I NOSTRI PRIMI QUARANT’ANNI: Valle del Seveso.

ottobre 2nd, 2018

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Il 30 settembre 2018 è stato il nostro Tacchin-Day, ossia il nostro Giorno del Ringraziamento. Sono passati ben quarant’anni da “Quel Là” che ha fatto scattare l’idea, ma se guardiamo all’entusiasmo di alcuni non sembrano passati poi così tanti anni. Se troviamo ancora il modo di ‘litigare’ su chi ha avuto per primo la lampadina accesa o su quale sia stato il Gruppo di Illuminati da cui è partito tutto, vuol dire che siamo ancora all’inizio…..

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Bella festa ieri per il 40^ della Scuola Intersezionale Valle del Seveso, presso i Piani di Bobbio. Sono accorsi numerosi (ma possiamo fare meglio) gli istruttori, i soci delle sezioni aderenti e gli allievi del corso alpinismo base 2018, intervenuti per l’occasione nell’ambito di un’uscita pratica ideata proprio qui.

In realtà la convergenza di tutto e tutti presso i Piani di Bobbio e sul complesso calcareo Zucco Barbesino / Zuccone Campelli / Pesciola è stata studiata con anticipo, per permettere a tutti di intervenire e sfoggiare le proprie intenzioni fra escursionismo, ferrata, arrampicata in falesia e……ultimo ma certo non meno importante, l’assalto al vassojo! E’ notizia certa: da uno studio fatto in Wisconsin in America – le kazzate di solito arrivano tutte da lì – la fame nel mondo è un fenomeno più accentuato nei paesi in cui non c’è crisi alimentare; sembra che il profumo del cibo, ma ancor più la sua visione creino un meccanismo tale da far litigare la giugulare con il primo embolo pronto a partire. Il tutto porta l’individuo a contorcersi sino al punto di dover raggiungere il cibo per ingerirlo e portarlo direttamente nel luogo della rissa.

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L’edilizia è in crisi, si sa; tuttavia un modo per renderla nuovamente competitiva e trascinante per tutti gli altri settori c’è: ripristinare cenge e canali che si sfasciano o lasciano cadere frigoriferi in ogni dove. Sarà il versante nord, sarà il permafrost, sarà la gravità……però du ball.

Il Generale Custer sta a Little Big Horn come il Rifugio Lecco sta all’anfiteatro dei Camosci, mentre noi sembriamo i migliori pellerossa rimasti in circolazione; basta un attimo e siamo tutti allineati su cime e creste. Al segnale convenuto viene sferrato l’attacco e tutti giù alla Lecco per festeggiare ufficialmente intorno alle ore 14.00: dal Corso A1 sulla ferrata Pesciola, alle sezioni di Desio e Barlassina in missione sulla ferrata Minonzio, passando per i Mughi percorsi dalla sezione di Seveso e per finire all’arrampicata svoltasi alle Placche delle Marmotte nei pressi del rifugio. Unico vero obiettivo, in realtà, era di posizionare la bandiera sul vassoio del ben di Dio fornito dalla mitica Eugenia (ndr: nel lontano 1995 il rifugio non era stato ancora restaurato, ma il vero motivo di tale intervento era dovuto proprio alla VDS; nell’estate di quell’anno infatti, durante un corso base di alpinismo, gli allievi erano talmente tanti che non è stato possibile dormire tutti nelle stanze. Alcuni hanno dovuto dormire (!) in sala da pranzo e sotto i tavoli. Dormire è stato un parolone perché qualcuno ha russato talmente forte che han dovuto rifare il rifugio; non diciamo CHI, ma sicuramente lui ricorda molto bene……e sappiamo essersi ricordato anche ieri.

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Momento topico è stato invece quello svoltosi alle 14.00 con cerimonia ufficiale di ringraziamento: Maurizio prima e Gabriele poi, in modo particolare e sempre ben articolato, hanno messo in evidenza l’importanza di appartenere ad una Scuola, i sacrifici compiuti in tutti questi anni, la dedizione ad una materia sempre più complessa da qualsiasi parte la si guardi. Ringraziamenti ad alcuni istruttori non più presenti per motivi ‘più elevati, ma ancora incomprensibili’, sprone a garantire da parte degli istruttori stessi un maggior legame fra Scuola & Sezioni e discussione di come migliorare in una realtà complessa come quella Intersezionale sono stati gli argomenti principali. Il tutto ribadito dai Presidenti di Sezione, attenti alle risposte che gli istruttori sanno dare non solo nell’ambito locale, ma nella trasversalità che dovrebbe esistere ed essere veicolo di aggregazione e bacino di ricarica.

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Peccato per tutti quelli che non han potuto essere presenti e per gli assenti: la Scuola ha dato veramente tanto a tutti noi e portarla avanti deve essere motivo di orgoglio.

Oggi abbiam fatto gli anni e gente come noi non poteva spegnere candeline, al massimo ci poteva salire sopra. Adesso ci aspetta, come se non facesse parte di questa passione, una strada un po’ in salita ma basta veramente poco: ieri c’era nebbia nei pressi del rifugio, ma è bastato alzarsi di qualche centinaio di metri per ritrovare un sereno paura-&-panico, di quelli capaci di darti emozione, di quelli che spesso ritrovi alzandoti di quota e quando meno te lo aspetti.

A nostro modo abbiamo onorato una data importante; non dimentichiamo che alcuni di noi sono addirittura all’estero per festeggiare o per trovare ulteriori motivazioni: il nostro Paolinux, per esempio, che per la terza volta ha avuto la forza di tornare in Nepal per affrontare una cima di 7.100 mt……il cui nome fa subito capire le sue intenzioni: “Slunga-i-mann”!).

Anche noi allunghiamo le mani per un abbraccio a lui e a tutti noi, per tenere alto lo striscione della Scuola e per metterci nuovamente al lavoro.

Ringraziamenti speciali a Maurizio, a Gabriele, ai Presidenti di Sezione, a tutti gli intervenuti, agli istruttori ed alla Voglia di Continuare.

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by Patajean

 

 

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VIVERE AL DI SOPRA DEI MILLE.

settembre 24th, 2018

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Cosa può esserci di interessante o di potenzialmente accattivante da raccontare al di là delle solite ‘gesta eroiche’ (!?) che potrebbero alla fine arrotolarsi su se stesse stancando chi legge? Cosa raccontare di un po’ diverso dal solito, tenuto conto che una gita alla fine si traduce nelle stesse cose spesso con una trama identica? Come ovviare al fatto che non si possono raccontare proprio tutte le gite? Un po’ tediato da questi dubbi non mi resta che scegliere nel mazzo di carte che ho in mano e stavolta l’esperienza è stata diversa e lontana dall’immaginazione, seppur paventata in alcuni momenti del passato ma sempre per gioco.

Inaspettata e bella proprio per questo: una sorpresa ancorché vissuta ‘di lato’, visto che trattasi di sostegno ai veri gestori o incaricati, ai quali va il nostro grazie per l’invito.

Sto parlando della gestione di un rifugio o del supporto a questo tipo di mansione: vissuta nel posto giusto aiuta a capirne la dimensione, l’impegno e la soddisfazione. Né baraonda da togliere respiro & voglia né punto morto in cui contare i sassi o guardare in faccia gli asini al pascolo pensando di essere allo specchio: insomma un buon compromesso per divertirsi ed imparare il mestiere.

“Incrementa il CV” e ridimensiona nell’ambito montano facendoti scoprire che le porte sono infinite, le opportunità nascono quando meno te lo aspetti e che in fondo basta aver voglia; il detto “chiusa una porta se ne apre un’altra” questa volta è vero nel senso che la porta è quella di un rifugio/bivacco in quota.

Weekend di esperienza al Rifugio Del Grande Camerini in Valmalenco, del Cai Sovico posto a 2.600 mt s.l.m. (ndr “Se Lo Meriti!”); fine settimana ricco di bel tempo, impegno in favore del prossimo e amicizie che ti vengono a trovare. Se ti vedono col grembiule dalla webcam posta a pochi metri dal rifugio, salgono subito a vedere se sei reale…..

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Mirtilli, torte, logistica, spadellamenti a go-go e piccola manutenzione:

Spadellamenti, servizio al tavolo e piatti da lavare: catena di montaggio con tutti quanti coinvolti. Una supply chain in quota in cui mettere solo un po’ di olio all’inizio. Quando poi, a fine weekend, stacchi la spina ti accorgi che è un impegno, bello ma pur sempre un impegno.

