Valle del Seveso, qualche ricordo
Achille Quarello
Primo ricordo. Ho frequentato il corso di scialpinismo, come allievo,
nel 1982, lo stesso anno in cui mi sono sposato. Durante la
settimana, dopo il lavoro, mi procuravo i primi mal di schiena sistemando
la casa, alla domenica "mi rilassavo" trascinando uno zaino
pesantissimo dietro i nostri impavidi istruttori (all'allievo toccava regolarmente,
e probabilmente tocca ancora, la corda da 50 metri, oppure
la famigerata barella, e comunque sempre qualche parte "non
leggera" dell'attrezzatura comune). Sciavo come un cane (poi sono
migliorato), ma allora ciò che mi sembrava importante era arrivare
su una cima in inverno, con la neve, ma senza sfondare. Forse non
ero l'unico a pensarla così: facevamo scialpinismo, ma pensavamo
più all'alpinismo che allo sci e la bellezza della discesa non era il fine
principale. Poi ho capito qualcosa di più e mi son messo d'impegno,
guadagnandoci anche nel divertimento.
Dei nostri istruttori, i primi della Scuola intersezionale di scialpinismo,
ricordo soprattutto lo spirito di gruppo, l'amicizia che li legava,
e la vena goliardica che spesso manifestavano. Lo scherzo della fotografia
non mancava mai: allievi schierati davanti alla macchina da
presa, spalla contro spalla, istruttori piazzati nei punti strategici; al
momento dello scatto un colpo al primo della fila provocava la caduta
generale, le risate degli istruttori e le imprecazioni dei malcapitati,
che avevano anche il loro bel da fare a districarsi nell'intreccio
di sci e bastoncini che finiva per prodursi.
Quell'anno il corso era iniziato a gennaio, in una domenica uggiosa,
sotto una nevicata pressochè continua, sui sassi alla base del
Corno del Nibbio ai Resinelli. Argomento della lezione: tecnica di roccia.
Per me non fu una gran giornata: sarà stato il tempo, sarà stato
il freddo, saranno stati i "rigidoni" al posto delle scarpette, sarò
stato io, ma mentre affrontavo la prova di "tecnica individuale" mi
sono miseramente imbranato sotto gli occhi di tutti quanti, suscitando
parecchi impietosi commenti. Quattro mesi dopo, a metà aprile,
una bellissima due giorni in Val Vannino chiudeva quell'esperienza.
La salita alla Punta d'Arbola si svolse sotto un cielo intensamente
azzurro e la discesa, lunghissima (quasi duemila metri di dislivello
fino alle macchine), ci regalò una splendida sciata su neve sempre
bella e scorrevole. Mi restò dentro una gran voglia di salire e scendere
le montagne con gli sci ai piedi; ma ho anche trovato degli amici
coi quali, per diversi anni, sono tornato a frequentare le montagne
nella magica veste invernale.
Secondo ricordo. Qualche anno più tardi, nel 1986, sono entrato
nella scuola come aiuto-istruttore (ci sono rimasto fino all'inizio
del 1994). Anche se, per la verità, non sempre sono stato d'accordo
su tutto quello che facevamo o su come lo facevamo, devo dire che
quegli anni sono stati molto belli. L'insegnamento nelle scuole del
Cai tendeva a farsi più approfondito anche dal punto di vista teorico:
preparare una lezione sulla meteorologia in montagna o sulla formazione
delle valanghe non era cosa da poco, ma in qualche modo
entusiasmava e ci si impegnava con passione. "Tenere una lezione"
era per me una cosa normale (sono insegnante), ma in quel clima
era comunque un'esperienza particolare, perchè non c'era solo da
trasmettere delle nozioni teoriche, ma anche, specialmente in quelle
pratiche, la propria esperienza e a persone che condividevano la
tua stessa passione per la montagna e l'alpinismo.
Anche gli aggiornamenti tecnici sono stati dei momenti importanti.
