Saluto del presidente generale
Gabriele Bianchi
...così mi è stato chiesto. Ma non può essere assimilato a uno dei
tanti saluti che la splendida e articolata realtà del Club alpino italiano
frequentemente pretende e merita. È un saluto che coinvolge anche
la sfera di un prezioso e intimo vissuto personale. Molte, tra le
ore più belle della mia vita, sono quelle trascorse in questo particolare
contesto associativo: la "Valle del Seveso". E molte sono pure le
persone che, incontrandomi anche a distanza di anni, ricordano l' esperienza
insieme percorsa nella scuola intersezionale, con immutato
entusiasmo.
Credo che la prima chiave di lettura di tante indelebili emozioni risieda
nell' affascinante atmosfera creata dallo "stupore" per l' alpinismo
e per l' ambiente in cui l' alpinismo si realizza.
Lo stupore che si manifesta cominciando a frequentare una dimensione
verticale, così diversa e così lontana da una ordinaria quotidianità
normalmente appiattita.
Il senso di una straordinaria libertà e vitalità. Lo stupore che ti coinvolge
salendo con gli sci e le pelli di foca, itinerari così distanti -
dal clima e dalla freneticità - dei comprensori sciistici, conoscendo la
dimensione dei grandi spazi immacolati.
È anche lo stupore che ciascuno di noi ha cominciato ad avvertire
quando, grazie alla capacità dei nostri istruttori, nel trasferire conoscenze,
tecniche, esperienze, non disgiunte dal rispetto e l' amore per
il mondo delle terre alte, ci ha permesso di addentrarci in nuovi orizzonti:
attraenti e sconosciuti, a volte impegnativi e difficili, non scevri
da pericoli. Ha un senso compiuto oltrepassare tali orizzonti solo
quando il desiderio di sperimentare una profonda vitalità si accompagna
a una personale e graduale preparazione e a quella ancor più
necessaria integrazione con l' ambiente, con quella "animalità istintiva",
da cui scaturisce l' unica cultura in grado di salvaguardare non
solo la qualità della vita ma la vita stessa.
C'è uno stupore ancora più grande, quello che rischia di invischiarci
per sempre.
È quello che le montagne riservano a chi è in grado di avvicinarle
con attenzione non superficiale.
Lo stupore che trasmettono attraverso il senso del bello, non quello
artificiale o artificioso, ma quel bello universale che la nostra sensibilità
riconosce istintivamente. È uno stupore singolare che non svanisce
con il passare degli anni, al contrario: si ripete, si rinnova, diventa
ancora più coinvolgente. Succede. Succede quando la montagna
non è più solo un terreno per attività ludiche o solo una grande palestra a
cielo aperto. Succede quando risalendo boschi di latifoglie
o di conifere, ripidi erbosi pendii o lingue glaciali per affrontare
poi lisce piodesse o spigoli affilati siamo in grado di riconoscerla
per quello che veramente è.
La montagna che non è quella solo degli alpinisti o solo dei montanari
ma quella montagna che è cultura in sé: libro aperto dell' evoluzione
geomorfologica e di conseguenza della nostra storia, luogo
per eccellenza della biodiversità e di fragili irrinunciabili equilibri,
elemento essenziale per la determinazione del microclima, e - mai
così evidente come in questi tempi - grande madre delle acque della
qualità dell' acqua stessa.
Per questi stupori ci siamo impegnati e dobbiamo continuare a impegnarci.
Il nostro ruolo è quello che consegue dall' essere i portatori di una
grande tradizione che viene da lontano e che deve continuare.
Dobbiamo incoraggiare l' esplorazione, l' avventura, la frequentazione
dei monti attraverso la promozione delle conoscenze, della tecnica, della
ricerca, dello studio ma anche della letteratura e dell' arte.
Dobbiamo cercare di contagiare chi condivide la nostra passione, trasferendo loro
i nostri ideali e di nostri valori: il rispetto reciproco, la solidarietà
e l' amicizia.
Oggi, anche a nome di tutto il Club alpino, posso convintamente
dirvi grazie. Grazie alle nostre sezioni, ai loro dirigenti, alla commissione
intersezionale, agli istruttori e a tutti coloro che dalla fondazione
a oggi hanno mantenuto un preciso azimut di rotta e pur nel
frastuono di grandi mutamenti non hanno perso l' orientamento verso
la nostra stella polare: la centralità della montagna.
Excelsior!