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Mirtilli: li prendi in riva al sentiero e quando la gente passa si accorge che nelle tue mani non c’è solo frutto di bosco a km zero, ma anche una torta che si materializza…..e che sicuramente dura poco; quindi su al rifugio veloci e mano alla prenotazione. In realtà la vera domanda è: ma perché ti fermi solo tu e gli altri non vedono tutto questo ben-di-Dio? Quest’anno abbiamo ‘vendemmiato’ un paio di volte, ma con più tempo a disposizione avvicinarsi ai cento kg non è una boutade. Però non diciamo dove perché se l’anno prossimo il creato volesse ripetere il miracolo…..solo noi sapremo dove coglierlo.

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Logistica: sicuramente un bell’argomento sul quale il sottoscritto si sente a suo bell’agio; a tratti sembra di essere un local e apprezzi quando vedi che la gente muove con un dietro-front, ma non da dove è venuta; è contenta di scegliere un itinerario diverso e la Val Sissone è il modo migliore per osservare da wc-no quel che rimane del versante nord di una delle montagne più belle della Lombardia. Naturalmente non c’è solo quella.

Disponibilità e pulizia in generale: essenziali affinché il cliente apprezzi, veda coi suoi occhi e faccia giusta valutazione, specie se trattasi dell’ispettore del rifugio, capitato lì non tanto per controllare quanto per intrattenere con esperienze vissute da abbonato di prima fila. Dopo cena è stato sicuramente un modo perfetto per attivare la serenità d’animo ed andare a letto felici e contenti.

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Amici: quando indossi un grembiulino devi stare attento. Non serve postare nulla sui social, perché la webcam di prima ti sorprende e quindi i tuoi soci finiscono per salire a vedere se sei veramente tu e cosa ci fai con indumenti insoliti addosso. Questo però è bello perché inaspettato e ti permette di scambiare quattro chiacchiere.

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Che dire, passano due giorni e non ti accorgi. Passi da attimi di assoluta quiete in cui controlli la zona a momenti in cui l’afflusso aumenta e devi essere pronto. Dal cibo che viene richiesto sino all’alba spaziale che ti viene regalata, passando da numerosi complimenti da parte dei visitatori.

Rientriamo domenica sera non prima di passare la check list per la chiusura, avvenuta ufficialmente questo weekend del 23 settembre; una piccola manutenzione idonea a chiudere tutto prima di scendere a valle per scoprire che la civiltà è bella ma può aspettare.

Un grazie particolare a Silvia (cuoca perfetta) e Marco (sempre sul pezzo), già rodati in questo impegno anche sotto forma settimanale (il rifugio è gestito da volontari); ai bimbi che si sono prodigati in alcune fasi salienti come l’assistenza ai tavoli, le ricevute, i conti, i resti.

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Alcune chicche meritano menzione: il pane fatto in casa (…rifugio pardon!), i mirtilli e le torte partite subito come proiettili (dire come neve al sole ormai non fa più notizia), il vento del mattino e l’alba regalata direttamente nel cielo.

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I rifugisti: Silvia, Marco, Tommy e Luca; supporto esterno: Angeletta, Chiara e Patajean. Alcune visite: Lele, Miriam, Dario, Lucio, Ennio; l’ispettore Angelo ed alcuni famigliari. In questo weekend un’ottantina di visitatori.

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by Patajean®

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A SPASSO PER CENGE – Weekend 15/16 sett 2018.

settembre 19th, 2018

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  • FERRATA STRADA DEGLI ALPINI: dal Rifugio Rudi al Rifugio Carducci;
  • CIMA POPERA mt 3.046: via normale dalla Busa di Dentro;
  • MONTE CENGIA mt. 2.559: per la FERRATA ALPINI 1915/1918;
  • CRODA FISCALINA DI MEZZO mt. 2.677: via normale con vista sui baratri nord.
  • NOTE: giro di circa 30 km, non difficile ma da ‘stare in cesta e con gli occhi ben aperti’, no neve e quindi no ramponi, dislivello complessivo di 2.000 mt circa.

Traccione Dolomiti Sesto

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Squadra che vince non si tocca ma soprattutto non si cambia: consueto appuntamento annuale fra le due sezioni di Desio e Montevecchia, che in settembre uniscono le forze e si addentrano nei meravigliosi paesaggi Dolo-mitici per esplorarne i contenuti. Quest’anno è uscito il “26” sulla ruota di Bagni di Moso in Val Fiscalina (Dolomiti di Sesto). Ventisei componenti con abbondanti quote-rosa.

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Magia di una gita che ha richiesto due anni di organizzazione, passando dal versamento di un tesoretto tenuto in caparra per 720 giorni esatti a causa di maltempo nel corso del 2017. Altrettanto magia di una gita che, proprio per l’attesa di un biennio, sembra uscita alla perfezione.

Le Dolomiti di Sesto…..non sono in provincia di Milano e quindi anche la logistica sfocia spesso in decisioni drastiche che portano l’utente ad allungare il soggiorno post-estivo; per alcuni questo si traduce in una partenza anticipata al venerdì pomeriggio o ad un rientro posticipato al lunedì. Nulla di male ed il Gruppo si ricongiunge alle 8.30 del sabato mattina, dopo che il resto della truppa ha percorso le autostrade italiane, nei pressi dell’ovovia che sale ai Prati di Croda Rossa.

Si parte dal Rifugio Rudi un po’ piano ed un po’ adagio tra un vedo-non-vedo delle nubi che aumenta il fascino circostante; siamo insieme a pochi altri, soprattutto nel momento in cui stacchiamo il sentiero che sale al Passo Sentinella per prendere il kanalone di Forcella di Cima Undici, vero punto di partenza della nostra Strada degli Alpini.

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Ormai siamo in quota e nell’estasi totale cominciamo a percorre le cenge che caratterizzano questa lunga dorsale, che in fondo ci depositerà a Forcella Giralba. Paesaggi che cambiano, bivacchi in posizioni assurde (come il Mascabroni, con storia incredibile alle spalle, che si trova a 2.950 mt circa e ti guarda come a richiamare un’attenzione ormai riservata solo al punto fotografato per eccellenza: la Cengia della Salvezza) e quinte fantastiche che nulla lasciano all’immaginazione. Il lungo tratto della cengia è sufficientemente largo da permettere un camminamento sicuro e sfocia con un effetto sorpresa in una svolta verso sinistra che deposita in un budello assolutamente unico. Qui entri in un libro di relazioni, finalmente ti riconosci nelle parole che hai letto mille volte, sei parte integrante delle foto che hanno fatto il giro del mondo, delle librerie e di quasi tutte le case degli alpinisti. Per usare un termine esagerato, sei talmente social che più social nun se pole!!!

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Non c’è in giro nessuno (tutti ai centri commerciali) e quindi il Click-Day parte a manetta; l’Holter segnerebbe battiti oltre soglia….quindi spruzziamo un po’ di camomilla e prendiamo il tempo necessario. Usciamo in prossimità della Busa di Dentro e ci dividiamo tra Cima Popéra e Forcella Giralba. Il tempo è un po’ tra il gnack-ed-il-petack, comincia a fare freddo; quindi scendiamo al Rifugio Carducci, meta del nostro pernottamento. Riposo, merenda e prime ipotesi per il giorno dopo. Nel frattempo arriveranno anche quelli di noi saliti alla Cima del Popèra.