Ricordo soprattutto uno dei primi, quando ci radunammo tutti
quanti (istruttori e aiuto-
istruttori di alpinismo
e sci-alpinismo)
al Rifugio Elisabetta
nel gruppo del Monte
Bianco: per due giorni
fummo impegnati su
e giù per i seracchi del
vicino ghiacciaio, provando
e riprovando le
tutte le manovre di sicurezza,
di assicurazione
e di autosoccorso
della cordata. Fu
un momento davvero
intenso, perchè lavorammo
sodo e proficuamente,
ma soprattutto
perchè incominciammo ad amalgamare i due gruppi, a conoscerci
meglio, a creare tra noi un clima più solidale. Non posso non
dimenticare poi gli aggiornamenti specifici della scuola di sci-alpinismo,
quelli di discesa fuori pista. Si "lavorava" molto, ma ci si divertiva
anche tantissimo (se la neve non faceva disperare come quella
volta nei boschi di La Thuile). Ricordo soprattutto l'aggiornamento
di Madesimo: la neve era abbondante ed eccezionale e la guida ci
trascinò giù lungo canali sempre più ripidi e impegnativi (all'inizio di
uno dei più belli c'era persino un saltino roccioso, piccolo, se vogliamo,
ma sufficientemente emozionante). Forse, qualcuno lo fece notare,
quegli aggiornamenti erano un po' troppo divertenti, ma imparammo
tantissimo e questo penso sia stato importante per poi
svolgere in sicurezza ed efficacia la nostra azione di istruttori e aiuto-istruttori.
Nel rievocare il clima di quegli anni non posso non parlare delle
grandi discussioni che talvolta hanno animato le serate in rifugio durante
le uscite del corso nei fine settimana, davanti agli allievi forse
un po' allibiti di fronte a tanto accanimento su questioni incredibilmente
astruse. Chi non ricorda la "furibonda lite" che oppose, eravamo
al rifugio Pizzini sotto il Cevedale, coloro che sostenevano che
con gli alzatacchi si sale con meno fatica e coloro che affermavano
il contrario? Urlavamo come matti. Ma il vertice si toccò qualche anno
dopo, alla Britanniahütte, sopra Sass Fee, forse complice il maltempo.
Allora l'argomento fu questo: se a una borraccia di forma
squadrata do una forma cilindrica (si può fare, qualcuno ci aveva
provato) essa conterrà più liquido? Si tirarono fuori tutti i possibili argomenti,
scientifici o spacciati per tali, e per almeno un'ora si andò
avanti a discutere con una passione degna di cause decisamente migliori.
Tutti rimasero sulle proprie idee; il giorno dopo il maltempo ci
costrinse a un rientro anticipato, ma nelle settimane seguenti l'argomento
tornò a galla ancora qualche volta.
Terzo ricordo. Sono stato anche presidente della Commissione intersezionale
che "dirige" la scuola. E' stata una breve esperienza; alla
fine del 1988, Gabriele Bianchi, "storico" presidente e grande animatore
della scuola, lasciava l'incarico per assumere quello di segretario
generale del Cai; io ero il suo "vice" e così mi sono trovato a
coprire il ruolo di presidente per il biennio1989-1990. Accettai forse
più per "spirito di servizio" che per "vocazione", ma credo di aver
dato un contributo serio e onesto alla vita della Scuola. Quello che
più mi piace sottolineare è lo spirito di collaborazione che animava
e anima la Commissione: lavorare insieme, provenendo da sezioni
diverse, non è facile e riuscire a farlo con la continuità, la costanza e
la durata di questa esperienza è davvero qualcosa di notevole.
Quando si crede veramente in un'impresa, si trovano le motivazioni
per superare le difficoltà, i momenti di stanchezza, le fasi di passaggio.
Venticinque anni sono un traguardo straordinario e l'averlo tagliato
è, nello stesso tempo, un grande merito di tutti quelli che
hanno contribuito alla realizzazione dell'impresa e un auspicio formidabile
per il cammino che ancora si vuole percorrere insieme.
