi anni, la dedizione ad una materia sempre più complessa da qualsiasi parte la si guardi. Ringraziamenti ad alcuni istruttori non più presenti per motivi ‘più elevati, ma ancora incomprensibili’, sprone a garantire da parte degli istruttori stessi un maggior legame fra Scuola & Sezioni e discussione di come migliorare in una realtà complessa come quella Intersezionale sono stati gli argomenti principali. Il tutto ribadito dai Presidenti di Sezione, attenti alle risposte che gli istruttori sanno dare non solo nell’ambito locale, ma nella trasversalità che dovrebbe esistere ed essere veicolo di aggregazione e bacino di ricarica.

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Peccato per tutti quelli che non han potuto essere presenti e per gli assenti: la Scuola ha dato veramente tanto a tutti noi e portarla avanti deve essere motivo di orgoglio.

Oggi abbiam fatto gli anni e gente come noi non poteva spegnere candeline, al massimo ci poteva salire sopra. Adesso ci aspetta, come se non facesse parte di questa passione, una strada un po’ in salita ma basta veramente poco: ieri c’era nebbia nei pressi del rifugio, ma è bastato alzarsi di qualche centinaio di metri per ritrovare un sereno paura-&-panico, di quelli capaci di darti emozione, di quelli che spesso ritrovi alzandoti di quota e quando meno te lo aspetti.

A nostro modo abbiamo onorato una data importante; non dimentichiamo che alcuni di noi sono addirittura all’estero per festeggiare o per trovare ulteriori motivazioni: il nostro Paolinux, per esempio, che per la terza volta ha avuto la forza di tornare in Nepal per affrontare una cima di 7.100 mt……il cui nome fa subito capire le sue intenzioni: “Slunga-i-mann”!).

Anche noi allunghiamo le mani per un abbraccio a lui e a tutti noi, per tenere alto lo striscione della Scuola e per metterci nuovamente al lavoro.

Ringraziamenti speciali a Maurizio, a Gabriele, ai Presidenti di Sezione, a tutti gli intervenuti, agli istruttori ed alla Voglia di Continuare.

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by Patajean

 

 

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VIVERE AL DI SOPRA DEI MILLE.

settembre 24th, 2018

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Cosa può esserci di interessante o di potenzialmente accattivante da raccontare al di là delle solite ‘gesta eroiche’ (!?) che potrebbero alla fine arrotolarsi su se stesse stancando chi legge? Cosa raccontare di un po’ diverso dal solito, tenuto conto che una gita alla fine si traduce nelle stesse cose spesso con una trama identica? Come ovviare al fatto che non si possono raccontare proprio tutte le gite? Un po’ tediato da questi dubbi non mi resta che scegliere nel mazzo di carte che ho in mano e stavolta l’esperienza è stata diversa e lontana dall’immaginazione, seppur paventata in alcuni momenti del passato ma sempre per gioco.

Inaspettata e bella proprio per questo: una sorpresa ancorché vissuta ‘di lato’, visto che trattasi di sostegno ai veri gestori o incaricati, ai quali va il nostro grazie per l’invito.

Sto parlando della gestione di un rifugio o del supporto a questo tipo di mansione: vissuta nel posto giusto aiuta a capirne la dimensione, l’impegno e la soddisfazione. Né baraonda da togliere respiro & voglia né punto morto in cui contare i sassi o guardare in faccia gli asini al pascolo pensando di essere allo specchio: insomma un buon compromesso per divertirsi ed imparare il mestiere.

“Incrementa il CV” e ridimensiona nell’ambito montano facendoti scoprire che le porte sono infinite, le opportunità nascono quando meno te lo aspetti e che in fondo basta aver voglia; il detto “chiusa una porta se ne apre un’altra” questa volta è vero nel senso che la porta è quella di un rifugio/bivacco in quota.

Weekend di esperienza al Rifugio Del Grande Camerini in Valmalenco, del Cai Sovico posto a 2.600 mt s.l.m. (ndr “Se Lo Meriti!”); fine settimana ricco di bel tempo, impegno in favore del prossimo e amicizie che ti vengono a trovare. Se ti vedono col grembiule dalla webcam posta a pochi metri dal rifugio, salgono subito a vedere se sei reale…..

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Mirtilli, torte, logistica, spadellamenti a go-go e piccola manutenzione:

Spadellamenti, servizio al tavolo e piatti da lavare: catena di montaggio con tutti quanti coinvolti. Una supply chain in quota in cui mettere solo un po’ di olio all’inizio. Quando poi, a fine weekend, stacchi la spina ti accorgi che è un impegno, bello ma pur sempre un impegno.