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Qui devo menzionare alcuni episodi che ricorderemo anche nel futuro remoto:

  • Di estrazione tedesca, la rifugista non ha smentito la provenienza; scelta del menù da “SS” così come le ordinazioni. Tutti in fila per due e ordine prima di tutto!
  • Cena perfetta ed una delle mangiate in rifugio, in gite simili, migliore in assoluto. Canederli semplicemente fantastici, preparati da Bepi a “cielo aperto”, ma anche ottimi secondi piatti e dolci gustosi. Chapeau! Elogio al Carducci e a coloro che lo gestiscono;

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  • Odore incredibile di Storia: dagli Alpini a quello che han fatto, passando da Ettore Castiglioni che qui veniva spesso e ha scritto parte della Storia Verticale. Noi in giro a vedere quello che cento anni fa qualcuno ha creato in condizioni che forse è meglio neanche immaginare. Da lassù qualcuno dirà che almeno non tutto è stato fatto per niente.
  • La notte: un momento che non si può non ricordare o non trascorrere. Qui per forza devo fare il punto: abbiamo deciso che la prossima volta sceglieremo qualcuno che non dorme per assistere allo spettacolo. In alternativa, ma proprio nel caso in cui non dovessimo trovare alcun volontario, porteremo un drone acustico con lo scopo di posizionarsi a metà camera, nell’aere e di registrare a pieno volume “i versi, i suoni e qualsiasi cosa che dia segnali più o meno vocali” in modo da poterli riascoltare in sede o a casa di qualcuno. Vi assicuro che potrebbe diventare virale……si, perché praticamente nella notte fra sabato e domenica abbiamo buttato nel cesso una puntata di Geo & Geo, SuperQuark andrà in onda con una puntata senza musica per protesta contro “i rumori da foresta tropicale per i quali non ha fatto in tempo a pagare la SIAE” e, da ultimo, Varenne non rivolgerà mai più uno sguardo ad un brianzolo: i versi che quest’ultimo è in grado di produrre tra le 22.00 e le 6.00 del mattino sono da Accademia dell’Ippodromo. Ci sono stati momenti talmente esilaranti da risultare unici nel mondo: da frasi del tipo “Non posso tirare le 07.00 in queste condizioni” a richiami felini da Pet-Terapia, passando per insulti autostradali ed uso degli abbaglianti notturni peggio che in Tangenziale. Mai visto in tanti anni una notte così: da piegarsi!!! Il colmo è che la mattina tutto è talmente normale che sembra non sia successo assolutamente nulla.

Ci svegliamo comunque nelle migliori condizioni e decidiamo per un itinerario diverso da quello programmato; Cima Popèra risulta infatti ‘una piutéra unica’ e quindi il buon senso ci induce per altre mete.

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Tra l’altro sarebbe un modo per continuare il cammino storico intrapreso il giorno prima: quindi si parte alla volta di Forcella Croda dei Toni e la Ferrata Alpini 1915/1918 che attraversa in un viaggio quasi orizzontale il Monte Cengia. In Dolomiti non può mancare un Killer Slope e quindi, sotto la fatica di un passo avanti e due indietro, raggiungiamo la nostra Forcella dove una campana si farà suonare sino allo sfinimento. Incontriamo anche un simpatico local con le figlie che ci fa da Cicerone, incrementando la nostra cultura sulle crode. Il tutto sino a raggiungere Forcella Collerena.

Davanti a noi si taglia, possente, la Croda dei Toni; una prua nel cielo, una fotocopia del Crozzon di Brenta che fuma nel blu celestiale. Altro che monti pallidi: sei tu che diventi pallido al primo sguardo.

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Iniziamo il nuovo itinerario ferrato in completa esposizione sulle cenge: uno spettacolo che godiamo in completa solitudine e che porta piano piano nelle wc-nanze del Rifugio Pian di Cengia.

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Optiamo poi per le Crode Fiscaline e per il Rifugio Locatelli. Non può mancare, in una giornata come oggi e per l’ampia scelta disponibile, una cima su cui portare i nostri gagliardetti. Cima Fiscalina di Mezzo poi ha un fascino che si scopre solo salendola. La sua croce è posizionata a 40 cm dal vuoto assoluto; l’abisso nord a circa 600 metri più in basso è uno dei lassativi che produce effetti migliori. Non ci resta che andare di foto da maledetti.

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Ritorniamo al Rifugio e divoriamo un lauto pranzetto: chissà come mai in questi luoghi fioccano le padelle con uova, speck, patate, canederli, formaggi, pasta, ect…..

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Stessa scena simmetrica si svolge al Rifugio Locatelli, dove altri si stanno comportando alla stessa maniera. Li raggiungiamo presto (togliendo i sassi dallo zaino…….vecchia usanza, mai sopita e sempre in voga) sia per ricompattare il Gruppo sia per ammirare le Tre Cime di Lavaredo, ultimo e fascinoso angolo del nostro lungo peregrinare.

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Non resta che scendere, portando ormai le membra quasi stanche sino al Rifugio Fondovalle e poi ai Bagni di Moso, chiudendo un cerchio fantastico.

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Un Grazie di cuore a tutti i partecipanti, al fatto che ormai si va quasi a memoria e quindi non c’è bisogno di troppe parole. Un enorme complimento a Lele per le bellissime foto che ci permetteranno di ricordare ancor di più il tempo trascorso a mezz’aria: il suo ultimo acquisto è azzeccato. Il/la Meteo ci ha assistito alla grande nonostante qualche nube di calore e qualche coloritura sospetta, mentre le due Sezioni sono ormai consolidate nel mese di settembre e c’è già ampio fermento su cosa organizzare il prossimo anno.

Gita da H48: dalle 4.00 del sabato alle 22.45 della domenica.

Rigore è quando arbitro fischia ed anche qui un po’ di rigore è d’obbligo visto che, quando sei in questi posti, difficilmente hai voglia di tornare a casa.

Comunque possiamo dire che i capi-gita non sono stati troppo fiscali, mentre tutti quanti sono sicuramente risultati Fiscalini: Ginevra, Annalisa, Angeletta, Katia, Lu, Anna, Marta, Patrizia, Luciana B, Federica, Pier (arriveranno presto i risultati dei GPS, ma forse lui ha fatto il giro due volte), Paolinux, Massimo, Daniele, Erik, Lele, Gianluca V., Enrico, Davide, Bob, Ale N., Enrico, Ale B., Luciano, Andrea (capogita Montevecchia) e Patajean (capogita Desio).

p.s. Contrariamente a quanto scritto sopra, l’anno prossimo proporrò di fare la gita in un weekend piovoso; scegliere le foto tra quelle mandate e caricarle nel racconto è stato peggio che rifare il percorso per la terza volta. Pier l’ha fatto due volte, ma il sottoscritto almeno tre. J

by Patajean®

 

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I RAGAZZI DEL MURETTO: 28 agosto 2018.

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Ci risiamo e come ogni anno i “Tri Aséen” si ritrovano per il cosiddetto ‘raglio annuale’; meta deve essere forzatamente una cima che costituisce il periplo formato dal Masino Bregaglia (‘M-Asino che Raglia’ è in sintesi la ns porzione di Alpi Centrali) con possibile e limitato sconfinamento italo svizzero nella Valmalenco. Ogni altra meta è inutile e unico periodo accettato è la fine di agosto. Muniti di basto siam pronti.

Un po’ svizzeri in fondo lo siamo e quindi siamo anche puntuali di fronte all’obiettivo.

Quest’anno abbiamo ipotizzato un ventaglio di soluzioni che poi si sono sintetizzate nella salita al Monte del Forno (mt. 3.214 slm), spartiacque tra la Valmalenco e la Valle del Forno, incudine che separa ciò che è verde da ciò che è grigio, luogo che rinchiude storia recente, tante salite passate ma anche storia dell’alpinismo e della patria (poco sotto il Passo del Forno c’è un chiaro segnale di cosa successe nel 1944 a Ettore Castiglioni, un mito sempre attuale per il suo lavoro in giro per i monti, per quanto fatto sulle pareti alpine e per il sacrificio patriottico). Il solo pensare che, con quattro stracci ed una misera coperta, sia riuscito in pieno inverno a raggiungere dal Maloja questa posizione fa rabbrividire.

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Indimenticabile giornata sia dal punto di vista meteo, forse tra le più belle del mese, sia dal punto di vista umano; poca gente in giro e comunque su mete più battute della nostra. D’altro canto abbiam trovato molta materia prima a kilometro zero: in queste circostanze sei di fronte al tuo obiettivo e la natura fa di tutto per farti cadere in tentazione. Già cadi ai suoi piedi per i panorami che ti scodella di fronte; per calamitarti del tutto, ci mette una distesa infinita di mirtilli che forse gli altri non vedono o non hanno mai visto in questi giorni (che sia stato un regalo solo per noi?), qualche piccola distesa di lamponi giusto per dare smalto al cambiamento, qualche zona piena di erba-iva e genepì ed infine, per non farsi mancare nulla, un po’ di arnica e di ginepro giusto per un bel massaggio dopo aver digerito il coniglio. Se passavamo a Sondrio ad aprire la partita iva ed eravamo furgoncino-muniti avremmo fatto i soldi a palate: verdura e frutti misti bio. Che roba.

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“Se femm!?”, ci diciamo che il modo migliore per celebrare l’apoteosi è mettere le mani nella marmallata al rientro, magari sotto la luce serale…..

Facciamo finta di nulla e via verso il Passo del Forno a mt. 2.775 senza incontrare nessuno se non un arzillo ed inkazzoso omino che, toccato il Passo, ha deciso di non perder tempo ‘in un kagajo di sassi pericoloso’ ed è tornato indietro.

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Unico neo di oggi è stato di non poter vedere con gli occhi di quarant’anni fa: un angolo del genere non può presentarsi in questa maniera. Ormai è tutto una desolazione, il grigio del granito disfatto del versante Swizzero fa da contraltare al verde pazzesco della Valmalenco; i ghiacciai o quel che ne resta sembrano alzare le mani per salutarti o per chiedere aiuto riconoscendoti da precedenti salite in cui ti luccicavano davanti.

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Se riesci ad essere un tutt’uno con una cartina, qui ci sei dentro a tutti gli effetti. Riesci a trasporre il tutto in 3D e potresti uscire in edicola con alcune riviste: che angolino.

Saliamo veloci lungo la cresta che deposita in prossimità dell’unico punto ‘difficile’ e ferrato; l’aspetto della roccia non è invitante ma tutto diventa un incanto sulla cima, dove puoi spaziare da maledetti.

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Incontriamo finalmente un po’ di gente, salita dal Cavloc o dalla Capanna Forno. In particolare ci colpisce un anziano vecchietto che di anni ne ha 83, che si presente e ci saluta: “Occi, bella ciornata!”….”Quanti anni avete voi?”…..”Crazie e arriveterci alla prozzima”.

Che dire, sicuramente un encomio (oltra alla dovuta stretta di mano e pacca sulla spalla) ma anche un riscontro di piccola incoscienza nell’essere in giro solo, oltretutto su un percorso non del tutto banale. Complimenti a lui che lo ha fatto da solo, in uno stato ‘ottantennale’ che forse non possiamo comprendere ed in una giornata in cui tutto era permesso. Lo risalutiamo in discesa, ritrovandolo poco dopo la ferrata ed immaginando, dato il suo lento progredire, i tempi di discesa. Certe volte ti chiedi se il tuo egoismo ha raggiunto il bordo o è già tracimato: dovevamo aspettarlo? Potevamo star tranquilli che il creato avrebbe pensato a tutto? Che uno spirito del genere merita cento di queste salite? Vabbeh.

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Cosa si fa se si appartiene ai Ragazzi del Muretto? Eh, si telefona…..cum’è i bagaj; direi che Beppe è pronto per il nuovo spot della vodaphone. Anche perché qui il telefono prende sempre che è un piacere e lui non poteva esimersi.

Ripercorriamo l’immane piutéra mista a saséra a ritroso e ci riportiamo al Passo, dove è duopo decidere se allungare il giro per travalicare il Forno e rientrare dal Passo Vazzeda o ridiscedere col miraggio dei mirtilli. Decidiamo per ingaggiarci sul traverso che raccorda al Rifugio Del Grande Camerini, non senza dover risalire altri metri di dislivello e dove arriviamo con voglia matta di birra.

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Ci propongono anche un tagliere ‘a km zero’ e quindi prendiamo tutto: stupendo momento conviviale con le rifugiste. Non possiamo trattenerci e quindi scendiamo le tolle con un miraggio dinanzi agli occhi: ancora e sempre i mirtilli.

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Quando sogni prima o poi qualcosa si materializza e qui, in fianco al sentiero e non un centimetro più lontano, entriamo direttamente nel sogno per prenderlo per il bavero: potevamo prendere cento kg di mirtilli, ma ci siamo trattenuti. Ore 17.00 raccolta bio al calar del sole…..cosa c’è di meglio? Una corsa verso valle per recuperare il tempo perso ed in poco tempo alla macchina per un rientro da favola.

La natura gioca talvolta sporco e ci presenta un gruppo di asini poco sotto al rifugio Del Grande; uno scherzo di cattivo gusto, proprio al rientro, ma che abbiamo apprezzato tantissimo. Guardandoci allo specchio abbiamo riso…

I Tri Aséen: Beppe, Ale e Patajean

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p.s. Per la cronaca: il sentiero dal Passo del Forno al Passo del Muretto è chiuso. Le indicazioni sono visibili solo nelle immediate wc-nanze….del Passo del Forno; quindi ocio, salvo indicazioni presenti nel rifugi e/o sul web, noi non abbiamo visto altre informazioni. Morale: fa balà l’ochh.

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by Patajean®

 

 

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MAI PROVATA LA RIFUGIO-TERAPIA?

luglio 24th, 2018

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Penultimo weekend di luglio: il Cai Desio organizza una gita al Rifugio Bosio in Valmalenco, più precisamente all’Alpe Airale. Un gioiello di bellezza posto a 2.086 metri in una conca naturale unica. Un’oasi incredibile nella quale appoggiare le membra, soprattutto se stanche, e ascoltare il silenzio che regna. Non ci sono passaggi alpinistici tali da attrarre masse esagerate o moltitudine di arrampicatori, ma angoli che meritano di essere visti almeno una volta nella vita.

Un po’ di parte sicuramente, ma è incontrovertibile il fatto che la nostra sezione possieda rifugi e bivacchi in luoghi spettacolari delle alpi e il privilegio è veramente grande, visto che qui potresti svegliarti dopo aver immaginato esattamente questi paesaggi, quindi il tuo sogno diventerebbe semplicemente realtà.

Con queste premesse, abbiamo aderito. Oltretutto i capi-gita Anna e Davide stavolta hanno messo sul vassoio un paio di opportunità: la Cima del Pizzo Cassandra da un versante poco frequentato (a torto?) ed il giro dei Laghi Cassandra, altro fiore all’occhiello di un angolo selvaggio e dedaloso che si trova nelle retrovie che separano il Rifugio Bosio dal Rifugio Desio, ormai purtroppo nella fase post-declino!

La meteo per il sabato non promette nulla di buono, nonostante le nostre convinzioni ed infatti conduciamo la salita dall’Alpe Piasci completamente a bagno-maria per tutto il tragitto. Tuttavia la regolazione della manovella -pioggia è stata sul minimo e quindi le gocce sono scivolate su ombrelli e mantelle senza intaccarci. Qui solo un episodio da ricordare: Anna di Inox, forse memore che il sabato è giornata da dedicare alla piscina, in un momento di euforia irrazionale, ha deciso di lanciarsi per una vasca a delfino proprio in una radura sotto al rifugio; probabilmente la vista dello stesso ha scatenato in lei un meccanismo istintivo. Pomeriggio in panciolle accanto al camino a luglio, quindi il che bello mi scappa per forza. Il Torreggio sembra rinforzarsi ogni ora di più per le gocce che via via lo riempiono, ma in compenso il panorama assume quel fascino che serve in queste occasioni.

Nel frattempo fanno la comparsa altri escursionisti o per visitare il rifugio oppure per continuare un lento peregrinare che, in taluni casi, li porterà a percorrere e a toccare altri rifugi della valle durante i prossimi giorni. Un po’ li invidiamo.

Alcuni di noi hanno già le magliette del 40° della Scuola e quindi non si possono non vedere.

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Il tempo rimane brutto praticamente per tutto il sabato, con qualche leggera schiarita verso sera, come da copione. Solo la sera precedente, la quantità di acqua era ancora peggiore, proprio in occasione del VUT (Valmalenco Ultradistance Trail), passato di qui intorno alle ore 02.00 di notte.

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Ci trastulliamo sino all’ora di cena e poi passiamo una piacevole serata in compagnia (accompagnati da un buon Strangola-Galli !), sino al momento in cui, delicatamente, ci portiamo a nanna.

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Per quanto possibile, ognuno cerca di fare meno rumore possibile, ma il pavimento scricchiolante impedirebbe anche a Diabolik o a Due Calzini (penultimo capo dei Comanches) di non essere sgamato. Alzarsi di notte è quasi un sacrilegio che alcuni pagheranno nelle prossime uscite. Comunque c’è chi dorme e chi controlla i movimenti di tutti.