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Mirtilli: li prendi in riva al sentiero e quando la gente passa si accorge che nelle tue mani non c’è solo frutto di bosco a km zero, ma anche una torta che si materializza…..e che sicuramente dura poco; quindi su al rifugio veloci e mano alla prenotazione. In realtà la vera domanda è: ma perché ti fermi solo tu e gli altri non vedono tutto questo ben-di-Dio? Quest’anno abbiamo ‘vendemmiato’ un paio di volte, ma con più tempo a disposizione avvicinarsi ai cento kg non è una boutade. Però non diciamo dove perché se l’anno prossimo il creato volesse ripetere il miracolo…..solo noi sapremo dove coglierlo.

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Logistica: sicuramente un bell’argomento sul quale il sottoscritto si sente a suo bell’agio; a tratti sembra di essere un local e apprezzi quando vedi che la gente muove con un dietro-front, ma non da dove è venuta; è contenta di scegliere un itinerario diverso e la Val Sissone è il modo migliore per osservare da wc-no quel che rimane del versante nord di una delle montagne più belle della Lombardia. Naturalmente non c’è solo quella.

Disponibilità e pulizia in generale: essenziali affinché il cliente apprezzi, veda coi suoi occhi e faccia giusta valutazione, specie se trattasi dell’ispettore del rifugio, capitato lì non tanto per controllare quanto per intrattenere con esperienze vissute da abbonato di prima fila. Dopo cena è stato sicuramente un modo perfetto per attivare la serenità d’animo ed andare a letto felici e contenti.

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Amici: quando indossi un grembiulino devi stare attento. Non serve postare nulla sui social, perché la webcam di prima ti sorprende e quindi i tuoi soci finiscono per salire a vedere se sei veramente tu e cosa ci fai con indumenti insoliti addosso. Questo però è bello perché inaspettato e ti permette di scambiare quattro chiacchiere.

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Che dire, passano due giorni e non ti accorgi. Passi da attimi di assoluta quiete in cui controlli la zona a momenti in cui l’afflusso aumenta e devi essere pronto. Dal cibo che viene richiesto sino all’alba spaziale che ti viene regalata, passando da numerosi complimenti da parte dei visitatori.

Rientriamo domenica sera non prima di passare la check list per la chiusura, avvenuta ufficialmente questo weekend del 23 settembre; una piccola manutenzione idonea a chiudere tutto prima di scendere a valle per scoprire che la civiltà è bella ma può aspettare.

Un grazie particolare a Silvia (cuoca perfetta) e Marco (sempre sul pezzo), già rodati in questo impegno anche sotto forma settimanale (il rifugio è gestito da volontari); ai bimbi che si sono prodigati in alcune fasi salienti come l’assistenza ai tavoli, le ricevute, i conti, i resti.

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Alcune chicche meritano menzione: il pane fatto in casa (…rifugio pardon!), i mirtilli e le torte partite subito come proiettili (dire come neve al sole ormai non fa più notizia), il vento del mattino e l’alba regalata direttamente nel cielo.

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I rifugisti: Silvia, Marco, Tommy e Luca; supporto esterno: Angeletta, Chiara e Patajean. Alcune visite: Lele, Miriam, Dario, Lucio, Ennio; l’ispettore Angelo ed alcuni famigliari. In questo weekend un’ottantina di visitatori.

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by Patajean®

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A SPASSO PER CENGE – Weekend 15/16 sett 2018.

settembre 19th, 2018

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  • FERRATA STRADA DEGLI ALPINI: dal Rifugio Rudi al Rifugio Carducci;
  • CIMA POPERA mt 3.046: via normale dalla Busa di Dentro;
  • MONTE CENGIA mt. 2.559: per la FERRATA ALPINI 1915/1918;
  • CRODA FISCALINA DI MEZZO mt. 2.677: via normale con vista sui baratri nord.
  • NOTE: giro di circa 30 km, non difficile ma da ‘stare in cesta e con gli occhi ben aperti’, no neve e quindi no ramponi, dislivello complessivo di 2.000 mt circa.

Traccione Dolomiti Sesto

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Squadra che vince non si tocca ma soprattutto non si cambia: consueto appuntamento annuale fra le due sezioni di Desio e Montevecchia, che in settembre uniscono le forze e si addentrano nei meravigliosi paesaggi Dolo-mitici per esplorarne i contenuti. Quest’anno è uscito il “26” sulla ruota di Bagni di Moso in Val Fiscalina (Dolomiti di Sesto). Ventisei componenti con abbondanti quote-rosa.

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Magia di una gita che ha richiesto due anni di organizzazione, passando dal versamento di un tesoretto tenuto in caparra per 720 giorni esatti a causa di maltempo nel corso del 2017. Altrettanto magia di una gita che, proprio per l’attesa di un biennio, sembra uscita alla perfezione.