La mattinata inizia presto: c’è chi vuole raggiungere la cima e chi parte per un viaggio esplorativo dei laghi, chi si accontenta della cascata e chi decide per la terapia del benessere denominata “il kulo di pietra” (pratica occidentale, ancora poco conosciuta, che consiste nel credere fermamente che ogni tanto è necessario sotterrare l’ascia di guerra per godere della natura, del silenzio e di tutto quanto non si coglie durante il quotidiano).

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Qui sembra dare i suoi frutti, però non montatevi la testa: per quanto ci si possa stare, prima o poi il ritorno in civiltà è doveroso.

Uscire alle 6.30 la mattina è stato godimento allo stato puro: un’area ed un panorama incredibile nel fondo dell’alpe Airale. L’unico rumore è stato quello del torrente ed una poltrona in granito massello è stato il modo migliore per ascoltarlo, provare per credere. Molti di noi trascorrono così tutta la domenica.

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Una nota a parte: sabato, ad un certo punto, ci siamo chiesti cosa e come avremmo gestito una situazione potenzialmente critica in rifugio, con chiamata del Soccorso; di solito la simulazione di intervento la facciamo all’aperto, durante una salita scialpinistica, ma qui……..è bastato guardarsi in faccia e: “Dài che lo facciamo!”

Insomma, ridendo e scherzando abbiamo chiamato il Soccorso Alpino, abbiamo dato i riferimenti dell’infortunata, della meteo, della situazione e, soprattutto, del luogo in cui ci trovavamo. Tempo quindici minuti e l’elicottero atterrava di fronte al sottoscritto nella radura erbosa accanto al rifugio. Tutto ok, ci siamo tolti tutto: sfizio, dubbio e abbiamo avuto la certezza che non si trattava di nulla di grave.

Che dire: un bellissimo weekend con i due risvolti meteo principali, posizionati al cinquanta percento, con sabato piovoso e domenica incredibile. Compagnia ottima e naturalmente un saluto speciale ad una persona speciale, il nostro Egidio. Per l’occasione lo abbiamo voluto ricordare con un gesto semplice, visto che proprio recentemente era stato in vetta al Pizzo Cassandra; purtroppo causa peggioramento tempo nel pomeriggio non è stato possibile raggiungere la cima, ma solo il Passo Cassandra; però un ricordo doveroso è stato lasciato.

A lui un momento particolare dell’escursione, a nome di tutti quelli che lo ricordano con affetto.

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Partecipanti: Anna, Davide (i due Capi-Gita del weekend), Ginevra, Giorgia, Chiara, Angeletta, Anna, Sara, Pier, Inox, Pier di Desio, Enrico, Silvano, Claudio, Marco, Christian, Davide T, Sibilla, GigiEmme, Flora, Paolo (i miei genitori) e Patajean; la domenica anche Silvia, Marco, Tommy e Luca.

by Patajean®

 

 

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OGGI E’ DIVERSO!

maggio 29th, 2018

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Oggi, domenica 27 maggio 2018, è un giorno diverso: mani e piedi toccano e spingono cose diverse da quelle cui siamo abituati. Le prime sono sempre in appoggio, ma non trazionano nulla che sia simile ad una presa o ad un bastoncino; i secondi sono in appoggio, ma tendono solo a garantire fluidità in orizzontale, con variante salita e discesa.

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Abbiamo aperto un ciclo diverso? O semplicemente stiamo cavalcando un nuovo ciclo? Forse si, abbandonando per un giorno lo standard.

Non è stato per niente male, anzi. Nuovo appuntamento con il Cai Desio per una gita sezionale sulla ‘due ruote’. Appuntamento a Monza con un’ unica condizione: venire in Mountain Bike dall’inizio alla fine e sotto l’egida di Stefy, artefice sin dall’inizio di questa avventura.

Giornata piena di episodi, uno in fila all’altro e quindi emozionante nel suo lento dipanarsi:

  • Partiamo con il puzzo della tratta Monza-Bergamo: qualcuno ha nascosto un merluzzo sotto il sedile nei giorni precedenti oppure ha mangiato una platessa cruda lasciando la più parte in giro per il vagone: devastante! Meno male che il viaggio è durato poco;
  • Passare il ponte di Paderno sul treno è sempre una piccola emozione, il cui colore può essere solo mono-cromatico!;

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  • Ieri eravamo in dodici, ma nel caso in cui fossimo molti di più occorre pensare a come sistemare le bici sul treno; fuori sul tetto sarebbero un problema in caso di galleria e avete mai visto una ferrovia senza?

Arrivati a Bergamo non ci resta che azionare i pedali insieme a Massimo e Roberta che ci hanno raggiunto lì direttamente; si parte quindi ufficialmente con la gita per entrare in Valle Seriana.

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Il tempo di dire da parte del Capo-Gita Stefy: “Fate qualche prova coi cambi, visto che siamo in piano”…. che subito il sottoscritto scassa il carter di protezione e perde la catena, momento topico di panico unito a risate pazzesche: catena in mano e difficoltà a rimetterla in sesto tra risate esilaranti!

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Non distribuiamo le maglie coi vari colori, ma è chiaro che i Gran Premi della Montagna sono molto più wc-ni di quel che sembra.

Fatto sta che partiamo a tuono ed al Ponte di Nembro siamo già persi……lanciamo un urlo ed il gruppo si ricompatta: la maglia rosa torna in bacheca e s’innalza in cielo per un nuovo obiettivo. Comincia il tratto tecnico della prima vera salita: da gruppo ci trasformiamo in fila indiana, che piano piano misura la lunghezza del paese.

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Scopriamo che la lingua esce non solo durante il tric & trac delle assi, ma anche sui pedali e ci chiediamo, dato che il primo punto di ristoro è nell’Oasi della Pace, perché la Madonna non appaia a livello del mare. Perché dovrebbe apparire e parlare solo in quota?

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Posto tranquillo e pace incredibile, ideale per rifocillarsi e per verificare dove è avvenuta l’apparizione.

Comincia ora una discesa classificata tecnica senza palta, che oggi però abbonda; gesto tecnico e audacia di movimento diventano un must per portare a casa la pelle. Qualche caduta sporadica e kg di palta raccolti sulle ruote con lancio di proiettili ai concorrenti. Un momentaccio che dura sino all’Oasi del Pranzo. Nessuno in giro e relax micidiale, pronti per la seconda fase: anche qui un mix di salita e discesa che spezza le ultime risorse (per alcuni) delle gambe.

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Sul finire qualche ulteriore elemento che merita di essere menzionato:

  • I freni del sottoscritto che finiscono e debbono essere tirati, visto che a leve tirate la bici non mostra intenzioni di bloccarsi;
  • Pier viaggia per 40 Km con il manubrio al contrario e se ne accorge solo grazie ad un turista (attento) che troviamo al Bar-cicletta, luogo ameno in cui compaiono le birrette; anche qui un momento esilarante visto che ci si accorge di come la bicicletta abbia funzionato sinora al contrario;

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  • Boris, sempre lui, indipendentemente dal calzare le assi o la bicicletta: quest’oggi ha pensato bene di perdere il GPS sul ponte del fiume Nembro, in corsa e direttamente in mezzo alla carreggiata. Il solito kulo e per cinque minuti non è passata nessuna macchina; altrimenti avremmo un nuovo ritrovato della tecnica: l’ultra-piatto.
  • Isidoro, che dopo il suo vissuto quotidiano coi treni presi e ripresi con ritardi apocalittici accumulati sulla tessera punti e dopo diverse comparse in libri di Agatha Cristi per suicidi su rotaia, finalmente riesce a vedere l’interno della locomotiva, intervistando il ‘cocchiere’ e pensando per frazione di secondi di poter toccare con mano anche la sirena….azionandola una volta nella vita.

Insomma, un bel momento tutti insieme per una gita finalmente diversa dal solito; magari siamo sempre noi ma chi-se-ne-fotte; si spera che la prossima sia frequentata da altri. In effetti in questa domenica a Desio ci sono stati numerosi eventi che hanno potenzialmente sottratto aderenti.

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Ci siamo divertiti ed in maniera diversa dal tradizionale, ogni tanto ci sta.