Le Dolomiti di Sesto…..non sono in provincia di Milano e quindi anche la logistica sfocia spesso in decisioni drastiche che portano l’utente ad allungare il soggiorno post-estivo; per alcuni questo si traduce in una partenza anticipata al venerdì pomeriggio o ad un rientro posticipato al lunedì. Nulla di male ed il Gruppo si ricongiunge alle 8.30 del sabato mattina, dopo che il resto della truppa ha percorso le autostrade italiane, nei pressi dell’ovovia che sale ai Prati di Croda Rossa.

Si parte dal Rifugio Rudi un po’ piano ed un po’ adagio tra un vedo-non-vedo delle nubi che aumenta il fascino circostante; siamo insieme a pochi altri, soprattutto nel momento in cui stacchiamo il sentiero che sale al Passo Sentinella per prendere il kanalone di Forcella di Cima Undici, vero punto di partenza della nostra Strada degli Alpini.

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Ormai siamo in quota e nell’estasi totale cominciamo a percorre le cenge che caratterizzano questa lunga dorsale, che in fondo ci depositerà a Forcella Giralba. Paesaggi che cambiano, bivacchi in posizioni assurde (come il Mascabroni, con storia incredibile alle spalle, che si trova a 2.950 mt circa e ti guarda come a richiamare un’attenzione ormai riservata solo al punto fotografato per eccellenza: la Cengia della Salvezza) e quinte fantastiche che nulla lasciano all’immaginazione. Il lungo tratto della cengia è sufficientemente largo da permettere un camminamento sicuro e sfocia con un effetto sorpresa in una svolta verso sinistra che deposita in un budello assolutamente unico. Qui entri in un libro di relazioni, finalmente ti riconosci nelle parole che hai letto mille volte, sei parte integrante delle foto che hanno fatto il giro del mondo, delle librerie e di quasi tutte le case degli alpinisti. Per usare un termine esagerato, sei talmente social che più social nun se pole!!!

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Non c’è in giro nessuno (tutti ai centri commerciali) e quindi il Click-Day parte a manetta; l’Holter segnerebbe battiti oltre soglia….quindi spruzziamo un po’ di camomilla e prendiamo il tempo necessario. Usciamo in prossimità della Busa di Dentro e ci dividiamo tra Cima Popéra e Forcella Giralba. Il tempo è un po’ tra il gnack-ed-il-petack, comincia a fare freddo; quindi scendiamo al Rifugio Carducci, meta del nostro pernottamento. Riposo, merenda e prime ipotesi per il giorno dopo. Nel frattempo arriveranno anche quelli di noi saliti alla Cima del Popèra.

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Qui devo menzionare alcuni episodi che ricorderemo anche nel futuro remoto:

  • Di estrazione tedesca, la rifugista non ha smentito la provenienza; scelta del menù da “SS” così come le ordinazioni. Tutti in fila per due e ordine prima di tutto!
  • Cena perfetta ed una delle mangiate in rifugio, in gite simili, migliore in assoluto. Canederli semplicemente fantastici, preparati da Bepi a “cielo aperto”, ma anche ottimi secondi piatti e dolci gustosi. Chapeau! Elogio al Carducci e a coloro che lo gestiscono;

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  • Odore incredibile di Storia: dagli Alpini a quello che han fatto, passando da Ettore Castiglioni che qui veniva spesso e ha scritto parte della Storia Verticale. Noi in giro a vedere quello che cento anni fa qualcuno ha creato in condizioni che forse è meglio neanche immaginare. Da lassù qualcuno dirà che almeno non tutto è stato fatto per niente.
  • La notte: un momento che non si può non ricordare o non trascorrere. Qui per forza devo fare il punto: abbiamo deciso che la prossima volta sceglieremo qualcuno che non dorme per assistere allo spettacolo. In alternativa, ma proprio nel caso in cui non dovessimo trovare alcun volontario, porteremo un drone acustico con lo scopo di posizionarsi a metà camera, nell’aere e di registrare a pieno volume “i versi, i suoni e qualsiasi cosa che dia segnali più o meno vocali” in modo da poterli riascoltare in sede o a casa di qualcuno. Vi assicuro che potrebbe diventare virale……si, perché praticamente nella notte fra sabato e domenica abbiamo buttato nel cesso una puntata di Geo & Geo, SuperQuark andrà in onda con una puntata senza musica per protesta contro “i rumori da foresta tropicale per i quali non ha fatto in tempo a pagare la SIAE” e, da ultimo, Varenne non rivolgerà mai più uno sguardo ad un brianzolo: i versi che quest’ultimo è in grado di produrre tra le 22.00 e le 6.00 del mattino sono da Accademia dell’Ippodromo. Ci sono stati momenti talmente esilaranti da risultare unici nel mondo: da frasi del tipo “Non posso tirare le 07.00 in queste condizioni” a richiami felini da Pet-Terapia, passando per insulti autostradali ed uso degli abbaglianti notturni peggio che in Tangenziale. Mai visto in tanti anni una notte così: da piegarsi!!! Il colmo è che la mattina tutto è talmente normale che sembra non sia successo assolutamente nulla.