I vincitori del Primo GP della Val Seriana: Stefy (un elogio particolare per l’organizzazione impeccabile), Manuela, Anna, Patrizia, Roberta, Antonio Inox, Bob il Conte, Pier, Boris, Max T., Isidoro e Patajean.

by Patajean®

 

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Oberland: Abeni Flue (3962 m) da Blatten per l’Hollandia Hutte, 21-22 aprile 2018

maggio 4th, 2018

“A natura non deerrare et ad illius legem exemplumque formari sapientia est”  – Non deviare dalla natura ed il formarci sulle sue leggi e sui suoi esempi, è sapienza (Seneca, De vita beata, 3, 3)

L’Oberland è per antonomasia bernese, e significa Terre Superiori. Il Ghiacciaio che le ricopre, la Jungfrau (Giovane Signora)  ha un’estensione pari a quella del lago di Como e uno spessore stimato di 1500 m. La Corncordia  Platz, punto di incontro delle varie lingue di ghiaccio, ha una larghezza di 5 km alla quota di 2850m. La guardavo dall’Abeniflue a 3962 m , come se fossi sul Bregargno a osservare Bellagio con ghiaccio al posto dell’acqua.

L’accesso a queste Terre Superiori è il vero problema dello scialpinista. E deve fare una scelta impegnativa: o sganciare  un bel po’ di franchi (150) prendendo il trenino che risale nelle viscere dell’Eiger fino al Jungfraujoch, o scammellare di brutto come, ad esempio, risalire tutta la Lotschental. Noi abbiamo optato per la scammellata e pertanto abbiamo fissato il ritrovo alle ore 3 del giorno 21 aprile,  presso l’improbabile parcheggio “Coren” in quel di Meda, dove è venuta pure l’ispirazione di regolare proprio lì i ramponi.

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Si parte in 6 sull’Espace, gentilmente messa a disposizione da Madame Anna e alle 6 giungiamo a Blatten.

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Alle 6,20 ci incamminiamo e lì in fondo vediamo il Lotschenlucke a 3173m, il passo poco sotto la Hollandia Hutte. Sembra vicino, non pare mettere paura per i 13  km di sviluppo e 1750 m di dislivello.

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Passano però le ore e il passo è sempre lì, senza aver la sensazione che si avvicini. La valle è comunque stupenda e allevia la fatica. Siamo solo disturbati dall’andirivieni di elicotteri che caricano e scaricano freeriders in mezzo al ghiacciaio.  Di solito sono abbastanza tollerante verso l’uso dell’elicottero per sciare, magari  un giorno lo prenderò anch’io, ma stavolta mi dà troppo fastidio: trasforma un luogo di una potenza e bellezza immane in un luna park usa e getta. Ed è un luna park che tenderà ad allargarsi sempre più se non si prende coscienza che non bisogna deviare dalle leggi della natura.

Il caldo inizia a farsi torrido e l’Hollandia hutte è lì, sempre più vicina, ma anche lontana.

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Alle 3 di pomeriggio, finalmente raggiungiamo la meta: 8 ore e mezza di salita.

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Mi faccio una meritata pennica e alle 18 è ora di mangiare. Si parte con una “sbobben”  degna delle migliori tradizioni svizzere, dopodichè si passa allo spezzatino con la pasta.

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Il sole sta tramontando dietro il l’Aleschhorn e allora è tempo di foto. Purtroppo non c’è il nostro fotografo ufficiale SA1 Francesco, ma comunque rimediamo egregiamente. Approfittiamo anche per ringraziarlo per essersi sbattuto per prenotare rifugio, telefonare e informarsi di tutto sapendo già da un mese e mezzo che non sarebbe venuto.

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La sala da pranzo era veramente chiassosa: eravano gli unici italiani e, stranamente  ci hanno serviti per primi. Negli altri tavoli un gruppo di inglesi, che ovviamente hanno trangugiato un quantità d’alcol colossale, e un gruppone di lungia tedesca dove spiccava maciste, una donna con due spalle enormi e che sarà stata sui 100 kg. Faceva paura e mi sono guardato bene dal fotografarla; ero curioso di vedere come avrebbe fatto a portarsi dietro tutto quel peso il giorno dopo.

Quindi tutti a nanna a gustarsi i concerti notturni.

Sveglia alle 5 e, fatta una bella colazione senza disdegnare salame e formaggio, partiamo alla volta dell’Abeni Flue.

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Ci godiamo l’alba con il sole che salta su dal Finsterhaarhorn

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e alle 9 ci godiamo il panorama di vetta a 3962m. Si vede mezzo arco alpino. Partendo dall’Eiger si gira in senso orario fino ad arrivare al monte Bianco: uno spettacolo.

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La discesa avviene su neve dura e a gran velocità sul ghiacciaio piatto, con la sensazione del volo radente.

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Ci fermiamo al   Lotschenlucke dove aspettiamo le 11 in  attesa che la neve si scaldi al punto giusto.

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Poi giù per 13 km fino a Blatten …..

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…….con un doppio salto mortale rovesciato finale.

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Paghiamo il parcheggio o, meglio, la multa di 40 franchi per parcheggio in divieto di parcheggio: strani sti svizzeri.

Poi via, si risale al Sempione e ci si ferma a mangiare alla dogana di Gondo: posto lugubre in fondo a una gola dove non ci sarebbe nulla se non ci fosse appunto la dogana: ma ormai è un’abitudine fermarsi lì, tanto che ci siamo quasi affezionati a quel posto.

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Quindi rientriamo in quel magnifico parcheggio di Meda da dove  eravamo partiti, e dove ora dobbiamo dividerci, con un po’ di malinconia perché siamo stati proprio bene assieme. Grazie a Tutti!

Madame Anna, Donna Federica, Carlo, Bob, Matteo

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LA BRIANZA IN DORSALE: 04/03/18.

marzo 6th, 2018

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  • CIMA: Piz Belvair mt. 2.822
  • ZONA: Engadina (CH)
  • SVILUPPO & DISLIVELLO: circa 12 Km A/R + 1.100 mt DSL +;
  • DIFFICOLTA’: MS+
  • NOTE: Neve ottima nonostante esposizione sud; trasformata e portante al di là dei dubbi iniziali. Pendio ripido sotto la cima da “Ocio!”, ma senza problemi.

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Oggi poco più di una classica “Sporca Dozzina” ha ripetuto con successo l’esordio dello Scialpinismo Sezionale Desiano di qualche settimana fa; la seconda uscita ufficiale si è svolta nella cornice Engadinese, dove il silenzio della zona si contrappone alla folla dispersa sui vari pendii ed è incredibile come la massa possa essere così assorbita senza che il rumore prenda il sopravvento. Qui è come se il super-ammortamento avesse avviluppato tutte le cime, riducendo la potenziale caciarra a semplice film muto. Il solo turpiloquio a cui si assiste, in questa domenica praticamente perfetta sotto il profilo meteo, è il vociare della “Festa dell’Unità Svizzera” in atto presso Madulain nel fondovalle; vociare la cui eco si trascina sin sulla dorsale “brianzola” del Piz Belvair. Si, perché oggi la zona è stata invasa non solo da Desio ma anche da Calolziocorte, anche loro in gita sociale.

Domenica perfetta per il tempo dopo la fine di un gelicidio ed un freddume da primato (…….inutile visto quanto succede da millenni). Se fa caldo non va bene, ma dopo un giorno di freddo il lamento diventa oltraggioso; se fa freddo non va bene e dopo un giorno è nuovo un copia-incolla. Che stufida!

Sbucati al Maloja si entra nella solita cornice di armonia che il lago ed il circondario riescono ad emanare; basta lanciare lo sguardo sul lago e nel mezzo è subito evidente la sagoma del ‘pescatore di foche’, una specie di omino gelato (probabilmente un tutt’uno con il manto ex-lacustre) con in mano una canna in attesa dei cavedani del Lach de Laj o degli agoni di Pontresina. Ma la domanda sorge spontanea: visto che è privo di movimenti, vuol dire che è lì dalle 5.00 oppure da settimane?

Partiamo alle 9.00 circa dalla Staziun di Madulain, dove la partenza e gli arrivi dei treni sono scanditi dal megafono in romancio: uno spettacolo….anzi uno zpeta-cul!

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Saliamo subito sulla rampa pratosa che immette nel Bosco degli Spiriti, una serie di alberi tra cui si snoda la traccia che percorriamo in tutta simbiosi col sito circostante sino all’Alpe Belvair, balcone panoramico di sicuro interesse; vista notevole su tutti i principali gruppi montuosi della zona, con allungo su alcune montagne imponenti.

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Bevutina, frutta secca e di nuovo in marcia sui pendii sostenuti che si trovano subito dopo. Ormai la dorsale appare in tutta la sua forma: chiara, evidente e stagliata in un cielo azzurro che più di così non si può. Non si capisce se è la montagna che si staglia nel cielo o se è il cielo che si adagia sulle cime. La traccia si insinua nel pendio, incidendo il percorso in maniera netta. Oggi solo italiani su questa vetta ed in poco più di tre ore siamo in cima, non prima di aver percorso il tratto più delicato, un centinaio di metri ripidi (+/- 35°) che hanno impegnato tutti con pertiche non proprio agevoli.

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Riprendo le parole del Nuzzo, sempre attento osservatore:

“…….proseguiamo fino alla rampa finale, con qualche passaggio delicato su neve molto lavorata dal vento. Ad ogni modo, tutti i partecipanti si sono comportati molto bene, e sono arrivati in cima. Lassù, la vista del roccioso Kesch, in primo piano, ripagava la fatica. Ma, si sa, panorami a parte per qualsiasi scialpinista il miglior premio è la discesa, che anche oggi è stata di soddisfazione, su farina pesante ma portante”.  

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In effetti la discesa è stato almeno un paio di volte più godevole del previsto; seppure un po’ pesante, la neve ha permesso sino in fondo una sciata gradevole e senza troppe paturnie. Mai crosta e mai marmellosa. Cotta al punto giusto……

Un bell’episodio da ricordare è quello dell’amico “Fido” all’Alpe Belvair; rilassati e trastullati al sole dell’Alpeggio, sempre di fronte ad un panorama incredibile, veniamo raggiunti da un cane salito in anticipo rispetto ai suoi padroni (di lì a poco anche loro in zona). Iniziata quasi per scherzo la fase del “dài, recupera la palla di neve”, il quadrupede ha pensato bene di iniziare una fase di “Triathlon Selvaggio” incaricando ciascuno di noi di lanciarne una e sbraitando latrati felini in caso di diniego; il tutto sino a dimostrare la sua scaltrezza e flessibilità canina nel protrarsi su nel cielo per agganciare la preda. Dalla classica impennata sino ad arrivare al carpiato engadinese: salto di un paio di metri con avvitamento roteante e ricaduta sciolta con preda tra i denti al seguito. Il Circo Togni chiama….

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Riprendiamo il cammino verso il basso lanciandoci nella ‘Libera del bosco’ e sino ad arrivare di nuovo alla Staziun, dove ci assale l’idea di coricarci di fianco al treno in arrivo per capire chi va più veloce….

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Partiamo felici e contenti sino a rientrare in Italia per una birretta veloce al Moreschi, non prima di aver visto gli scalmanati del kite-surf sul lago, attività ludica della domenica pomeriggio presso Saint Moritz; dopo la merenda non facciamo in tempo a ripartire che siamo già a casa, un evento che speriamo si ripeta presto! Oggi i KdP (i Kagoni della Pista) non ci sono ancora….

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Un paio di saluti importanti dalla cima: al nostro Presidente di sezione Claudio un grande abbraccio in una giornata importante ed un altrettanto abbraccio al nostro amico istruttore Max, neo papà di Vittoria.

Naturalmente grande merito agli organizzatori del secondo evento 2018: Ale & Bob. Anche oggi un momento conviviale importante; per le sezioni il fatto di essere valorizzate è molto importante e tanto di cappello a tutti coloro che le sostengono.

La Tredicesima esiste anche in Svizzera ed in quota: Anna, Federica, Gaia, Ale Nuzzo, Bob, Ale Villa, Boris, Ermanno, Augusto, Enrico, Giuseppe L, Umberto e Patajean.

by Patajean ®

 

 

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SA1: Poncione di Braga (m. 2864) da Pian di Peccia, Valmaggia (Svizzera), 10-11 febbraio2018

febbraio 14th, 2018

“Nec vero habere virtutem satis est quasi artem aliquam nisi utare” – Non basta avere la virtù senza farne uso; è come avere un’arte e non esercitarla (Cicerone, Ad fam., 9, 14, 4)

Il corso prende quota. Il potenziale è molto alto e il gruppo non aspetta altro che scaricare a terra tutta la potenza di cui dispone

In occasione della lezione meteo di Matteo qualche allievo salda gli ultimi conti per le manchevolezze delle gite precedenti. Gli istruttori apprezzano sia lo spirito di iniziativa sia lo spirito che allieta il palato.

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Ci si trova dunque a Varedo alle 6 di sabato 10 febbraio. La preoccupazione di dimenticare a casa qualcosa fa novanta, tanto da dimenticare se si sta andando al mare o in montagna

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il ritardatario comunque c’è, ….. e ci sarà pure il conto da saldare…

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Si parte dunque per il Poncione di Braga, Valmaggia, Svizzera. Si dormirà in un rifugio (Poncione di Braga) autogestito, più sostenibile, più didattico, più conviviale. Ovviamente meno comodo. Ma siamo qui per imparare a stare in montagna e per  allievi di SA1 questa è una opportunità rara. Complimenti quindi al Direttore Carlo per aver scelto di fare questa esperienza (ovviamente la prossima volta andremo a Bormio con tappa ai Bagni Vecchi). Arriviamo in Valmaggia e l’ultimo tratto è con le catene perché aveva appena nevicato. Qui scopriamo che anche le auto vanno in letargo e si riprendono solo al disgelo.

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La salita è attraverso un bosco dove distinguiamo il larice (che perde gli aghi che poi costituiscono, a terra,  micidiali piani di slittamento per le valanghe), l’abete rosso (dai aghi cadente), e l’abete bianco.

Andrea ci insegna come fare un barometro con l’abete bianco(quello a destra nella foto che segue): glielo ha insegnato Zio Luiss; basta prendere la punta dell’abete e le prime due ramificazioni: se i due rami tendono a raddrizzarsi verso l’alto fa bel tempo. Ovviamente c’è subito chi pensa di essere così furbo da fare il barometro-abete vivente, a significare che il tempo quel giorno era bellissimo.

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Fuori da bosco si capiva già che sarebbe stata una sciata memorabile.

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Arriviamo alla capanna incustodita, non prima che il promettente allievo Alessandro di cimentasse in un impossibile voltamaria.

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Prima di svolgere le esercitazioni previste, c’è da prendere possesso il rifugio. Cose semplici quanto dimenticate (o magari mai viste) e quindi riassaporate con gusto: accendere le stufe a senza riempire di fumo la stanza, preparare gli ingredienti per la cena,  fare l’acqua: già perché l’acqua si fa dalla neve ,…..a meno che…….non riusciamo a raggiungere la fontana (????) E sì, perchè il custode della capanna (erico.galli@bluewin.ch) ci aveva scritto che sotto la neve era presente una fontana e ci aveva mandato pure una foto (oltre a quella che lo ritraeva il 31 gennaio quando aveva fatto il sopralluogo).

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Usciamo dal Rifugio e riprendiamo a salire perché dobbiamo trovare un posto adatto per l’esercitazione di autosoccorso in valanga.

Lasciamo Massimo al Rifugio anche perchè è evidente che sta riemergendo di prepotenza la sua anima di “Gabanatt” (assieme ad Andrea ha gestito il bivacco Borelli in Val Veny (foto successiva che non c’entra niente con la nostra gita)

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sia perché il nostro voleva risolvere “l’enigma della Fontana”.

Noi invece. Dopo la salita, ci godiamo una discesa da urlo in neve farinosa, con sole e pendenze ideali. Come da previsione si scatena il selfie-narcisismo-da go_pro, anche se la tradizionale foto istantanea emoziona altrettanto (se non di più)

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Come detto ci fermiamo per l’esercitazione di autosoccorso in valanga

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dopodichè rientriamo in rifugio.

Massimo nel frattempo aveva tirato a lucido il rifugio e sentiamo direttamente da lui come è riuscito a sciogliere ”l’enigma della Fontana”.