Ci svegliamo comunque nelle migliori condizioni e decidiamo per un itinerario diverso da quello programmato; Cima Popèra risulta infatti ‘una piutéra unica’ e quindi il buon senso ci induce per altre mete.

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Tra l’altro sarebbe un modo per continuare il cammino storico intrapreso il giorno prima: quindi si parte alla volta di Forcella Croda dei Toni e la Ferrata Alpini 1915/1918 che attraversa in un viaggio quasi orizzontale il Monte Cengia. In Dolomiti non può mancare un Killer Slope e quindi, sotto la fatica di un passo avanti e due indietro, raggiungiamo la nostra Forcella dove una campana si farà suonare sino allo sfinimento. Incontriamo anche un simpatico local con le figlie che ci fa da Cicerone, incrementando la nostra cultura sulle crode. Il tutto sino a raggiungere Forcella Collerena.

Davanti a noi si taglia, possente, la Croda dei Toni; una prua nel cielo, una fotocopia del Crozzon di Brenta che fuma nel blu celestiale. Altro che monti pallidi: sei tu che diventi pallido al primo sguardo.

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Iniziamo il nuovo itinerario ferrato in completa esposizione sulle cenge: uno spettacolo che godiamo in completa solitudine e che porta piano piano nelle wc-nanze del Rifugio Pian di Cengia.

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Optiamo poi per le Crode Fiscaline e per il Rifugio Locatelli. Non può mancare, in una giornata come oggi e per l’ampia scelta disponibile, una cima su cui portare i nostri gagliardetti. Cima Fiscalina di Mezzo poi ha un fascino che si scopre solo salendola. La sua croce è posizionata a 40 cm dal vuoto assoluto; l’abisso nord a circa 600 metri più in basso è uno dei lassativi che produce effetti migliori. Non ci resta che andare di foto da maledetti.

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Ritorniamo al Rifugio e divoriamo un lauto pranzetto: chissà come mai in questi luoghi fioccano le padelle con uova, speck, patate, canederli, formaggi, pasta, ect…..

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Stessa scena simmetrica si svolge al Rifugio Locatelli, dove altri si stanno comportando alla stessa maniera. Li raggiungiamo presto (togliendo i sassi dallo zaino…….vecchia usanza, mai sopita e sempre in voga) sia per ricompattare il Gruppo sia per ammirare le Tre Cime di Lavaredo, ultimo e fascinoso angolo del nostro lungo peregrinare.

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Non resta che scendere, portando ormai le membra quasi stanche sino al Rifugio Fondovalle e poi ai Bagni di Moso, chiudendo un cerchio fantastico.

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Un Grazie di cuore a tutti i partecipanti, al fatto che ormai si va quasi a memoria e quindi non c’è bisogno di troppe parole. Un enorme complimento a Lele per le bellissime foto che ci permetteranno di ricordare ancor di più il tempo trascorso a mezz’aria: il suo ultimo acquisto è azzeccato. Il/la Meteo ci ha assistito alla grande nonostante qualche nube di calore e qualche coloritura sospetta, mentre le due Sezioni sono ormai consolidate nel mese di settembre e c’è già ampio fermento su cosa organizzare il prossimo anno.

Gita da H48: dalle 4.00 del sabato alle 22.45 della domenica.

Rigore è quando arbitro fischia ed anche qui un po’ di rigore è d’obbligo visto che, quando sei in questi posti, difficilmente hai voglia di tornare a casa.

Comunque possiamo dire che i capi-gita non sono stati troppo fiscali, mentre tutti quanti sono sicuramente risultati Fiscalini: Ginevra, Annalisa, Angeletta, Katia, Lu, Anna, Marta, Patrizia, Luciana B, Federica, Pier (arriveranno presto i risultati dei GPS, ma forse lui ha fatto il giro due volte), Paolinux, Massimo, Daniele, Erik, Lele, Gianluca V., Enrico, Davide, Bob, Ale N., Enrico, Ale B., Luciano, Andrea (capogita Montevecchia) e Patajean (capogita Desio).

p.s. Contrariamente a quanto scritto sopra, l’anno prossimo proporrò di fare la gita in un weekend piovoso; scegliere le foto tra quelle mandate e caricarle nel racconto è stato peggio che rifare il percorso per la terza volta. Pier l’ha fatto due volte, ma il sottoscritto almeno tre. J

by Patajean®

 

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