Quindi l’acqua era disponibile, solo che bisognava allargare lo scavo, tanto che gli allievi si sono resi subito disponibili (per non dire che sono stati obbligati).

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Facciamo un bel merendone con salami formaggi e birre dopodichè l’allievo Francesco sparisce: Francesco è l’allievo ingegner-fotografo che relaziona anche di questa avventura nel suo sito www.francescosortino.com ).

Orbene, lo cerco fuori dal rifugio, ritrovandolo sul tetto intento a dar sfogo alla sua passione all’ora del tramonto.

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Ritornerà sul  tetto alle 5 della mattina successiva per allietarvi con le sue meravigliose foto (vedi di seguito).

Scartato il sugo al tonno di Montevecchia, la pasta all’arrabbiata è quindi servita. Il sugo rimasto è preda di arrembanti scarpette direttamente in pentola (vedi il promettente allievo Federico)

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o di improvvisate simil bruschette

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Si discetta del più e del meno. Sul tavolo compare la dispensa con i test di preparazione all’esame di Stato di medicina (che l’allievo Gabriele sosterrà mercoledì prossimo: “Il lavoro del medico se non è fatto per vocazione è il lavoro più brutto del mondo” ). Apprendiamo poi dall’ allieva Federica che i licheni sono un incrocio tra alghe o muschi (o meglio una “simbiosi”: lei è una biologa marina e allora capiamo finalmente la presenza della pinna al parcheggio di Varedo).

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Alla fine salta fuori una bottiglia di Braulio “riserva” e la scommessa di berlo in cima al Poncione il giorno dopo. Non abbiamo ancora fatto lezione di alimentazione e quindi viene da lasciata licenza all’allievo di portarsi appresso la bottiglia (forse sarà un modo di rallentarne la prorompente andatura).

Lavati i piatti (esclusiva competenza degli allievi)

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si va a dormire al freddo, ma non troppo, grazie a quel po’ di calore trasferitosi dalla sala a da pranzo al piano superiore.

La notte è delizia per chi russa e croce per chi sente russare. Le discussioni al mattino sono come sempre un rito irrinunciabile.

Io mi alzo alle 4,30 e scopro che la stufa è spenta. Bisogna riattivarla per avere acqua calda per il te.

Francesco ritorna, come detto, sul tetto per le foto

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Ci alziamo a più riprese, mangiamo, sistemiamo. Massimo con encomiabile disponibiltà, lava pure i pavimenti. Quindi facciamo la fila per prova Artva fermandoci al cancelletto posto sull’uscio del rifugio

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E partiamo verso il Poncione di Braga.

I pendii sono immensamente aperti

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e nel giro di 3 ore scarse raggiungiamo il deposito sci con il tempo che purtroppo inizia a peggiorare. Rinunciamo alla cima per la presenza di ghiaccio e scarsa visibilità: un allievo cita solenne :”Tornare indietro, rinunciare a fare una cima, non fa altro che aumentare il rapporto che si ha con quella montagna! Rapporto che costantemente cerchiamo” e, subito dopo, giù un bel Braulio

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Forse è vero: mancare una cima aumenta sicuramente il desiderio di ritornarci.

La discesa non è molto gratificante nella parte alta a causa della neve soffiata, ma ritorna spettacolare nella parte intermedia

Riprendiamo giù per il ripido bosco fermandoci per una lezione sulla stratigrafia e sulla resistenza degli strati di neve.

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Raggiungiamo quindi le auto e rientriamo (stavolta senza il traffico valtellinese) alla base.

Due giorni indimenticabili densi di bellezza, virtù, cultura e vitalità.

Grazie a tutti

Traccia 3

 

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Hanno partecipato:

Federica, Federico, Alessandro, Francesco e Gabriele & …Carlo, Luca (e le due suocere), Gio Pozzi, Andrea, Massimo.

Alberto

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SA1: Piz Scalotta m 2992, 28 gennaio 2018

febbraio 7th, 2018

Si riprende il corso con la lezione neve a valanghe tenuta il giovedì 25 a Bovisio. A fine serata si valuta la gita di domenica. La scelta si rivela complicatissima: data la previsione di bel tempo un po’ dappertutto è come decidere dove parcheggiare in un parcheggio vuoto: ogni posto non va bne perché ce n’è uno sempre migliore?

Si va avanti nelle riflessioni fino a sabato quando si decide per l’Engadina: Piz Scalotta, 1200m di dislivello, Engadina.

Partiamo alla Controtapparella alle 6:15; facciamo tappa all’immarcescibile Moreschi dove, anche stavolta, troviamo tutto il mondo scialpinistico milanese.

Varchiamo la frontiera Svizzera non completamente muniti di carta d’identità, per cui qualche allievo ha già messo in conto di passare un piacevole giornata nella amena dogana di Castasegna. Per fortuna nessun controllo italo svizzero. Giungiamo a Bivio dopo aver superato lo Julierpass e subito veniamo sloggiati dal parcheggio più logico, per essere sbattuti  laddove bisogna pagare 5 franchi per sostare…siamo in Svizzera.

La partenza si macchia di due episodi altamente disdicevoli da parte degli allievi, su cui si impone un doveroso silenzio, peraltro abbondantemente ripagato (o ancora da pagare) a suon di boccali di birra.

Possiamo solo dire che si cammina con due piedi e quindi gli attacchi da regolare sono due. Comunque nulla di grave se l’allievo ha al seguito un provvido Victorinox  e riesce a rimediare al misfatto senza perditempo. Sull’altro episodio consigliamo di andare a dormire con tutta l’attrezzatura addosso in modo da non dimenticar nulla  al momento de risveglio mattutino. In ogni caso la lezione è imparata e le birre chiudono la questione.

Iniziamo dunque la salita cogliendo le belle immagini che la natura oggi ci offre.

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Risaliamo di buon passo dopodichè ci attende un traverso infinito dove il piede sinistro  appoggia più in alto di quello destro provocando dolori atroci, almeno a me, tanto che mi sognavo di fermarmi e invertire i piedi. Alla fine per disperazione mi inventavo voltamaria inutili pur di alleggerire il piede sinistro.

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La pattuglia schiena i 1200 m di dislivello tra le 3 ore e mezzo  e 4 ore.

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La discesa alterna neve farinosa a una leggera e fastidiosa crosticina che bisogna imparare a evitare considerando l’esposizione e la morfologia degli accumuli.

In ogni caso gran discesa dove la voglia di “ego” trionfa….. e le gopro si scatenano. Chi riprende quello davanti, vuole essere a sua volta ripreso da quello davanti, il quale ha la gopro che guarda dietro. Spuntano gli accessori per il selfie per cui la prossima volta se ne ne vedranno di tutti i colori.

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Ci fermiamo per esercitazione sulla ricerca organizzata in valanga dove sperimentiamo il metodo didattico: poca grammatica e molta pratica. Cioè noi istruttori mostriamo agli allievi come si deve fare. Poi chiediamo loro se sono in grado di fare le stesse cose: “ma certo, non sembra così difficile”….vedremo alla prossima uscita!

Raggiungiamo la strada 2 km più in basso. Recuperiamo le auto e senza porre indugio rientriamo alla svelta per fare meno coda possibile. Tappa veloce al Moreschi (affollato di merenderos) e ricerca delle varianti stradali suggerite da google maps (risparmiati 6 minuti). Superato Lecco di nuovo coda: ma perché la coda svanisce sempre e di colpo dopo Costamasnaga? Gli istruttori della Valle del Seveso se lo sono sempre chiesti e un istruttore ha trovato la soluzione. A Costamasnaga la superstrada  affronta una salita e il provetto guidatore dovrebbe scalare la marcia in modo da mantenere la velocità costante. I Merenderos della domenica invece non scalano la marcia e quindi rallentano provocando il tappo con conseguenti rallentamenti fino a Lecco. In effetti la teoria ha il suo fondamento per cui abbiamo già scritto all’ANAS di installare dei pannelli monitori che incitino al cambiare la marcia.

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Giungiamo alla controtapparella soddisfatti: anche oggi grande giornata.Traccia 1

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Hanno partecipato:

Federica, Federico, Alessandro, Francesco e Gabriele & …Carlo, AleBarni, Anna, Luca, Matteo, RobertoBob PontiConte, Giopozzi, Andrea

Alberto Ronz

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